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sabato 28 novembre 2020

CONQUISTE

In questo vortice di eventi, in questo tempo difficile, c'è un angolino di gioia, c'è un fuoco d'artificio che esplode per festeggiare.

Con l'inizio della scuola a Settembre, e mentre stiamo entrando sempre più velocemente nella temuta ma prevedibile seconda ondata di contagi da Coronavirus, i tanti dubbi e perplessità su come sarebbe andata sul fronte mutismo selettivo si sono presto e incredibilmente sciolti.

Il rientro in classe con tutti i protocolli anti-Covid ha portato molti cambiamenti: quest'anno sono in un'aula nuova, spoglia e senza appendi-giacche, i banchi sono disposti a isola dove sedersi distanziati, con le mascherine sempre indossate, igienizzandosi le mani all'ingresso, le uscite per andare in bagno sono prestabilite, così come in mensa, tutto è giustamente regolamentato. L'ora di ginnastica non c'era all'inizio, poi sì, poi nuovamente sospesa. Anche l'ora di religione era stata inizialmente sostituita da educazione civica per tutti, poi ripristinata appena c'è stato modo di avere uno spazio sicuro dove trasferire i bambini che, come Matilde, fanno l'attività alternativa. In questi continui mutamenti, in cui anche le insegnanti stesse si trovano disorientate e gravate da carichi di norme e responsabilità in più, c'è stato un elemento chiave, un oggetto costante che ci sta accompagnando da molti mesi nel mondo fuori casa, e che mai avrei pensato di dover indossare in vita mia: la mascherina.

Questa mascherina che non vediamo l'ora di toglierci ma che di fatto ci salva la vita, è lo strumento incredibilmente efficace che ha permesso a Matilde di far sentire la sua voce agli altri. E' una protezione che le offre la libertà e il coraggio di esporsi. 

Il 30 Settembre, a due settimane dall'inizio della scuola, ecco il messaggio che mi arriva dalla maestra di matematica Filomena:

"Buonasera, scusi se arrivo a tarda ora, volevamo aggiornarla sulla situazione attuale, praticamente è nata un po' così per gioco e adesso invece è diventato il nostro modo di comunicare: facciamo 'freezare' i bambini, e lei sentendosi evidentemente più tranquilla e isolata dal resto della classe parla con noi, dal posto... In italiano legge quando le tocca, e con me risponde alle domande come oggi in geografia, ed è stata brava, ha risposto giusto".

Le rispondo che è una bellissima notizia e che sì, Matilde ce l'aveva già in parte anticipato, la settimana precedente, quando mi disse con aria assolutamente disinvolta: "Sai, mamma, oggi la maestra ci ha fatto leggere in classe". "Ah! E hai letto anche tu?". "Sì, un pezzo". Da lì mi spiegò del metodo per farle fare la lettura in classe, come poi mi conferma la stessa maestra nel prosieguo dei messaggi, parlando anche di come la mascherina sia stata l'elemento che le ha dato protezione e sicurezza: 

"Sì, esattamente così, la prima volta quando gliel'ho proposto ho fatto leva proprio sul fatto che con la mascherina non potevamo vedere i nostri visi, ma solo ascoltare la voce. Noi insegnanti non possiamo più chinarci e porgere l'orecchio, quindi dovevamo trovare un altro modo: freezare i compagni facendo tappare loro le orecchie. Da lì è partita".

Provo a immaginarmi la scena, e sorrido. Che felicità e che gioia! L'ha fatto, penso, ci è riuscita. E' incredibile! Non avevo dubbi, ma non me lo sarei aspettata così presto, dopo pochissimi giorni di scuola. Passare dalle videoregistrazioni fatte a casa e inviate via WhatsApp alle insegnanti, alle risposte a voce direttamente in classe, non era così scontato e immediato. 

Nel frattempo, anche in altri ambiti Matilde ha dimostrato grande scioltezza, la stessa che conosciamo noi a casa. Ad esempio dal dentista. Siamo andati al controllo dopo mesi e mesi dall'ultima volta in cui ci andammo, ovvero Dicembre dell'anno prima. Fin da subito, in sala d'attesa, la vedevo molto libera di muoversi e parlare con me, raccontandomi cose di scuola o cose sue, così come facciamo sempre. Da dietro le nostre mascherine, la voce non trova ostacoli. Entrata nello studio della dentista, risponde tranquillamente anche alle sue domande, stavolta senza mascherina, dato che ovviamente le aveva chiesto di toglierla per visitarla. Sento una bella sensazione dentro di me, guardo Matilde e le dico che è super brava e coraggiosa. 

La stessa cosa avviene anche alle lezioni di psicomotricità. Dopo l'interruzione a fine Febbraio, abbiamo ripreso a Ottobre, con il corso mono-settimanale di gruppo, anche se di fatto il gruppo è formato da una coppia, Matilde e un'altra bambina quasi sua coetanea. Prima della chiusura totale delle attività in primavera, avevamo fatto in tempo a fare tre lezioni, alle quali Matilde aveva partecipato con molto entusiasmo, ma ancora silenziosamente. Invece, forse sull'onda di tutti gli avvenimenti estivi e scolastici, alla prima lezione della ripresa autunnale si è lasciata andare fin da subito. Sempre parlando da dietro la mascherina, che ovunque è ormai richiesta. Il feedback della psicomotricista al 15 ottobre è stato questo:

"Volevo chiederti una cosa, la settimana scorsa Matilde ci ha fatto una bellissima sorpresa e ci ha raccontato delle cose, è stato emozionante sentire la sua voce per la prima volta! Questo vale anche per la scuola?"

Devo dire che anche dal mio punto di vista, trovarsi dentro questo turbine di novità è stato bello ed emozionante. Quello che mi chiedo è come lo stia vivendo Matilde. Non ho ancora avuto occasione di chiederglielo, sia perché non siamo ancora entrate in modo approfondito nell'argomento, sia perché quando tento di capire cosa prova dentro di sé, le sue risposte si limitano a singoli aggettivi: felice / bene. Forse questa capacità ancora acerba di saper descrivere e capire cosa la attraversa, fa parte del percorso. Glielo insegnerò un po' io, glielo insegnerà un po' la vita.

Intanto, in questo anno che è un ottovolante di tristezza e felicità, ci godiamo questi momenti esaltanti, che sono stati espressi nel miglior modo dal messaggio ricevuto dalla maestra di italiano Annalina, che il giorno 11 Novembre mi scrive: 

"Questa sera avevo proprio intenzione di scrivervi per esprimervi la gioia immensa che Matilde ci sta dando in questi giorni, tanto da sognarla anche la notte, come ho raccontato a Matilde stessa. In un periodo particolare come quello che stiamo vivendo, ci si aggrappa alle piccoli grandi conquiste che, giorno dopo giorno, siamo in grado di raggiungere. Le conquiste di Matilde sono semplicemente SPETTACOLARI. La mascherina sembra essere diventata la sua coperta di Linus, tanto da spingerla a parlare non solo con noi e i suoi compagni, ma anche con l'esperta di lingua inglese. Noi siamo FELICISSIME ed ORGOGLIOSE di lei!".








mercoledì 13 giugno 2018

Sorpresa di fine anno!

Ho il cuore che scoppia di gioia!
Matilde, al penultimo giorno di scuola, alla fine della prima elementare, si è lasciata andare con tutti! 
Tutti i compagni e tutte le insegnanti: parla e risponde all'orecchio con ciascuno di loro! Pazzesco, non me lo sarei aspettata, è proprio vero che quando tutto sembra immobile, arriva il cambiamento! 
Se tutto sembra fermo, è soltanto per prendere la rincorsa e iniziare a volare...

Pochi giorni prima c'è stata la festa di fine anno in classe, e nei preparativi mia figlia alzava sempre la mano quando veniva chiesto chi volesse fare quella determinata parte dello spettacolino. Una volta messa alla prova, però, Matilde ovviamente non riusciva a dire la sua frase. Allora abbiamo adottato il suggerimento della psicologa, in accordo con le insegnanti, per non far cadere nel vuoto la sua voglia di partecipare: farle fare una registrazione audio dei saluti finali, che sarebbe stata fatta ascoltare a chiusura della recita. Senza dire nulla ai compagni, che, ignari, in quel momento si sono soltanto guardati tra loro con facce interrogative, ma non hanno chiesto nulla. Dopo di che, sono partiti gli applausi finali e abbiamo festeggiato tutti insieme.
Il lunedì successivo, mi rivela in seguito la maestra, qualche compagno incuriosito ha chiesto di chi fosse quella voce ed è stato dichiarato che era la sua, quella di Matilde.
Non so se proprio da questo episodio possa essere scaturito il coraggio di farsi sentire. Perché sperimentare che l'ascolto della sua voce in classe non ha sortito conseguenze negative, che magari i bimbi mutoselettivi tendono a prefigurarsi come stravolgenti, è servito a lei in qualche modo per rendersi conto che alla fine è una cosa normale, e non c'è nulla da temere. La scelta di non dire nulla ai compagni, di non prepararli a sentire la voce sconosciuta della loro compagna silenziosa, aveva come obiettivo proprio quello di normalizzare l'avvenimento, senza creare in loro un'inutile aspettativa ansiogena, ma facendolo passare come qualcosa di assolutamente normale. Proprio come un bimbo fa quella parte, un altro bimbo fa quell'altra ancora, e lei fa i saluti finali in una modalità, quella della registrazione, che in quel momento le si confà maggiormente.

C'è stata un'anteprima, che ha preceduto questa sorpresa. Il giorno prima, appunto, all'uscita da scuola la maestra di matematica ha riferito al papà che Matilde le aveva detto una parola all'orecchio. 
Andò così: durante la pausa del pranzo, nel cortile antistante la scuola, mentre tutti i bambini stavano giocando, Alice, una compagna di classe, corse dall'insegnante e le disse "Maestra Filomena, Matilde mi ha parlato nell'orecchio! Mi ha detto ciliegia!". Al che, la maestra pensò di provarci. E il suo tentativo andò a buon fine. 
In quel momento i bambini, uno dopo l'altro, stavano rivolgendo all'insegnante parole d'affetto: "Filomena, io ti voglio bene!" "Anche io te ne voglio!" "Anche io!" "Anche io!".
La maestra allora, avvicinandosi a mia figlia, le chiese: "Anche tu, Matilde, mi vuoi bene?" Vedendo che annuiva, le propose: "Ti va di dirmelo?" A quel punto, Matilde prendendola per un braccio, tirò un po' verso di sé l'insegnante, avvicinandosi al suo orecchio, e le disse "SI'!".
Immagino l'emozione della maestra, bravissima a tenere dentro di sé la contentezza, per poi condividerla con noi. Ma devo dire grazie a tutte le insegnanti, da quella di italiano, a quella di inglese, passando dall'insegnante di italiano, perché sono state fin da subito estremamente disponibili, collaborative e seriamente interessate ad aiutare Matilde nel modo migliore. 

C'è stata anche una battuta d'arresto, successiva a questi due giorni incredibili. L'ultimo giorno di scuola, infatti, non ha più parlato all'orecchio né delle insegnanti, né dei compagni. Sapevo di questa possibilità: infatti, come viene detto da tutti gli specialisti, non è detto che quando avviene lo "sblocco", si possa poi considerare risolto il disturbo. Anzi, il percorso è lungo, ed è solo appena iniziato. Però, la speranza che lo ripetesse, un pochino l'avevo. Ad ogni modo, niente cancellerà la certezza del grande passo che ha fatto Matilde, e sono infinitamente orgogliosa di lei. 

Ma come si è sentita la protagonista di questo importante gesto? 
L'intervistata mi ha sorpreso quando le ho chiesto che effetto le abbia fatto: "è stato facile!" mi ha risposto candidamente. E ha dichiarato di essersi sentita bene, felice.
E adesso che la scuola è finita? 
Come facciamo a tenere in allenamento la piccola coraggiosa? 
Non si può prolungare la scuola di un altro mese, vero? 
Peccato. 
Ci vogliono altre occasioni, per non disperdere questa preziosa esperienza nei tre lunghi mesi di pausa estiva. Vedremo al mare che succederà...
Intanto è iniziato. Godiamoci il viaggio
Il cammino è lungo, ma la strada è quella giusta!


giovedì 9 novembre 2017

Parole preziose

Fissare fatti, riflessioni, spunti ed emozionivissuti in questo nostro percorso, è il motivo per cui scrivo.
Condensare in poche righe quello che è successo nelle giornate appena trascorse è meno facile di quel che sembri, ma ci proverò. In due manches.

Iniziamo dalla notizia clou: Matilde ha iniziato a parlare nell'orecchio di una sua compagna di classe.
Ad un mese dall'inizio delle elementari, è già riuscita a creare un legame speciale con una delle compagne di classe che non fanno parte del gruppetto di bambini che erano con lei alla materna. 
Nonostante il suo completo silenzio, Matilde - ne ho conferma parlando sia con le maestre che con le altre mamme - è ben inserita nel gruppo e apprezzata dai compagni. 
Nessun cenno, in alcuna forma, al mutismo selettivo in classe, ed è sorprendente come anche per i compagni stessi questa sua difficoltà non rappresenti evidentemente né una diversità né un problema, almeno per come è adesso la situazione.
Ecco, due settimane fa, per la prima volta Matilde ha parlato nell'orecchio di Giulia, e l'amica era contentissima. Il papà indagatore, in maniera fintamente disinteressata, prova a chiederle che cosa abbia detto all'orecchio della compagna. Lei resta vaga e misteriosa, dice che si tratta di un segreto, che non lo deve sapere nessuno.  
Alla sera, rientro dal lavoro facendo finta di nulla, voglio rispettare il suo riserbo e attendere che sia lei a parlarmene o approfittare di quando l'argomento verrà accennato. 
Credo che lo stimolo a parlare all'amica nell'orecchio sia scaturito dalla conversazione che io e Mati avevamo avuto la sera precedente. Lei voleva inviare un messaggio a Giulia tramite il mio cellulare, allora le proposi di dirle un bel "Ciao Giulia, sono Matilde!" ma si rifiutava. Così rilanciai con "almeno un Ciao" insieme a un bacino, visto che ancora non ci eravamo presentate via telefono a Giulia, mentre con altre sue amiche ci messaggiamo da più tempo. Niente da fare: l'unica concessione di Matilde sarebbe stata solo uno schiocco di bacio. Poi, guardando l'orario, quella sera era davvero troppo tardi, allora chiusi l'argomento dicendo "magari lo facciamo domani, perchè adesso la tua amica starà già dormendo". 
Molto probabilmente Matilde ci ha pensato su, e può essere che proprio in seguito a questo abbia deciso di provarci.
Sono davvero contenta per lei, è un primo passo molto importante.
Quella che ci è rimasta male è stata proprio Giulia, quando tre giorni dopo all'uscita da scuola ha visto che Matilde era stata invitata da Amira, sua storica amica della materna, per un pomeriggio a casa sua. L'amica "tradita" ha pianto per tutto il tragitto, mentre le altre due si incamminavano a piedi. 
Cose che càpitano, me le ricordo bene anche io, quando le ho vissute da piccola. Rimedieremo presto con un invito per lei a casa da noi.

Versante docenti. 
Sempre a un mese dall'inizio della scuola, ho avuto il primo colloquio con le insegnanti, conoscendo finalmente quella di italiano, che era subentrata a lezioni già avviate.
Siamo davvero fortunati: quello che ho trovato è estremamente positivo, due persone molto disponibili, comprensive e dolci. 
Abbiamo approfondito le notizie su Matilde e sul suo mutismo selettivo. E parlato del PDP, il Piano Didattico Personalizzato, un documento che la scuola ha facoltà di attivare in tutti quei casi - in cui rientra anche il nostro - in cui si riscontra un BES, ovvero un bisogno educativo speciale. Lo si redige in qualsiasi momento dell'anno scolastico, insieme alla famiglia, che poi lo firmerà, individuando con l'aiuto degli insegnanti, e di eventuali specialisti che conoscono il caso, tutte quelle strategie didattiche necessarie ad affrontare al meglio il problema. Per noi è ancora presto in questa prima fase, le insegnanti si prendono un po' di tempo per conoscere meglio Matilde, e poi siamo ai primi passi dell'inizio delle elementari, quindi ci sarà modo di riprendere il discorso più avanti. 
Ho consegnato loro anche il Kit ècole, la guida pratica che A.I.Mu.Se. mette a disposizione per genitori e insegnanti, scaricabile direttamente e gratuitamente dal sito dell'Associazione. Contiene vere e proprie schede semplici di attività didattiche e ludiche, che si possono fare in classe coinvolgendo tutti i bambini, passando progressivamente dall'utilizzo di suoni prodotti con la voce, fino alla verbalizzazione vera e propria. 
Spero che possano mettere in atto queste piccole strategie di supporto.
Infine ho proposto alle insegnanti un suggerimento della psicologa, che ormai da un anno ci segue: far fare a Matilde un filmato della sua aula e degli spazi scolastici che vive quotidianamente, in un momento in cui si possa accedere all'edificio in orario extrascolastico, così che lei, insieme a noi genitori, possa familiarizzare con l'ambiente e sentirsi più sicura e serena, con l'obiettivo di favorire la comparsa della sua voce in quel contesto. 
Le insegnanti si sono mostrate entusiaste e disponibili e, seguendo le loro indicazioni, sono andata a parlarne con la vicepreside, che avevo già conosciuto l'anno scorso, quando mi ero presentata in qualità di referente regionale A.I.Mu.Se. per proporre l'organizzazione di incontri formativi sul tema, e lei, riconoscendomi immediatamente, mi ha dato piena disponibilità per concordare un giorno in cui poter realizzare questo piccolo progetto. 
A Matilde ho spiegato - questo è il pretesto ufficiale - che potremo andare un giorno in cui non c'è lezione a fare un video per i nonni, che non hanno mai visitato l'interno della scuola, così potrà mostrare loro e descrivere, attraverso il suo piccolo "reportage", il percorso che fa tutti i giorni per andare in aula, e poi in mensa, e anche in palestra. 
Tra una decina di giorni ci proveremo, e scriverò qui come sarà andata. 

Infine, i compiti.
Eh sì, ci tocca. Siamo appena entrati nel lungo tunnel dei compiti e delle verifiche. 
Ma per adesso, ci va ancora bene. Il massimo della difficoltà è una breve poesia da imparare a memoria. 
Che vuoi che sia. 
Mmmhhh. Poesia hai detto?
Come facciamo, noi? Come fa, Matilde?
Non tanto a impararla, quanto a ripeterla in classe.
Ci sono: faremo la videoregistrazione! 
In un mese ne hanno già assegnate tre: una sui nonni, per la loro festa, una abbastanza lunga sui cinque sensi, per il compito di scienze, e una sul fantasma golosone, per Halloween. Ripeterla e registrarla non è stato sempre così semplice per Matilde, soprattutto con quella più articolata sui cinque sensi, ma alla fine ce l'ha comunque fatta. 
Per quel giorno, ho avvisato l'insegnante scrivendo sul quadernino delle comunicazioni che Matilde aveva svolto il compito preparando una videoregistrazione in cui recita la poesia. E che, ai fini della valutazione, sarei stata disponibile a inviarglielo. 
L'insegnante di italiano - che fino allora non avevo ancora avuto modo di conoscere - mi risponde, sempre per iscritto, ringraziandomi per aver condiviso con lei le notizie su Matilde - le avevo accennato alla situazione, non sapendo se ne avesse già parlato con la collega di matematica, informata in precedenza - e dicendomi che non avrebbe avuto bisogno delle videoregistrazioni per verificare Matilde: "è brava, si vede già".
Qualche giorno dopo, al colloquio con le insegnanti - di cui ho parlato sopra - propongo di mostrare il video della poesia. Entrambe sono state contente di sentirla e colpite dalle sue capacità linguisticheCosa ovvia e scontata, per me. Per noi. Noi quattro. Mamma, papà, nonno e nonna. Che conversiamo con lei, sempre. Da sempre.
La psicologa ci ha detto che abbiamo fatto bene, a mostrare il video. Che era necessario, per le maestre. Perché un genitore che riferisce una problematica, la sua versione del problema, in sostanza, si tratta della sua parola, certo, ma fino a che punto attendibile, per le insegnanti? Quanto esagerata? O quanto sminuita? Un genitore a volte può avere una percezione del problema non proporzionata rispetto alla realtà. Ingigantita o sottovalutata. 
In questo modo, loro hanno potuto verificare coi propri occhi - o meglio, orecchie - le parole di Matilde. La sua viva voce.
La psicologa ci ha anche consigliato di suggerire alle insegnanti di non "saltarla" nell'eventuale "interrogazione" sulla poesia. Di non dare per scontato che non la dirà, dispensandola così dalla richiesta di recitarla. Come per qualsiasi altro alunno, anche a Matilde potrebbe capitare di essere interpellata dalla maestra. In questo modo, le si lascia comunque la possibilità di scegliere se provarci, e dirla, oppure no, se non se la sente. 
Tutto questo l'ho diligentemente annotato sul famoso quadernino per comunicare con le insegnanti. "Ok, sarà fatto!" mi scrivono. 
Di fatto, però, non è successo.
"Matilde, ti hanno chiesto oggi la poesia?"
"No."
"A chi l'hanno chiesta?"
"Non mi ricordo."
Va bene, pazienza. 
Alla terza poesia assegnata come compito, puntualizzo nuovamente sul quadernino che Matilde l'ha svolto preparando un altro video.
Stavolta, una sorpresa: l'insegnante di italiano mi risponde che sì, se ci fa piacere possiamo inviarglielo al numero di telefono che scrive accanto. 
A me fa piacere eccome, questa ulteriore dimostrazione di disponibilità, per la quale non smetterò di ringraziarla. Così, il giorno dopo, sabato scorso, le scrivo subito un messaggio sul telefono, annunciando l'invio del video. 
Poi, immediatamente mi blocco. 
Mi viene in mente all'improvviso che forse no, devo prima chiedere il permesso a Matilde. Voglio fare le cose nel modo più giusto, e chiedo allora il suo consenso. 
"Matilde, che ne dici se inviamo alla maestra il video della tua poesia?"
Lei non è d'accordo. A dire il vero non me l'aspettavo, non avevo previsto questo suo veto
Lì per lì non insisto, ma mi ripropongo di provarci più tardi.
Alla sera, rientrati dal pranzo coi parenti, torno sull'argomento. E non mollo, vado a fondo. Voglio sapere il motivo
Dopo mezz'ora di tentativi - perché ci ho messo mezz'ora a cavarle fuori le parole con le pinze, ma anche con estrema delicatezza e cautela, non sapendo come potesse prenderla - ecco, dopo mezz'ora, scopro finalmente il perché del suo rifiuto: 
"Perché non voglio che la maestra mi senta."
Allora provo a rassicurarla, ripetendole più e più volte questo: "sai, Matilde, io ho parlato con la tua maestra, e lei sa che sei brava, ha visto che fai le schede e i lavori con impegno e bravura, sa che a volte la voce si nasconde ma che non ci sono problemi, per adesso va bene così, facciamo come abbiamo sempre fatto, e poi quando te la sentirai potrai parlare a scuola senza problemi, quindi stai tranquilla, che il compito della poesia era solo perché la maestra vuole insegnarvi a memorizzare le cose, è un allenamento della memoria che vi servirà tanto quando studierete le cose più avanti, e allora ha chiesto ai bimbi la poesia per vedere se avete tutti imparato a ricordarvela, e poi non devi preoccuparti perché l'hai detta benissimo e sei stata bravissima..."
Ce l'avrò fatta?
Tengo incrociate le dita e le chiedo: "Allora, Mati, possiamo inviare alla maestra il video della tua poesia?"
"Mmm. Oggi no. Domani no. Che ne dici, mamma, se gliela inviamo dopodomani?"
"D'accordo, aggiudicato per dopodomani. Dammi un cinque!"
All'insegnante il video l'ho mandato poco dopo, corredato dello spiegone di com'era andata la "trattativa" dopo il rifiuto del consenso. 
"Salve Chiara, 
grazie per avermi inviato il video, ammetto che sentirla per me è un'emozione.
Grazie anche per avermi spiegato tutto. 
Ho compreso bene la situazione e, nel rispetto di Matilde, riconfermo come già scritto sul quadernino che non ho bisogno di sentire la filastrocca per sapere quanto è brava.
Non vorrei mai sforzarla in questo, ma aiutarla nel superare i suoi timori. 
La mia porta comunque rimane aperta, Matilde può inviarmi i video quando vuole, anche "dopodomani" :-) .
Vi auguro una buona serata."
E con questo messaggio si preannunciano serate, ma soprattutto giornate, buonissime. 









domenica 24 settembre 2017

La scuola è promossa

Proprio così.
A una settimana dall'inizio delle elementari, il bilancio per Matilde è positivo.
Le piace molto. Le piace di più di quella prima. E' sempre entusiasta all'uscita, e ci racconta tutto. 
Beh, tutto tutto no. Nemmeno io probabilmente dicevo ogni cosa a mia madre.
Diciamo che si mette a parlare ininterrottamente. Quando esce, è un fiume di parole. Come diceva quella canzone.

"Allora, Matilde, com'è andata oggi?"
"E' andata benissimo!"
"Bene. Senti, ma la maestra come ti sembra?"
"Brava."
"E i tuoi compagni?"
"Bravi, tutti bravi."
"E c'è qualche compagno o compagna che ti piace?"
"La bambina che mangia sempre la frutta a merenda."
"Ah si? Che brava! E come si chiama?"
"Emilia."
"E com'è? Come ha i capelli?"
"Con la frangia, corti fin qui, neri".
"Ho capito. E dov'è seduta col suo banco, in aula?
"Davanti a me, ma un po' spostata in là."
"Ok. E quando fate merenda vi sedete vicine?"
"No..."

"Sai, mamma, che oggi abbiamo visto una cavalletta?"
"Davvero? E dove?"
"Nel cortile della scuola, quando siamo usciti."
"Ah, quando facevate l'intervallo?"
"Sì. E poi un bimbo si era avvicinato per prenderla, ma non era riuscito a prenderla!"
"Ah si?"
"Sì, e poi c'era anche una coccinella..."

L'allegra confusione del primo giorno. L'emozione, il ritrovo coi suoi vecchi compagni, le foto ricordo, il ritiro dei libri. In mezzo a tanti nuovi incontri, riconosci altre mamme, conosci nuovi compagni.
Una sola nota stonata: la bidella che aveva al primo anno di materna. Che aveva già dimostrato i suoi modi alquanto bruschi e indelicati.
Ci vede passare, ci riconosce, ci saluta. Ferma Matilde e le fa:
"Matildeee ciaooo! Ma non hai ancora imparato a parlare con me???"
Ecco. Nella calca della folla, faccio solo in tempo a fulminarla con lo sguardo, ma mi riprometto di parlarle. E così faccio, proprio il secondo giorno di scuola, appena dopo aver accompagnato mia figlia. La blocco e le dico l'essenziale. Di non insistere nel farla parlare, perché è peggio. Di lasciarla stare. Va subito sulla difensiva: ma io volevo soltanto che mi salutasse... ecco, appunto. No.
Glielo dico tranquilla e col sorriso, ma ferma e decisa. Il suo feedback mi fa capire che ha capito il messaggio.
Con alcune persone è davvero più efficace dire giusto due parole, il succo del discorso, piuttosto che intavolare una dissertazione sul mutismo selettivo. 
Questione di limiti. Anzi, di sensibilità.

La maestra Filomena, invece, ottima. Abbiamo già fissato un colloquio tra un paio di settimane, per confrontarci sull'andamento di questi primi giorni di scuola. Di conoscenza reciproca. E' anche disponibile a collaborare con la nostra psicologa, con cui abbiamo un incontro proprio domani.
Pian piano, prendiamo il ritmo.
La preparazione dello zaino la sera, la sveglia alle sette, la colazione e il brevissimo tragitto da casa a scuola.
I piccoli rituali. Prendendo spunto dalla pagina Facebook della Dr.ssa Anna Biavati-Smith, una valida logopedista pediatrica sardo-britannica, che si occupa nello specifico di mutismo selettivo e collabora con A.I.Mu.Se., ho messo in pratica un paio di suoi consigli per calmare l'ansia del rientro a scuola.
Ricavare un benessere positivo attraverso una stimolazione sensoriale: quella visiva (attraverso una foto di qualche caro o un'immagine di qualcosa di piacevole), quella olfattiva (attraverso un cartoncino sul quale attaccare pezzetti di carta o cotone profumati con aromi graditi), quella tattile (attraverso alcuni materiali più o meno lisci o ruvidi, morbidi o duri, piacevoli per il bambino da toccare).
E così ho proposto a Matilde di mettere nella tasca interna del suo zaino una foto di mamma e papà, in modo da averci sempre con lei.
Un altro piccolo suggerimento è quello di utilizzare un segnale fisico per far sentire la propria vicinanza e trasmettere sicurezza: mentre si cammina per mano, si può stringere tre volte la mano del proprio figlio, come a significare "ti" "voglio" "bene". Una sorta di codice segreto di affetto e calore.
E anche qui l'ho coinvolta in questo piccolo rituale, concordando con lei il gesto e il suo significato, e lo sto facendo ogni mattina mentre la accompagno a scuola. Mi piace.

Venerdì mattina, mentre ci stiamo mettendo le scarpe per uscire, Matilde mi dice:
"Mamma, ho un po' paura della scuola."
"Cos'è che ti fa paura?"
"Quando mi lasci a scuola."
"Ma ti ricordi che hai la foto di mamma e papà nello zaino? Così è come se fossimo sempre con te!"
"Mmm..."
"Anche nell'altra scuola, Mati, i genitori non c'erano in classe. Eravate solo voi bimbi e le maestre in aula. I genitori non stanno a scuola."
"Mmm..."
"E comunque, Mati, quando ci salutiamo all'ingresso e tu vai nella tua classe, io continuo a guardarti, e vedo che sei sempre bravissima."
Vedo che si è rasserenata. Stavolta ho indovinato. Questa risposta le è andata meglio.
Che cosa può nascondere, però, questa paura che ha cercato di esprimermi? Proveremo a sentire il parere della nostra terapeuta.

E allora via. Si riparte.
E' ricominciata anche danza. Lo stesso corso che faceva l'anno scorso.
Nelle giornate di prova, però, ha potuto provare anche il corso dei più grandi. E le piace di più, è stata pure bravissima.
Testa-spalla, baby, one, two, three.
Altro che tagliatelle della nonna Pina.
Adesso si fa sul serio.
:-)


martedì 12 settembre 2017

Aspettando il primo giorno

L'incertezza si va dissipando. 
La nebbia si va dissolvendo. 
Si vede sempre più nitido.

La riunione a scuola c'è stata pochi giorni fa. Abbiamo conosciuto una delle due maestre, quella di matematica/scienze/geografia/musica (mentre quella di italiano/storia/inglese sta per terminare la sua dolce attesa e andrà in maternità per quest'anno; l'avranno dalla seconda in poi).
La maestra si chiama Filomena, e quello che ci avevano detto su di lei lo abbiamo visto confermato: è molto gentile, dolce e disponibile. Ci hanno detto che è anche brava e giusta. Ci ha spiegato un po' tutte le regole su come funziona entrata, uscita e mensa, e dato la lista dei materiali da comprare. Alla fine della riunione le abbiamo chiesto di poterle parlare dieci minuti. 
Rimasti soli con lei, le abbiamo raccontato di Matilde: si è dimostrata molto comprensiva e collaborativa, e ci ha rassicurati sul fatto che la aiuterà. Ci ha anche raccontato che in classe con suo figlio, che fa la quinta proprio nella stessa scuola, c'è un ragazzino che ha la stessa difficoltà, e fa tutte le prove e le verifiche in forma scritta. La nostra classe, come le hanno già prospettato, sarà abbastanza vivace - ci riferisce la maestra. Speriamo non sia troppo problematica da gestire, e che la confusione non metta troppo a disagio Matilde. 
Insomma, incontro positivo. Almeno abbiamo dato un'anima e un corpo a questa entità misteriosa che era LA maestra. Per ora sono contenta. E aspettiamo di vedere chi sarà la sua collega, ancora sconosciuta, sebbene manchino pochissimi giorni all'inizio.
Tornata a casa ho raccontato a Matilde che siamo stati nella nuova scuola a conoscere la nuova maestra, e che abbiamo visto la sua classe, insieme ai genitori dei nuovi compagni. Non faceva domande ma mi seguiva. Le ho spiegato che avranno un giardino interno tutto per loro, da cui si accede direttamente dalle portefinestre della sua classe, dove durante l'intervallo potranno giocare tutti insieme. Mi sono raccomandata, come ci diceva la maestra, sulla regola del bagno, che funziona diversamente da come era all'asilo.
"Bisogna chiedere il permesso alla maestra alzando la mano" le ho detto, e le ho chiesto di farmi vedere come si fa. 
Quella sera, finita la cena, dopo che abbiamo giocato e parlato di altro, le dico:
"Allora, tra poco ci sarà il tuo compleanno, e poi, dopo qualche giorno, comincia la scuola nuova. Come ti senti? Sei felice?" 
"Sì, sono felice" mi ha risposto. 
Bene così, per ora. 
Mi sento più tranquilla anche io.

E così ci siamo goduti il compleanno dei sei anni.
Abbiamo preparato una festa a casa nostra, invitando alcuni amichetti: quattro compagni di asilo, due dei quali saranno in classe con lei anche alle elementari (Alice e Mattia) e tra i quali c'era anche la sua amica del cuore (Amira). E poi il cuginetto di nove anni, e la figlia di una mia cara amica. 
Il pomeriggio è trascorso in allegria, Matilde era contenta e ha sempre giocato insieme ai compagni. Abbiamo organizzato qualche gioco per coinvolgerli. Uno di questi me lo sono inventata: il maxi gioco dell'oca, coi bambini come pedine. Il percorso e gli imprevisti nelle varie caselle li ho disegnati io, mentre Matilde ha colorato i soggetti e le figure. E' stato un lavoro impegnativo, ma mi è piaciuto realizzarlo insieme a mia figlia. La vedevo entusiasta e partecipe. In questo modo, l'attesa del giorno desiderato diventava più divertente e meno noiosa. 
Tutto è andato benone, secondo le regole di ogni compleanno: giochi, torta, regali, saluti. 
Molti momenti della festa sono stati ovviamente immortalati, e alla sera mi ritrovo a scambiare foto e video con le mamme dei partecipanti. E, in mezzo ai messaggi, me ne arriva uno che mi scalda il cuore.
E' della mamma di Alice, sua ex e futura compagna di classe.
"Grazie a voi dell'invito, si sono divertiti un sacco, anche Matilde ho visto che era sempre a giocare! Alice ha saputo oggi che Matilde sarà con lei a scuola, era contenta e mi ha detto: così io e Mattia l'aiutiamo se fa fatica a dire qualcosa!"
Buon inizio a tutti.
:-)



lunedì 3 luglio 2017

Rispettare il silenzio

Il silenzio spiazza. 
Il silenzio mette a disagio.
Il silenzio fa paura. 
Perché fa cadere nel vuoto le parole. Ti fa affacciare al bordo di uno spazio diverso. 
Ma non necessariamente fatto di assenza. Uno spazio che è altro, un universo che ha le sue regole, la sua pienezza. Un mondo da scoprire. 
La vertigine spaventa. Ma solo superandola puoi vedere oltre. Puoi sentire oltre. 
Perché il silenzio ha la sua voce. Il silenzio parla.

Sta per finire la scuola, ma non solo: sta per finire un ciclo, quello della scuola materna.
Matilde continua ad essere la bambina dolce, serena e giocosa di sempre. 
Alla festa di fine anno ha partecipato coi suoi compagni alle coreografie preparate dalle maestre, sempre precisa e impeccabile. E anche molto disinvolta. Quando si tratta di muoversi con il corpo lei è sempre in prima linea. Le piace molto.
La nostra psicologa ci ha infatti consigliato di continuare a proporle attività che la coinvolgano sul piano corporeo, che le possano dare possibilità di espressione senza dover utilizzare per forza il canale verbale per comunicare.
Alla festa di fine anno è successa anche un'altra cosa: abbiamo fatto una sorpresa per le maestre, che è stata una sorpresa per tutti. Da un suggerimento azzeccatissimo della nostra psicologa, ho proposto alle mamme di realizzare, come regalo di fine anno alle maestre, un videomessaggio collettivo di tutti i bambini della classe coi loro saluti alle insegnanti. L'idea ha avuto successo: ogni genitore ci ha inviato il filmato fatto al proprio figlio e, dopo averli raccolti tutti, il mio compagno ne ha fatto un ottimo video editing, aggiungendo musiche di sottofondo e bellissimi effetti grafici. 
Potrebbe essere un modo - ci diceva la nostra terapeuta - di far entrare la voce di Matilde nell'ambiente scolastico, mediata in questo caso da un video, in un contesto però in cui non sia lei l'unica ad esporsi, sottolineando così nuovamente la sua "diversità", ma che sia invece sullo stesso piano di tutti gli altri bambini, in una situazione in cui a tutti è richiesto di fare la stessa cosa.
Il nostro grande papà però ha una marcia in più: ha avuto una magnifica trovata. Io avevo preparato un semplice testo introduttivo, che avevamo inizialmente fatto scorrere sullo schermo, accompagnato da uno sfondo musicale. Invece lui ha pensato: proviamo a farlo recitare a Matilde! Quel giorno mia figlia era particolarmente disponibile a collaborare, il mio compagno le ha proposto la cosa, e lei ha accettato volentieri di ripetere e farsi registrare. E' bastato poi qualche ritocco nel montaggio et voilà: la voce di Matilde fuoricampo che "legge" il testo, mentre scorrono le parole sullo schermo.
E così, quella sera, dopo tutte le esibizioni e la cerimonia della consegna delle pergamene ai bambini dell'ultimo anno, ci siamo raccolti tutti nel grande atrio, davanti alla lavagna multimediale, per annunciare la sorpresa. L'incredulità e la meraviglia che spunta nei visi quando inizia il video con una vocina delicata e misteriosa che recita: "Care maestre, un altro anno è trascorso e siamo cresciuti tanto, anche grazie a voi. Abbiamo vissuto insieme condividendo risate e fatiche, con la gioia d'imparare gli uni dagli altri...". Un brusio di sottofondo che domanda di chi sia quella voce. Che emozione negli occhi delle maestre! E soprattutto lo stupore negli altri compagni. 
Erano tutti radunati a terra, seduti vicini. Matilde era tranquilla e felice di stare in mezzo a loro; ha soltanto abbassato la testa per l'imbarazzo di vedersi durante i suoi dieci secondi di video. 
Credo che questa cosa abbia fatto bene a lei, ma di più ai suoi compagni. Perché - confrontandomi anche con la psicologa - per lei ha potuto rappresentare una sorta di "rivincita", qualcosa di cui esserne orgogliosa. Gli altri bambini, invece, hanno potuto avere una dimostrazione diretta, una risposta immediata alle loro domande. Hanno potuto conoscere - seppure per un attimo - la Matilde che conosciamo solo noi sei, due genitori e quattro nonni.
Emma, una delle sue compagne, durante la cena di classe, mentre eravamo tutti nel cortile del locale in attesa della pizza, mi fa, riferendosi a Matilde: "Lo sai che qualche volta ci parla nelle orecchie? E che una volta ha pianto perché le mancava la forchetta per mangiare!" Scoprire qualche retroscena della vita scolastica è davvero qualcosa di prezioso: conoscere le dinamiche che si instaurano in classe mi fa capire meglio com'è mia figlia.
E poi c'è da dire che i bambini, in generale, sono molto più semplici, autentici e spontanei. Hanno un'altra visione delle cose: ai loro occhi, una difficoltà che a noi sembra insormontabile, semplicemente non esiste, perché trovano altre risorse per gestirla e superarla. 
Non diventa un problema, ecco. 
Sanno stare con le diversità, in modo molto naturale.
Invece gli adulti trovano sempre l'occasione per sottolineare, far notare, ricalcare le differenze. E così mi sento infastidita ancora una volta dal commento di una mamma, non una qualunque o una estranea, ma una alla quale avevo avuto modo di spiegare nel dettaglio tutto il nostro percorso. Capisco che i commenti vengono fatti con assoluta buonafede, ci mancherebbe, ma mi chiedo cosa possano aggiungere, cosa possano significare... Sono semplici battute, certo, che però io non riesco ancora a ignorare. 
"Matildeee! Matildeee! Ma lo sai che io ho sentito la tua voce?!"

Per quanto uno lo provi a spiegare, lo provi a capire, lo provi a studiare, ne abbia conoscenza e competenza, non riuscirà mai a sentirlo, a provare come ci si senta. 
Il mutismo selettivo è un'esperienza
Un'esperienza personale
Questa affermazione mi ha colpito in modo particolare, ancora di più perché l'ha detta una ragazza speciale, che è anche la referente regionale dell'Umbria della nostra associazione A.I.Mu.Se. Ed è una ex-muta selettiva, che ha superato nel corso della sua adolescenza questa difficoltà.
Durante la riunione di noi referenti, che si è tenuta a Bologna a fine aprile, a seguito del convegno nazionale dell'Associazione, si parlava di come ci sia a volte, nei ragazzi più grandi, una consapevolezza diversa e a volte un vero e proprio rifiuto dell'aiuto terapeutico. E in un certo senso è comprensibile. 
Entrare "a gamba tesa" in questo aspetto è una forzatura non priva di conseguenze. Si tratta comunque di una fase del vissuto di quella persona. 
Che non va sottovalutata, ma nemmeno rimossa. 
Occorre rispettarla
Ed è anche per questo che sono contenta dell'approccio terapeutico che abbiamo intrapreso, perché tiene proprio conto di questa visione, che io, personalmente, condivido.










lunedì 7 novembre 2016

Una fiaba coinvolgente

Troviamo delle storie, delle favole per bambini, che parlino di voci e di silenzi, da leggere in classe, per coinvolgere Matilde e vedere come reagisce a questo tipo di stimolo sull'argomento. Cosa elabora, quali corde interiori le va a toccare. 
L'idea è della nostra amata maestra d'asilo, che sta prendendo a cuore in modo estremamente apprezzabile la difficoltà di mia figlia. 
Piena di gratitudine e di curiosità, cerco e mi informo.
Sul gruppo Facebook di AIMuSe, mi viene segnalato un testo: Acqua Dolce, di Andrea Bouchard. Consigliato però dai sette anni in su.
Va bene - dice la nostra maestra - proviamo a vedere, lo adatterò io.
Incomincio a leggere.

E' la storia di una bambina speciale, nata cadendo nel mare, nell'acqua di un'isola a forma di mezzaluna, l'Isola Verde, che si diceva fosse incantata, misteriosa, maledetta.
La bambina venne chiamata Acqua Dolce, perché le acque che circondavano l'isola erano stranamente dolci, prima di diventare, là più al largo, acque salate dove vivevano terribili squali.
Il padre le mise al collo un ciondolo portafortuna, una conchiglia a forma di mezzaluna, legata a una catenina: un simbolo per rappresentare il miracolo della sua nascita.
La bambina visse coi genitori per ventinove giorni nella splendida isola, con un gruppo di scimmie affezionate ad accudirla come baby sitter, un gabbiano e due delfini.
Poichè si narrava che chi rimaneva oltre un mese sull'isola veniva colpito dalla maledizione e non poteva più fare ritorno, la famiglia fuggì a bordo di una zattera. Durante la loro fuga, uno degli squali li attaccò e stava quasi per ingoiare la bambina, ma venne soffocato proprio dal ciondolo a forma di mezzaluna e dalla catenina che gli rimase impigliata tra i denti.
La bambina divenne triste dopo l'abbandono dell'isola e, una volta tornati ad abitare in città, si calmava solo a contatto con l'acqua. La mamma, per placare i suoi strilli disperati, era arrivata anche a costruirle un passeggiacqua, un passeggino che al posto della culla aveva una vaschetta piena d'acqua.
Poi, crescendo, Acqua Dolce si abituò a vivere come una bambina normale. O quasi. Sì perché da quando era nata, e fino ad allora, non aveva mai detto una sola parola. In compenso, nuotava coi delfini, dormiva con le tartarughe, e faceva altre cose strane e strabilianti.
I genitori, preoccupati del fatto che non parlasse, la portarono dai dottori, che però non riuscivano a trovare spiegazioni. Un dottore disse: "Sembra non parli perché non ne ha voglia". Il padre, infastidito, lo insultò, allora il dottore disse che aveva capito: "La bimba non parla perché non vuole diventare maleducata come voi genitori!"
Il padre cadde in depressione, non si capacitava del fatto che la figlia non parlasse. La madre, invece, diceva che non importava se era silenziosa, la sua piccola era stupenda, sapeva fare tante cose, le voleva bene così. La bambina, del resto, non sembrava affatto esserne preoccupata, era sempre allegra e sapeva fare tante cose, anche molto difficili.
Il primo giorno di scuola, alle elementari, Acqua era felice di poter conoscere nuovi compagni. La madre era invece nervosa, si raccomandava che si comportasse bene.
La maestra, quando all'appello arrivò il turno di Acqua Dolce, disse: "Attenzione, lei si chiama Acqua, non sa parlare, siate buoni con lei e aiutatela". I compagni invece la presero in giro, per il suo nome insolito. La maestra la credeva sorda o stupida, così le ripeteva più volte le cose perché pensava che la bambina non capisse. La imboccava, persino, e Acqua si sentiva in imbarazzo, ma non diceva nulla, perché non voleva deludere la madre che si era tanto raccomandata di ubbidire alla maestra.
Acqua però si stufò: un giorno chiamò il suo amico gabbiano che, volando come sempre sulla sua spalla, cominciò a fare un gran baccano per tutta la classe. Un'altra volta, Acqua, che stava insegnando ai suoi compagni le cose più strane, si mise a far gareggiare le lucertole e una scappò sulla cattedra della maestra, che si spaventò e si arrabbiò molto.
E così Acqua fu sospesa per tre giorni.
Ma quando tornò a scuola, ne combinò una ancora più grossa: lasciò aperti tutti i rubinetti dei bagni e allagò l'intera palestra.
La madre la mise in punizione: niente più zoo né acquario, dove la bambina andava sempre. Acqua divenne una bambina triste. "Devi diventare una bambina normale" le disse la madre, e la portò in una scuola diversa, anche perché là il direttore non la voleva più vedere.
La madre, nel periodo in cui Acqua rimase a casa da scuola, le insegnò a scrivere. Ma tutti i giorni la bambina correva in camera sua a piangere. Anche il padre era diventato triste, e muto come lei.
Acqua, visto che aveva imparato a scrivere, un giorno scrisse alla madre un biglietto: "Mamma, adesso sono cambiata, voglio essere una bambina normale, ti prego fammi tornare a scuola, ti voglio bene, non voglio deluderti più".
Tornò così a scuola, era brava in tutte le materie, ma non sorrideva più, e non giocava più con gli altri bambini.
I suoi compagni erano affascinati dalle sue straordinarie capacità di fare capriole, salti mortali, camminare sulle mani, e molte altre cose. Ma lei stava sempre sulle sue. Tra le sue compagne ce n'era una più tranquilla delle altre, e affascinata dal suo silenzio: Arianna, che divenne subito molto amica di Acqua Dolce.
Al suo decimo compleanno, la madre, pur di non vederla sempre così triste, volle far fare a sua figlia la cosa che più desiderava.
Acqua decise di andare al mare da sola.
Lì, sulla spiaggia, avvenne l'incontro magico della storia di Acqua, l'incontro con il Capitan Seppia, un vecchio marinaio che portava una folta barba bianca e sul petto un curioso ciondolo, una conchiglia proprio a forma di mezzaluna. Dopo averle chiesto il suo nome, e dopo che Acqua glielo scrisse su un biglietto, il marinaio disse: "Io lo so perché non parli. Tu sei un pesce fuor d'acqua. Trova il tuo mare e potrai parlare".
Acqua era confusa, spaventata, ma attratta da quel ciondolo, ed emozionata alle parole che aveva detto il vecchio: avrebbe davvero potuto aiutarla a parlare? Le batteva forte il cuore.
Il Capitan Seppia, dopo aver raccontato ad Acqua della terribile avventura sull'Isola Verde e di come riuscì a salvarsi dagli squali che avevano invece divorato i suoi compagni, chiese alla bambina, estremamente incuriosita dal suo ciondolo, se voleva prenderlo per guardarlo meglio da vicino. Acqua lo indossò, e quando si mise la conchiglia al collo disse: "E' BELLISSIMA".
Aveva pronunciato per la prima volta quelle due semplici parole come se avesse da sempre parlato. Ma subito se lo tolse e scappò via.
Tornata a scuola, Acqua Dolce progettava in quei giorni la fuga all'Isola Verde, di nascosto da tutti, genitori e maestra. I compagni accettarono volentieri di accompagnarla in quell'avventura verso l'Isola, perché le volevano bene e volevano aiutarla.
Il viaggio fu rocambolesco, ma alla fine ci riuscirono: arrivarono sulle spiagge dell'Isola Verde. Appena Acqua l'avvistò, dalla barca su cui stavano viaggiando, gridò con tutta la voce che aveva in gola: "Acquaaaaaa!!!"
La missione era cercare la sua conchiglia, ma nei giorni che rimasero sull'isola, la bambina e i suoi compagni si divertivano così tanto che se ne dimenticarono. Acqua era così contenta di poter parlare che lo faceva con tutto e tutti, sicura che la capissero.
Trascorsero diverse giornate, ma il compagno che si era incaricato di tenerne il conto si dimenticò di continuare a farlo, e ormai non sapevano più da quanti giorni erano lì. Provarono allora a tornare indietro, ma furono attaccati dai terribili squali.
Magicamente, comparve il Capitan Seppia, che riuscì a salvarli tutti. Il capitano regalò ad Acqua il suo ciondolo.
I genitori di Acqua erano al colmo della gioia nel sentirla parlare. Capirono quanto l'isola era importante per lei e le promisero di ritornarci.
Acqua era diventata molto amica di Arianna, con cui giocava e scherzava allegramente. Adesso non aveva più paura che la prendessero in giro, perché sull'isola si era sentita finalmente capita e amata da tutti i compagni.
Tornata in città, Acqua parlava proprio con tutti quanti. Talmente tanto che a volte la gola le bruciava, allora la madre le toglieva per qualche giorno il ciondolo e lei si godeva il silenzio. Aveva poi cominciato a farlo anche lei: le piaceva togliersi il ciondolo per un po', perché così sentiva meglio i profumi, i colori, il vento.
Fece anche un gioco con l'amica Arianna. Preparò un ciondolo uguale al suo, e le disse: "Me lo ha dato il Capitan Seppia. Se lo porti stando in silenzio, senza parlare, potrai imparare a farti capire dagli animali come faccio io. Ma attenta, perché se parlerai, se dirai anche solo una parola, rimarrai muta per sempre. Sei abbastanza coraggiosa da provare?" Arianna stava al gioco, e vedeva che funzionava: i gabbiani si avvicinavano a loro due, sedute silenziosamente sul molo. Pensò che il ciondolo fosse davvero magico.
Giocavano e si divertivano, e divennero sempre più amiche, legate da questo identico portafortuna.
Acqua, Arianna, Marco e Luca avevano formato un gruppetto stabile di amici, tutti quanti col ciondolo appeso al collo, divertendosi a fare il gioco del silenzio.
Acqua era felice e si sentiva davvero amica di tutti i suoi compagni. Ma era un po' scontenta, le mancava l'isola.
Ogni tanto, andava a trovare il Capitan Seppia, e rimaneva sulla sua barca anche a dormire. Le piaceva dormire lì, con le onde a cullare il suo sonno.
Acqua sognava di vivere su una barca e quando il marinaio Brezza, amico del capitano, cogliendo esattamente il suo desiderio, le propose di darle in regalo la sua vecchia imbarcazione, la ragazza accettò entusiasta.
E Acqua riuscì a rimetterla a nuovo: raccolse i soldi necessari al restauro della barca, organizzando spettacoli coi delfini, dove era lei stessa a ripetere quello che gli animali le mostravano di fare. Erano spettacoli all'incontrario.
La barca venne terminata che lei aveva quindici anni, e la chiamarono Arcobaleno.
La storia termina con un dolce sentimento d'amore: quello che sentono nascere dentro di loro Acqua Dolce e il figlio del marinaio Brezza.

E' un racconto articolato, sicuramente ricco di spunti per suggerire riflessioni e pensieri.
La nostra maestra ha anche pensato di poter cogliere alcuni elementi della storia, per proporre piccoli laboratori da realizzare in classe coi bambini. Ad esempio, creare il ciondolo portafortuna con laccetti e conchiglie.
E dato che il libro, di oltre cento pagine, ha purtroppo pochissime illustrazioni, la nostra maestra ha persino cercato e stampato le immagini di tutti i personaggi e gli scenari della storia.
Sono davvero curiosa di vedere cosa scaturirà dalla lettura collettiva di questo libro...


venerdì 28 ottobre 2016

Il percorso verso la voce

In modo millimetrico, avanziamo.
Avanza. 
Sì, perché io, anzi noi, siamo con lei. Ma è lei a metterci del suo. 
La sua forza, la sua volontà, le sue risorse.
Per trovare quella che è la sua modalità.
Attenzione, però: maneggiare con cura
Perché è come un animaletto, uno di quelli che le piacciono così tanto.
Una lumaca, una tartaruga, un riccio. 
Sempre per restare in tema slow, appunto.
Un animaletto che spunta fuori soltanto quando non avverte minacce intorno a sé. Ma che, non appena le sue antenne sempre all'erta captano anche un minimo pericolo, è subito pronto a scattare in ritirata. 
Pluff
Dentro la corazza, di nuovo al sicuro.
Ecco.
Il percorso verso la voce - o meglio, verso la sua voce davanti agli altri, davanti all'altro - è fatto di movimenti lenti, di tappe non dette, di traguardi impercettibili.
E a volte di passi indietro. Come nel ballo del pinguino.
Sempre per restare in tema di animali, appunto.
Avanti. Indietro.
Avanti, avanti, avanti.
E poi di nuovo daccapo.
Ma ogni passo avanti è una conquista, e ogni conquista comporta una fatica.

Una di queste ultime "fatiche" di Matilde è stato iniziare a spostare la sua bocca - quando vuole dirmi le cose in presenza di persone con le quali non parla - dal mio orecchio al mio naso.
Mi fa troppo solletico nell'orecchio! - le ho detto.
Eravamo una sera a casa dai nonni, che sono poi i miei genitori, in compagnia degli zii. Matilde ovviamente era entrata subito in modalità silenziosa appena loro erano entrati in casa. 
Non proprio silenziosa, bisogna precisarlo. Perché lei comunque continua a fare i suoi giochi allegri, a fare la "matta", a ridere, fare boccacce, mugolare, ridere ancora più forte, sbuffare, ringhiare, lanciare i suoi urletti. Il silenzio completo è abbastanza raro. Forse a scuola, ecco. Forse lì sorride, usa i gesti, le espressioni. Qualche suono. Non lo so, questo. Devo indagare in merito.
Dunque dicevamo: a un certo punto, mentre siamo lì in salotto a parlare di mal di schiena, di ginnastica, di pilates, di esercizi difficili - e mia zia prova sul tappeto a mostrarceli tutti - Matilde mi prende per mano e mi trascina nell'altra stanza. 
Lì, finalmente sole, mi dice, sempre a bassa voce, appiccicata al mio naso: "Mamma, chiamali tutti in camera da letto!"
Allora ci provo. Ti metto alla prova, piccola mia: "Se vuoi invitarli di là, chiediglielo tu!"
Sbuffa, ringhia, si infastidisce. Sa che può farlo, ma che non riesce. 
Io non voglio insistere, ma nemmeno cedere. 
Contrattiamo.
"Senti Matilde, facciamo così: tu puoi dire la parola mamma, una sola parola, e poi io dico la frase per invitarli. Va bene?"
Affare fatto.
Torniamo in salotto: mi siedo, mi salta in braccio, preme il suo naso al mio, afferra i miei capelli e li sistema ai lati delle nostre guance, a mo' di tendina. E in questa stramba posizione, per cercare di stare il più possibile nascosta, sussurra pianissimo "mamma".
Io allora li invito, e così andiamo tutti in camera ad applaudire Matilde felice, che si esibisce per noi in mille capriole sul lettone. 
Immagino quanto le sia costato, quel sussurro. Quanto le sia costata, quella negoziazione. Ogni volta deve lottare con l'animaletto che le imprigiona le parole nella gola.
Lo sa che può, che sa farlo, che sa parlare. E lo sa che noi lo sappiamo. Ma non ci riesce. E' più forte di lei. E' più grande di lei.
E allora, ogni volta che qualcuno insiste nel dirle "ma io so che sai parlare, io ho sentito la tua voce", ecco, ogni volta io immagino che Matilde pensi: certo, certo che so parlare, vorrei farlo, ma non ci riesco, quindi non ripetermelo, non farmelo ricordare, anzi fammelo proprio scordare, così io mi rilasso e nel gioco spensierato mi lascerò andare.

Comunque, Matilde è davvero brava nelle capriole.
Mi sono sentita orgogliosa, quando una delle sue due insegnanti di gioco-danza mi ha inaspettatamente detto: "Sai, Matilde è molto migliorata. Si fa coinvolgere molto di più, si impegna tanto, è davvero brava".
E io subito a puntualizzare: "Mi fa piacere! Però ha questo blocco, che la fa sentire agitata nel parlare, anche a scuola con la maestra che ormai conosce da anni..."
"Sì, ma non preoccuparti, perché è molto migliorata, vedo che fa proprio tutto".
Evvai, grande Matilde! Certo, non mi aspetto che parli alle lezioni di danza, o a quelle di musica - dove anche qui la disponibilissima insegnante è al corrente della sua difficoltà e dà ogni volta una valutazione molto positiva su di lei - ma che faccia un'attività che le piace, stando comunque in mezzo agli altri, in un ambiente sereno e rilassato.

Il percorso verso la voce passa anche da prove e tentativi.
Forse, anzi sicuramente, anche da sbagli ed errori.
Ma soprattutto da idee.
E così - grazie fondamentalmente all'estrema disponibilità della nostra carissima insegnante dell'asilo - ho proposto a Matilde di registrare un messaggio vocale per lei, per la sua maestra. 
Santa tecnologia! Il metodo dei messaggi vocali di whatsapp lo avevamo già utilizzato per comunicare con le sue amichette del cuore. A Matilde piace molto. E anche nel registrare frasi per la maestra era molto contenta. Davvero entusiasta. Tanto che ci aveva preso gusto e, dopo ogni messaggio, ne voleva fare subito un altro, e poi un altro ancora.
La voglia di comunicare ce l'ha. Si sente, si vede.
Cosa succede allora a scuola? Perché, invece di scoppiare a piangere quando vuole qualcosa che non riesce a esprimere, non tira fuori le sue risorse, il suo coraggio, e prova a dire cosa c'è? 
"Ma io a scuola non ho la voce".
Questo mi ha detto lei. Così mi ha risposto.
"Ma come, Mati? E dov'è finita la tua voce?"
"Ehm... nella mia buchetta!"
"Allora dobbiamo ricordarci di prenderla!"
Ecco.
Prossima tappa: tirare fuori la voce. Dalla buchetta.