Questo sarà un post suddiviso in maniera molto schematica in paragrafi.
Perché quando occorre riassumere tutti gli avvenimenti tralasciati in questo tempo, occorre metodo.
Razionalità.
Sono rimasta indietro, sì. Ma recupero subito con grande slancio.
Che lo spirito della concisione venga a me.
TERAPIA
Ci chiama subito dopo Natale una nuova neuropsichiatra infantile: sarà lei a prendere in carico Matilde d'ora in poi, avendo la bimba compiuto sette anni. Dalla voce sembra giovane, gentile, disponibile. E così è: al primo incontro siamo andati noi genitori insieme a nostra figlia. Mentre noi firmavamo cose burocratiche, lei si è rivolta a Matilde chiedendole se volesse fare un disegno, e lei ha accettato. I modi dolci e pacati della dottoressa ci hanno rassicurato sulla qualità della relazione che si sarebbe instaurata con nostra figlia, e anche con noi. Impressione distante anni luce dall'impatto avuto con quella neuropsichiatra infantile che ci capitò quando all'inizio ci rivolgemmo al servizio, come già descritto qui. Terminate le procedure formali, la dottoressa - a Matilde avevo spiegato che saremmo andati da una signora per avere consigli sulla sua situazione di difficoltà nel far uscire, a volte, le parole - ci ha fatto accomodare fuori nella sala d'attesa, rimanendo da sola con la bimba in quel piccolo, quasi minuscolo, studio. Mentre io e il papà svolgiamo il compito appena assegnatoci - la compilazione di un questionario su alcune caratteristiche comportamentali osservate sulla bambina - ci chiediamo come starà andando l'incontro là dentro. Quando veniamo richiamati nello studio, troviamo Matilde sorridente, seduta dove era prima, ovvero di fronte alla dottoressa, e sulla scrivania un foglio con alcune parole colorate, scritte in stampatello con la sua calligrafia. "Abbiamo fatto un piccolo lavoro sulle emozioni" ci dice la neuropsichiatra. Poi, rivolgendosi a Matilde: "Adesso vorrei che per ognuna di queste parole mi dicessi - puoi scegliere se dirlo all'orecchio di mamma o a quello di papà - quando succede che ti senti così. Ad esempio: quand'è che Matilde si sente felice?". Matilde, dopo un attimo di esitazione, si avvicina al mio orecchio e sussurra: "Quando il papà mi compra le figurine delle LOL." Io ripeto a voce alta le sue esatte parole, e la dottoressa le annota sotto alla sua prima parola: Felicità. Sul foglio sono scritte altre quattro emozioni, e il gioco va avanti allo stesso modo per tutte le voci annotate. Matilde dà quel tipo di risposte che ci si aspetterebbero da una qualsiasi bambina della sua età, e alcune ci strappano un sorriso. Per la Tristezza ha risposto: quando mi fa male l'orecchio. Con Disgusto ha detto: quando mangio il kiwi. Alla voce Rabbia ha specificato: quando mia sorella mi disturba. Infine, con l'emozione della Paura ha risposto: quando devo andare in camera mia da sola al buio.
I successivi incontri - la dottoressa ci ha proposto finalmente un percorso di sedute a cadenza mensile - sono avvolti dal mistero, perché si svolgono a tu per tu tra lei e la neuropsichiatra. Abbiamo provato a interrogare Matilde, incuriositi, ma lei non lascia trapelare nulla: è un segreto, ci dice. Mi ha concesso soltanto di sapere che fa dei disegni, e fanno attività con alcuni libri. Scopriremo di più nelle prossime puntate. L'importante è che la stiamo vedendo serena nell'affrontare questa novità.
DANZA
Non ne avevo ancora accennato, comunque a settembre Matilde - e anche la sorellina, nel corso propedeutico per i piccoli - ha iniziato a frequentare un corso di danza moderna in una nuova scuola, abbandonando la precedente associazione dove aveva ballato per un paio d'anni. Ha scelto lei stessa di voler iniziare questa esperienza. Un piccolo salto nel buio, rispetto a quello che già conosceva. Non era così scontato che potesse affrontarlo. Alla prima lezione di prova le è piaciuto tutto: la nuova insegnante, le nuove compagne, la nuova palestra, le nuove musiche, i nuovi movimenti. E così l'abbiamo iscritta volentieri, sebbene l'impegno delle ore di allenamento fosse maggiore.
Non ho voluto parlare subito di mutismo selettivo all'insegnante di danza: mi sembrava di andare ad imprimere un'etichetta - non so come dire - eccessivamente medicalizzata, di cui in quel contesto si poteva fare a meno. Errore. L'ho capito dopo. Lì per lì, comunque, in maniera anche frettolosa - perché nell'andirivieni degli spogliatoi si fa fatica a trovare un angolo tranquillo per parlarsi - spiegai all'insegnante di danza la tendenza di Matilde a intimidirsi nelle situazioni nuove, ad avere i suoi tempi da rispettare nelle relazioni, e accennai al fatto che comunque non c'era da forzarla, ma soltanto aspettare che fosse lei ad aprirsi. Mi sembrava, in questo modo, di poter lasciare a Matilde un'occasione aperta, la libertà di provare a spiccare il suo volo verbale.
Invece, nel mio non detto, c'erano tutti gli spifferi dell'incompleta spiegazione, della parziale realtà, dei tasselli mancanti per la comprensione. Così, dopo un paio di mesi, mi decisi a parlare chiaramente all'insegnante. Nella lunga telefonata mi accorsi di quanta sintonia avevo scoperto. Ci siamo capite al volo: mamma anche lei di un bambino poco più grande di Matilde, che ha qualche difficoltà col linguaggio. E' stato bello rendersi conto di questa vicinanza, di questa solidarietà. Da quel momento sento che il rapporto con l'insegnante è migliorato: c'è più fiducia, c'è più collaborazione. Anche lei si rapporta a Matilde in maniera più consapevole: la protegge quando le compagne di danza insistono, in buona fede ma con eccessiva pressione, nel volerla sentir parlare; la loda e la corregge, spronandola in maniera positiva, e spiegandole che la correzione non è una nota negativa ma uno stimolo a migliorarsi; la consola quando la vede smarrita e in lacrime nell'atrio, perché la mamma ritarda a tornare a prenderla al termine della lezione (è successo una volta, mea culpa; ma avere imprevisti da dover gestire credo sia naturale e sano, ci si deve piano piano abituare alle cose della vita, comprese queste).
A proposito di imprevisti, ne è successo uno molto strano il mese scorso a teatro, dove era in scena lo spettacolo di tutta la scuola di danza dedicato a un musical anni venti e alla figura della donna. Era la seconda volta che eravamo a teatro, dopo l'esibizione di Natale. Stava ballando proprio il gruppo di Matilde, quando, a pochi secondi dal termine del balletto, piombiamo nel buio e nel silenzio. Un blackout improvviso. Tutti siamo sorpresi e disorientati. Ci sono voluti quaranta minuti buoni per capire il disguido e risolverlo, però a quel punto l'ora si era fatta troppo tarda per proseguire con il resto dello spettacolo, e così tutto era stato rimandato - e l'intero spettacolo ripetuto poche settimane dopo. In quei frangenti, mentre si era creato sul palco tra le compagne di Matilde un clima da ricreazione, allegro, confuso e festaiolo, lei la vedevo invece piuttosto smarrita e bloccata, seminascosta tra le quinte, non sapendo bene cosa fare. Gli stessi maestri di danza erano increduli e impegnati a capire come gestire l'inghippo. Non era semplice lasciarsi andare a una situazione improvvisa e imprevista. Ma è servito anche questo, ne sono sicura. Rientrando a casa, nel commentare con Matilde la serata, ho ribadito: "Non importa, Mati: più balliamo più ci divertiamo!".
SCUOLA
La seconda elementare è iniziata insieme ad una nuova insegnante di italiano, o meglio, è tornata alla sua cattedra dopo un anno di maternità l'insegnante di ruolo. Come Adelaide in prima, anche la titolare Annalina è molto gentile e disponibile. Davvero, non potevamo chiedere di meglio, e questo è già molto. Al colloquio di novembre, mi mostrano già il nuovo PDP (Piano Didattico Personalizzato) che come l'anno precedente contiene gli strumenti compensativi per sopperire all'esposizione orale in classe, sostituita anche quest'anno con le videoregistrazioni dei compiti di lettura, poesie e tabelline, fatte a casa e inviate via cellulare alle insegnanti. Matilde era già abituata a farle e, pur cambiando insegnante, ha continuato allo stesso modo senza problemi. In quell'occasione, al primo incontro con le insegnanti, ho consegnato loro anche la nuova Guida di AIMuSe, "Momentaneamente Silenziosi", che hanno ricevuto volentieri.
Matilde è sempre serena, ben inserita, con un buon rendimento. Miglioramenti nei mesi trascorsi ce ne sono stati. Primo: ha allargato il suo cerchio di amicizie, inteso come amiche con cui parla all'orecchio - oltre a Giulia, le maestre mi riferiscono che l'hanno sentita sia con Alice, che con Emilia. Secondo: piange di meno in classe, non che piangesse spesso, ma mentre prima la sua reazione di fronte all'errore era quella delle lacrime, ad esempio quando si accorgeva di aver sbagliato una consegna, adesso succede sporadicamente, e anche se la motivazione data da Matilde è ufficialmente il volere la mamma, le insegnanti ormai capiscono che la causa del pianto è la frustrazione, o delusione, di fronte allo sbaglio. Terzo: partecipa sempre di più, alza la mano quando vuole intervenire - poi si alza per andare alla lavagna a scrivere il suo contributo - e le maestre, soprattutto l'insegnante di matematica, Filomena, vedono che ha proprio voglia di interagire, e che "non è una bambina repressa" come testualmente mi ha riferito Filomena.
Tutta la parte dell'ansia, infatti, Matilde non ce l'ha. La nostra psicologa, che incontra un paio di volte all'anno le insegnanti, ci ha confermato che il lavoro da fare è piuttosto sull'ipercontrollo, sul far calare la sua eccessiva attenzione a mantenere il freno tirato, anche sfruttando momenti apparentemente non strutturati, non programmati, che la colgano alla sprovvista, così da disinnescare il suo meccanismo di protezione che è il silenzio. In effetti, in una conversazione che ho avuto recentemente con Matilde, mi ha fatto capire quanto il focus del suo disagio sia spostato su un altro elemento, che non è la paura. Quella sera stavamo parlando - lei mi stava parlando - di un gioco dei Lego che desidera molto, allora ho colto la palla al balzo per provare a negoziare, dicendole: "Vediamo a giugno, Mati, quando finisce la scuola: se continuerai ad impegnarti nelle materie, ad avere bei voti, e anche a fare quella cosa che che non ti riesce ancora bene, parlare con le maestre". Sono consapevole che il sistema di premi-e-punizioni non è consigliato, perché tende a minare ulteriormente l'autostima dei bambini con mutismo selettivo, ma visto che insisteva molto con quel giocattolo, ho voluto provare a forzare per vedere cosa succede. Sull'onda del discorso ho quindi provato a chiederle:
"Cos'è che trovi difficile, Mati? Cosa senti? Paura? Vergogna?"
"Vergogna."
"E pensi che riusciresti a dire qualche parola all'orecchio delle maestre in classe con gli altri compagni, oppure quando sei da sola tu con la maestra?"
"Da sola con la maestra."
"E con quale maestra pensi che potresti iniziare a provare?"
"Filomena."
Le ho fatto capire che non deve fare tutto subito, ma un poco alla volta, un piccolo tentativo, magari. Poi, se si trova bene nel fare quella prima prova, può continuare, sempre facendo un passo dopo l'altro, piano piano. Vedevo che mi ascoltava con attenzione, e sembrava che si stesse figurando l'idea. Le ho fatto capire che in questo modo le insegnanti possono sapere meglio le sue risposte a voce, sapere se hanno spiegato bene, o se c'è qualcosa che lei magari non ha capito e che occorre che la maestra ripeta. Insomma, ho cercato con queste parole di farle un po' capire e immaginare di poterlo fare.
Ma lei ha dichiarato chiaramente il suo intento. O perlomeno quello che potrebbe essere il suo desiderio. O forse è solo un procrastinare un impegno che per il momento non si sente ancora pronta ad affrontare. Un giorno, parlando col papà, che le aveva chiesto appunto se lei se la sentisse di parlare con le maestre, Matilde rispose: "Lo faccio in terza."
Terza elementare: la promessa.
AMICHE
Se la guardi alle feste di compleanno, o nel cortile dove ci fermiamo dopo la scuola noi mamme col gruppo di bimbe, oppure quando invitiamo amiche a casa nostra o lei è invitata a casa loro, non si direbbe che sia una bambina con problemi d'ansia. Anzi. Gioca, viene coinvolta, si butta nella mischia durante i balli di gruppo, corre e si scatena (le è sempre piaciuto il gioco adrenalinico) senza mai risparmiarsi. Certo, tutto senza parole. Ma a volte no. A volte è successo.
Ci siamo accorti però che va spronata. E' come se, dicendole "dai, Mati, non vedi che ci siamo solo noi?", lei ricevesse una sorta di autorizzazione, oppure qualcosa che le dà lo stimolo per rendersi conto che effettivamente può.
Un giorno stavano giocando a "strega comanda colore" nel cortile davanti a scuola, nel punto dove noi genitori facciamo comunella e i bimbi trovano una valvola di sfogo dopo essere stati otto ore in classe. C'era il papà, la sorellina Michela, e Matilde insieme a Giulia. Ognuno diceva il colore, e quando toccava a lei lo sussurrava all'orecchio della sua amica. Al che il papà le dice la frase di incoraggiamento, e da quel momento Mati ha cominciato a dire il colore a voce udibile.
E' capitato poi che, una seconda volta, giocando con un gruppo di amiche un po' più numeroso, Matilde avesse comunque iniziato a pronunciare normalmente il nome del colore da trovare, a tono un po' basso ma comunque a voce, senza usare l'espediente del sussurro all'orecchio; se non che, a un certo punto, una di queste sue compagne, Aurora, frequentatrice meno assidua del nostro ritrovo post scuola, meravigliata dalla novità, è corsa dalla sua mamma ad annunciarle "Mamma, vieni a sentire! Matilde parla!" smorzando immediatamente, come si può ben immaginare, la sua iniziativa.
Devo dire che le amiche tendono, in buona fede certamente, a proteggerla molto. A chiederle le cose proponendole sempre la modalità di risposta gestuale, con il dito su che significa una cosa e il dito giù che significa l'altra. A cercare di intervenire al posto suo quando le rivolgono le domande o quando la maestra le passa il turno di parola. Perché Matilde, sì, alza la mano e chiede così di intervenire. Poi, ecco, va alla lavagna a scrivere il suo contributo, però intanto partecipa.
Però la sua possibilità di fare un tentativo vocale, magari avvicinandosi all'orecchio della maestra, come varie volte viene spronata a fare, risulta, come dire, inibito dall'intervento delle amiche. Questa eccessiva protezione potrebbe rivelarsi controproducente, sebbene sia un atteggiamento da vedere di per sé come benevolo. Occorre invece che Matilde venga stimolata, lasciandola provare.
Ormai tocca a lei, adesso.
SORELLINA
Il rapporto con la sorella Michela di tre anni e mezzo è in generale buono: sono affezionate, si cercano, giocano spesso insieme al gioco simbolico oppure ai giochi in tavola, condividono molto. Certo, Matilde, a volte, dice che sarebbe bello non avere una sorella, mentre quella invece le fa le moine tutta affettuosa dicendole tu sei la mia sorellina, ti dò un bacino!
Michela sta crescendo, e crescendo si accorge di quello che fa la sorella, dei suoi comportamenti, e anche del suo silenzio che si manifesta in certi contesti, ovviamente non quello scolastico, perché la piccola non sa come sia Matilde in classe, ma a casa dalla nonna paterna sì (Matilde aveva smesso di parlare coi nonni paterni più di due anni fa, non abbiamo mai saputo il motivo; poi morì il nonno paterno ed è rimasta solo la nonna) o in presenza degli zii materni.
Ci sono stati due episodi in cui Michela ha rivolto a noi adulti la famosa domanda sul perché. La prima volta era a casa di mio padre, io ero uscita con la mia amica a cena - una delle poche volte che riesco a dedicare tempo alle uscite - e le bimbe erano rimaste con la zia Patty, sorella di mia mamma. Lì, in bagno, mentre si stavano preparando per la notte, la piccola chiede alla zia: "Ma cos'ha fatto la Mati?". Matilde era già andata in camera. La zia, pensando si riferisse a quello che la nipote aveva fatto poco prima in bagno, ha risposto: "Ma niente, Michi, ha solo fatto la pipì!". Non era quello, però, l'argomento che intendeva, e infatti ha replicato: "No! Perchè Matilde non parla?". Al che, presa in contropiede, la zia ha abbozzato la risposta che tutti noi adulti abbiamo imparato a dare quando ci viene rivolta la fatidica domanda. Ascoltata la spiegazione, che a volte capita che la voce faccia fatica a uscire ma che poi quando se la sente riesce perfettamente a parlare eccetera eccetera, Michela ha sentenziato: "Io ce l'ho la voce!" quasi come a volersi differenziare, o comunque ribadire uno stato di fatto.
La seconda volta Michela era con me, in casa nostra, mentre le stavo riepilogando l'organizzazione di quella giornata, in cui ero impegnata in un incontro referenti A.I.Mu.Se., per cui le bambine sarebbero andate col papà dalla nonna paterna e noi ci saremmo riviste il giorno dopo. "Allora, Michi, il papà vi accompagna tu e Mati dalla nonna, e poi noi ci vediamo domani". "Ma Matilde dalla nonna non parla!". Lo sa. Sì. Se n'è accorta. Mica è tonta. E quindi cosa le dico? Le dico quello che dico ogni volta. Correggo la versione: dico che è vero, ma smentisco, non sempre lo fa, solo a volte, quando non se la sente, eccetera eccetera. L'avrò convinta? Non mi sembra molto. Allora mi viene un'idea. Glielo spiego con "La Fragolina di Nicholas", la storiella raccontata da Daniela Conti per spiegare il mutismo selettivo ai bambini, che è anche il titolo appunto del suo libro. E così comincio a dirle: "Sai, è come se Mati, a volte, avesse una specie di fragolina, qui, nella gola, che non fa uscire le parole...". Michela mi guarda col sopracciglio alzato e mi fa: "Una fragolina???" col tono di chi chiede machestaiaddì? Mamma, tu non me la racconti giusta, dì la verità! L'avrò impressionata? Dopo ho cercato di recuperare, spiegando meglio, ma intanto chissà che idea si sarà fatta.
Parlandone con la psicologa che ormai da due anni e mezzo ci segue, il consiglio è quello di rispondere a Michela e alla sua domanda sul perché, con la cosa più ovvia che a noi non era venuta in mente, dicendole: chiedilo a Matilde. Ormai la piccola ha un'età in cui la curiosità è il motore della crescita, quindi è giusto che possa rivolgere alla sorella maggiore le sue domande, e Matilde a sua volta deve essere consapevole - noi glielo dobbiamo dire - che è già in grado di fornire risposte alle curiosità della sorellina.
Sono convinta che Michela possa essere sempre più una risorsa per Matilde, in questo percorso verso la voce. In che modo, è ancora da vedere, ma si sta pian piano dimostrando un potenziale pungolo per non permettere troppo a sua sorella di adagiarsi nella sua comfort zone silenziosa.
Come dicevo, Matilde ha perso una nonna speciale, una nonna con cui aveva un rapporto davvero stretto e soprattutto denso di relazione, di complicità, di affetto e voglia di viversi. E, aspetto ulteriore ma non da meno, ha perso una persona con cui parlava. Non siamo tanti, in questa stretta cerchia di famigliari che conoscono la versione "chiacchierina" di Matilde. Siamo rimasti in quattro: mamma, papà, sorella e nonno paterno.
Probabilmente dispiace più a me, che a mia figlia. Ma è comprensibile.
Eppure anche da questo, da eventi spiacevoli, o semplicemente intensi, si può imparare.
E un libro che può insegnare, o meglio, che può far riflettere, è un librettino snello e agile, che contiene pillole di saggezza e immagini che spiegano ancor più delle parole. Il protagonista è un pulcino, e il titolo è Lezioni di Volo.
La nostra psicologa ce lo ha suggerito, per proporre a Matilde di leggerlo insieme e sceglierne una frase, quella che le piace di più, per poi scriverla su un foglio e illustrarla.
"Spesso troviamo un amico quando meno ce lo aspettiamo" è la frase scelta da lei.
"A volte cadere ci aiuta a liberarci del superfluo" è invece la mia.
Io e mia figlia. Diario spensierato di pensieri e parole. Quelle dentro e quelle fuori.
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venerdì 17 maggio 2019
lunedì 19 febbraio 2018
La nonna e il gioco delle parole
Circa un anno fa Matilde smise di parlare coi nonni paterni.
All'improvviso, da un giorno all'altro.
Non sappiamo perché.
Abbiamo accettato la cosa, facendo finta di nulla, senza forzare, per paura di fare qualcosa di sbagliato che potesse peggiorare la situazione.
Ma quel perché era diventato un mistero assillante, non riuscivamo davvero a capire.
Poi, in settembre, arrivò la perdita del nonno, in modo altrettanto inaspettato e improvviso.
E' rimasta la nonna, e anche il silenzio di Matilde nei suoi confronti.
Chiedemmo allora alla nostra psicologa cosa poter fare per recuperare la comunicazione verbale tra nonna e nipotina, e lei ci consigliò un paio di strategie.
Innanzitutto, e come sempre, fare passaggi per gradi.
Primo step: Matilde parla con noi genitori nella stanza accanto a quella dove sta la nonna.
Secondo step: Matilde parla con noi genitori in presenza della nonna nella stessa stanza.
Terzo step: Matilde parla alla nonna.
E questo, gradualmente, si è verificato. Inizialmente Matilde rispondeva alle nostre domande soltanto quando ci appartavamo nell'altra stanza.
Poi, il passo successivo è avvenuto in una sera particolarmente allegra. Eravamo invitati a cena dalla nonna e i momenti più salienti sono riassumibili in due fasi cruciali.
Nella prima, ci sono io sul divano della sala, seduta in mezzo a Matilde e a sua sorella, mentre guardiamo sul tablet della nonna alcuni video didattici per imparare i colori. La nonna intanto sta ai fornelli a preparare la cena, a pochi metri da noi, nella stessa stanza. Per coinvolgere le bimbe, e soprattutto stimolare la risposta vocale di Matilde, comincio a chiedere all'una e all'altra, a turno, i colori che man mano compaiono nel video. Cerco insomma di fare semplici domande su quello che stiamo vedendo e facendo. "Vediamo adesso se Michela indovina il colore che arriva!" "Giallo!" risponde lei. "Brava! E ora tocca a Matilde: che colore ci sarà? Vediamo se indovini!" Lei fa per avvicinarsi, ma non chiude stavolta le sue manine attorno al mio orecchio, per darmi la risposta. Arriva a venti centimetri dalla mia guancia, e dice piano, ma a voce udibile: "Verde!". "Ottimo!" le rispondo. Non faccio altri commenti, né io, né il papà, né la nonna. Andiamo avanti così per un po'.
Ma nel dopo cena c'è un'altra sorpresa. E il bello è che è tutto successo in modo naturale e spontaneo, come dev'essere. Siamo di nuovo tutti sul divano, stavolta la nonna è lì con noi. Tutti chini sullo schermo del tablet, a giocare al gioco preferito dalla nonna: gli indovinelli di parole. Una specie di Scarabeo in cui, a partire da un determinato set di lettere, bisogna trovare diverse combinazioni per formare il maggior numero di parole.
Il gioco è avvincente, e tutti quanti tentiamo di dare la nostra soluzione. Siamo tutti talmente divertiti e coinvolti, che a un certo punto anche Matilde si mette a suggerire le possibili parole. "Papà, metti APE!". Il volume della sua voce è quello normale, di sempre. Anzi, di come lo conosciamo noi. Ne dice un altro paio e poi, quando lentamente l'interesse generale va a scemare, si cambia gioco e Matilde torna nel suo silenzio. O meglio, nelle sue risate sguaiate con la sorella, ma senza parole.
La nonna ha diligentemente evitato ogni forma di commento o manifestazione di sorpresa nel sentirla - o meglio risentirla - parlare, e in questo è stata bravissima.
E il terzo step? Sì, pochi giorni dopo è capitato, non so bene se per sbaglio o con intenzione. Una sera suona il telefono: "Dai, Mati, rispondi tu, saranno i nonni!" Lei schiaccia il verde sul telefono mobile, e dice Pronto. "Ciao!" si sente dalla cornetta. Ciao, risponde Mati. "Chi è? Matilde sei tu?" Al telefono c'è la nonna paterna. "Sì". "E dov'è la tua sorellina?". "E' qui!". Il breve scambio finisce così, e forse se n'è resa conto troppo tardi che aveva parlato con la nonna al telefono, o forse no. Ad ogni modo l'ha fatto.
L'altro suggerimento della nostra psicologa è rivolto all'aspetto più introspettivo della situazione, alla consapevolezza di Matilde rispetto alla sua difficoltà, e non solo.
Spesso, nel nostro ruolo di genitori, siamo abituati a parlare per loro, a fornire già le nostre soluzioni e le nostre risposte, senza lasciare spazio a quello che viene direttamente dai nostri figli, dalla loro interiorità. Spesso confondiamo educare con imporre - o impostare - il nostro modo di vedere le cose, la nostra visione.
Invece, dialogare realmente coi nostri figli significa interloquire sotto forma di domande aperte, per stimolare la loro personale riflessione, e permettergli di trovare le proprie risorse, le proprie risposte.
E così, anziché dire a Matilde "Dovresti fare X per riuscire a fare Y", chiederle invece "Pensi che se facessi X riusciresti a fare Y?", lasciando a lei le riflessioni e le conclusioni.
Ad esempio, come le avevo domandato qualche tempo fa, cogliendo il consiglio: "Pensi che parlando con la nonna, potresti aiutarla a imparare a giocare?", spiegandole come premessa che la nonna, avendo avuto due bambini - che sono il papà e lo zio - tanti anni fa, adesso non è più abituata a giocare coi piccoli e non si ricorda più come si fa. Oltretutto è un modo, questo, per far capire a Matilde che anche gli altri potrebbero essere in una situazione di bisogno, e lei potrebbe essere in grado di aiutarli.
Comunque, anche se il sentimento di fiducia è quello che prevale, ci sono momenti in cui il mio desiderio di vederla improvvisamente sbloccarsi, ingigantisce la dimensione del problema.
E' difficile aspettare.
E' difficile dirsi, ogni volta che sento ancora il suo silenzio, "fa niente, sarà per la prossima volta".
Sembrano tante occasioni perse.
Occasioni perdute per sempre, che non potranno tornare indietro.
Ma occorre rispettare i suoi tempi.
Occorre aspettare.
Perché ci arriva lei.
Ci arriva, anche lei.
All'improvviso, da un giorno all'altro.
Non sappiamo perché.
Abbiamo accettato la cosa, facendo finta di nulla, senza forzare, per paura di fare qualcosa di sbagliato che potesse peggiorare la situazione.
Ma quel perché era diventato un mistero assillante, non riuscivamo davvero a capire.
Poi, in settembre, arrivò la perdita del nonno, in modo altrettanto inaspettato e improvviso.
E' rimasta la nonna, e anche il silenzio di Matilde nei suoi confronti.
Chiedemmo allora alla nostra psicologa cosa poter fare per recuperare la comunicazione verbale tra nonna e nipotina, e lei ci consigliò un paio di strategie.
Innanzitutto, e come sempre, fare passaggi per gradi.
Primo step: Matilde parla con noi genitori nella stanza accanto a quella dove sta la nonna.
Secondo step: Matilde parla con noi genitori in presenza della nonna nella stessa stanza.
Terzo step: Matilde parla alla nonna.
E questo, gradualmente, si è verificato. Inizialmente Matilde rispondeva alle nostre domande soltanto quando ci appartavamo nell'altra stanza.
Poi, il passo successivo è avvenuto in una sera particolarmente allegra. Eravamo invitati a cena dalla nonna e i momenti più salienti sono riassumibili in due fasi cruciali.
Nella prima, ci sono io sul divano della sala, seduta in mezzo a Matilde e a sua sorella, mentre guardiamo sul tablet della nonna alcuni video didattici per imparare i colori. La nonna intanto sta ai fornelli a preparare la cena, a pochi metri da noi, nella stessa stanza. Per coinvolgere le bimbe, e soprattutto stimolare la risposta vocale di Matilde, comincio a chiedere all'una e all'altra, a turno, i colori che man mano compaiono nel video. Cerco insomma di fare semplici domande su quello che stiamo vedendo e facendo. "Vediamo adesso se Michela indovina il colore che arriva!" "Giallo!" risponde lei. "Brava! E ora tocca a Matilde: che colore ci sarà? Vediamo se indovini!" Lei fa per avvicinarsi, ma non chiude stavolta le sue manine attorno al mio orecchio, per darmi la risposta. Arriva a venti centimetri dalla mia guancia, e dice piano, ma a voce udibile: "Verde!". "Ottimo!" le rispondo. Non faccio altri commenti, né io, né il papà, né la nonna. Andiamo avanti così per un po'.
Ma nel dopo cena c'è un'altra sorpresa. E il bello è che è tutto successo in modo naturale e spontaneo, come dev'essere. Siamo di nuovo tutti sul divano, stavolta la nonna è lì con noi. Tutti chini sullo schermo del tablet, a giocare al gioco preferito dalla nonna: gli indovinelli di parole. Una specie di Scarabeo in cui, a partire da un determinato set di lettere, bisogna trovare diverse combinazioni per formare il maggior numero di parole.
Il gioco è avvincente, e tutti quanti tentiamo di dare la nostra soluzione. Siamo tutti talmente divertiti e coinvolti, che a un certo punto anche Matilde si mette a suggerire le possibili parole. "Papà, metti APE!". Il volume della sua voce è quello normale, di sempre. Anzi, di come lo conosciamo noi. Ne dice un altro paio e poi, quando lentamente l'interesse generale va a scemare, si cambia gioco e Matilde torna nel suo silenzio. O meglio, nelle sue risate sguaiate con la sorella, ma senza parole.
La nonna ha diligentemente evitato ogni forma di commento o manifestazione di sorpresa nel sentirla - o meglio risentirla - parlare, e in questo è stata bravissima.
E il terzo step? Sì, pochi giorni dopo è capitato, non so bene se per sbaglio o con intenzione. Una sera suona il telefono: "Dai, Mati, rispondi tu, saranno i nonni!" Lei schiaccia il verde sul telefono mobile, e dice Pronto. "Ciao!" si sente dalla cornetta. Ciao, risponde Mati. "Chi è? Matilde sei tu?" Al telefono c'è la nonna paterna. "Sì". "E dov'è la tua sorellina?". "E' qui!". Il breve scambio finisce così, e forse se n'è resa conto troppo tardi che aveva parlato con la nonna al telefono, o forse no. Ad ogni modo l'ha fatto.
L'altro suggerimento della nostra psicologa è rivolto all'aspetto più introspettivo della situazione, alla consapevolezza di Matilde rispetto alla sua difficoltà, e non solo.
Spesso, nel nostro ruolo di genitori, siamo abituati a parlare per loro, a fornire già le nostre soluzioni e le nostre risposte, senza lasciare spazio a quello che viene direttamente dai nostri figli, dalla loro interiorità. Spesso confondiamo educare con imporre - o impostare - il nostro modo di vedere le cose, la nostra visione.
Invece, dialogare realmente coi nostri figli significa interloquire sotto forma di domande aperte, per stimolare la loro personale riflessione, e permettergli di trovare le proprie risorse, le proprie risposte.
E così, anziché dire a Matilde "Dovresti fare X per riuscire a fare Y", chiederle invece "Pensi che se facessi X riusciresti a fare Y?", lasciando a lei le riflessioni e le conclusioni.
Ad esempio, come le avevo domandato qualche tempo fa, cogliendo il consiglio: "Pensi che parlando con la nonna, potresti aiutarla a imparare a giocare?", spiegandole come premessa che la nonna, avendo avuto due bambini - che sono il papà e lo zio - tanti anni fa, adesso non è più abituata a giocare coi piccoli e non si ricorda più come si fa. Oltretutto è un modo, questo, per far capire a Matilde che anche gli altri potrebbero essere in una situazione di bisogno, e lei potrebbe essere in grado di aiutarli.
Comunque, anche se il sentimento di fiducia è quello che prevale, ci sono momenti in cui il mio desiderio di vederla improvvisamente sbloccarsi, ingigantisce la dimensione del problema.
E' difficile aspettare.
E' difficile dirsi, ogni volta che sento ancora il suo silenzio, "fa niente, sarà per la prossima volta".
Sembrano tante occasioni perse.
Occasioni perdute per sempre, che non potranno tornare indietro.
Ma occorre rispettare i suoi tempi.
Occorre aspettare.
Perché ci arriva lei.
Ci arriva, anche lei.
giovedì 9 novembre 2017
Parole preziose
Fissare fatti, riflessioni, spunti ed emozioni, vissuti in questo nostro percorso, è il motivo per cui scrivo.
Condensare in poche righe quello che è successo nelle giornate appena trascorse è meno facile di quel che sembri, ma ci proverò. In due manches.
Iniziamo dalla notizia clou: Matilde ha iniziato a parlare nell'orecchio di una sua compagna di classe.
Ad un mese dall'inizio delle elementari, è già riuscita a creare un legame speciale con una delle compagne di classe che non fanno parte del gruppetto di bambini che erano con lei alla materna.
Nonostante il suo completo silenzio, Matilde - ne ho conferma parlando sia con le maestre che con le altre mamme - è ben inserita nel gruppo e apprezzata dai compagni.
Nessun cenno, in alcuna forma, al mutismo selettivo in classe, ed è sorprendente come anche per i compagni stessi questa sua difficoltà non rappresenti evidentemente né una diversità né un problema, almeno per come è adesso la situazione.
Ecco, due settimane fa, per la prima volta Matilde ha parlato nell'orecchio di Giulia, e l'amica era contentissima. Il papà indagatore, in maniera fintamente disinteressata, prova a chiederle che cosa abbia detto all'orecchio della compagna. Lei resta vaga e misteriosa, dice che si tratta di un segreto, che non lo deve sapere nessuno.
Alla sera, rientro dal lavoro facendo finta di nulla, voglio rispettare il suo riserbo e attendere che sia lei a parlarmene o approfittare di quando l'argomento verrà accennato.
Credo che lo stimolo a parlare all'amica nell'orecchio sia scaturito dalla conversazione che io e Mati avevamo avuto la sera precedente. Lei voleva inviare un messaggio a Giulia tramite il mio cellulare, allora le proposi di dirle un bel "Ciao Giulia, sono Matilde!" ma si rifiutava. Così rilanciai con "almeno un Ciao" insieme a un bacino, visto che ancora non ci eravamo presentate via telefono a Giulia, mentre con altre sue amiche ci messaggiamo da più tempo. Niente da fare: l'unica concessione di Matilde sarebbe stata solo uno schiocco di bacio. Poi, guardando l'orario, quella sera era davvero troppo tardi, allora chiusi l'argomento dicendo "magari lo facciamo domani, perchè adesso la tua amica starà già dormendo".
Molto probabilmente Matilde ci ha pensato su, e può essere che proprio in seguito a questo abbia deciso di provarci.
Sono davvero contenta per lei, è un primo passo molto importante.
Quella che ci è rimasta male è stata proprio Giulia, quando tre giorni dopo all'uscita da scuola ha visto che Matilde era stata invitata da Amira, sua storica amica della materna, per un pomeriggio a casa sua. L'amica "tradita" ha pianto per tutto il tragitto, mentre le altre due si incamminavano a piedi.
Cose che càpitano, me le ricordo bene anche io, quando le ho vissute da piccola. Rimedieremo presto con un invito per lei a casa da noi.
Versante docenti.
Sempre a un mese dall'inizio della scuola, ho avuto il primo colloquio con le insegnanti, conoscendo finalmente quella di italiano, che era subentrata a lezioni già avviate.
Siamo davvero fortunati: quello che ho trovato è estremamente positivo, due persone molto disponibili, comprensive e dolci.
Abbiamo approfondito le notizie su Matilde e sul suo mutismo selettivo. E parlato del PDP, il Piano Didattico Personalizzato, un documento che la scuola ha facoltà di attivare in tutti quei casi - in cui rientra anche il nostro - in cui si riscontra un BES, ovvero un bisogno educativo speciale. Lo si redige in qualsiasi momento dell'anno scolastico, insieme alla famiglia, che poi lo firmerà, individuando con l'aiuto degli insegnanti, e di eventuali specialisti che conoscono il caso, tutte quelle strategie didattiche necessarie ad affrontare al meglio il problema. Per noi è ancora presto in questa prima fase, le insegnanti si prendono un po' di tempo per conoscere meglio Matilde, e poi siamo ai primi passi dell'inizio delle elementari, quindi ci sarà modo di riprendere il discorso più avanti.
Ho consegnato loro anche il Kit ècole, la guida pratica che A.I.Mu.Se. mette a disposizione per genitori e insegnanti, scaricabile direttamente e gratuitamente dal sito dell'Associazione. Contiene vere e proprie schede semplici di attività didattiche e ludiche, che si possono fare in classe coinvolgendo tutti i bambini, passando progressivamente dall'utilizzo di suoni prodotti con la voce, fino alla verbalizzazione vera e propria.
Spero che possano mettere in atto queste piccole strategie di supporto.
Infine ho proposto alle insegnanti un suggerimento della psicologa, che ormai da un anno ci segue: far fare a Matilde un filmato della sua aula e degli spazi scolastici che vive quotidianamente, in un momento in cui si possa accedere all'edificio in orario extrascolastico, così che lei, insieme a noi genitori, possa familiarizzare con l'ambiente e sentirsi più sicura e serena, con l'obiettivo di favorire la comparsa della sua voce in quel contesto.
Le insegnanti si sono mostrate entusiaste e disponibili e, seguendo le loro indicazioni, sono andata a parlarne con la vicepreside, che avevo già conosciuto l'anno scorso, quando mi ero presentata in qualità di referente regionale A.I.Mu.Se. per proporre l'organizzazione di incontri formativi sul tema, e lei, riconoscendomi immediatamente, mi ha dato piena disponibilità per concordare un giorno in cui poter realizzare questo piccolo progetto.
A Matilde ho spiegato - questo è il pretesto ufficiale - che potremo andare un giorno in cui non c'è lezione a fare un video per i nonni, che non hanno mai visitato l'interno della scuola, così potrà mostrare loro e descrivere, attraverso il suo piccolo "reportage", il percorso che fa tutti i giorni per andare in aula, e poi in mensa, e anche in palestra.
Tra una decina di giorni ci proveremo, e scriverò qui come sarà andata.
Infine, i compiti.
Eh sì, ci tocca. Siamo appena entrati nel lungo tunnel dei compiti e delle verifiche.
Ma per adesso, ci va ancora bene. Il massimo della difficoltà è una breve poesia da imparare a memoria.
Che vuoi che sia.
Mmmhhh. Poesia hai detto?
Come facciamo, noi? Come fa, Matilde?
Non tanto a impararla, quanto a ripeterla in classe.
Ci sono: faremo la videoregistrazione!
In un mese ne hanno già assegnate tre: una sui nonni, per la loro festa, una abbastanza lunga sui cinque sensi, per il compito di scienze, e una sul fantasma golosone, per Halloween. Ripeterla e registrarla non è stato sempre così semplice per Matilde, soprattutto con quella più articolata sui cinque sensi, ma alla fine ce l'ha comunque fatta.
Per quel giorno, ho avvisato l'insegnante scrivendo sul quadernino delle comunicazioni che Matilde aveva svolto il compito preparando una videoregistrazione in cui recita la poesia. E che, ai fini della valutazione, sarei stata disponibile a inviarglielo.
L'insegnante di italiano - che fino allora non avevo ancora avuto modo di conoscere - mi risponde, sempre per iscritto, ringraziandomi per aver condiviso con lei le notizie su Matilde - le avevo accennato alla situazione, non sapendo se ne avesse già parlato con la collega di matematica, informata in precedenza - e dicendomi che non avrebbe avuto bisogno delle videoregistrazioni per verificare Matilde: "è brava, si vede già".
Qualche giorno dopo, al colloquio con le insegnanti - di cui ho parlato sopra - propongo di mostrare il video della poesia. Entrambe sono state contente di sentirla e colpite dalle sue capacità linguistiche. Cosa ovvia e scontata, per me. Per noi. Noi quattro. Mamma, papà, nonno e nonna. Che conversiamo con lei, sempre. Da sempre.
La psicologa ci ha detto che abbiamo fatto bene, a mostrare il video. Che era necessario, per le maestre. Perché un genitore che riferisce una problematica, la sua versione del problema, in sostanza, si tratta della sua parola, certo, ma fino a che punto attendibile, per le insegnanti? Quanto esagerata? O quanto sminuita? Un genitore a volte può avere una percezione del problema non proporzionata rispetto alla realtà. Ingigantita o sottovalutata.
In questo modo, loro hanno potuto verificare coi propri occhi - o meglio, orecchie - le parole di Matilde. La sua viva voce.
La psicologa ci ha anche consigliato di suggerire alle insegnanti di non "saltarla" nell'eventuale "interrogazione" sulla poesia. Di non dare per scontato che non la dirà, dispensandola così dalla richiesta di recitarla. Come per qualsiasi altro alunno, anche a Matilde potrebbe capitare di essere interpellata dalla maestra. In questo modo, le si lascia comunque la possibilità di scegliere se provarci, e dirla, oppure no, se non se la sente.
Tutto questo l'ho diligentemente annotato sul famoso quadernino per comunicare con le insegnanti. "Ok, sarà fatto!" mi scrivono.
Di fatto, però, non è successo.
"Matilde, ti hanno chiesto oggi la poesia?"
"No."
"A chi l'hanno chiesta?"
"Non mi ricordo."
Va bene, pazienza.
Alla terza poesia assegnata come compito, puntualizzo nuovamente sul quadernino che Matilde l'ha svolto preparando un altro video.
Stavolta, una sorpresa: l'insegnante di italiano mi risponde che sì, se ci fa piacere possiamo inviarglielo al numero di telefono che scrive accanto.
A me fa piacere eccome, questa ulteriore dimostrazione di disponibilità, per la quale non smetterò di ringraziarla. Così, il giorno dopo, sabato scorso, le scrivo subito un messaggio sul telefono, annunciando l'invio del video.
Poi, immediatamente mi blocco.
Mi viene in mente all'improvviso che forse no, devo prima chiedere il permesso a Matilde. Voglio fare le cose nel modo più giusto, e chiedo allora il suo consenso.
"Matilde, che ne dici se inviamo alla maestra il video della tua poesia?"
Lei non è d'accordo. A dire il vero non me l'aspettavo, non avevo previsto questo suo veto.
Lì per lì non insisto, ma mi ripropongo di provarci più tardi.
Alla sera, rientrati dal pranzo coi parenti, torno sull'argomento. E non mollo, vado a fondo. Voglio sapere il motivo.
Dopo mezz'ora di tentativi - perché ci ho messo mezz'ora a cavarle fuori le parole con le pinze, ma anche con estrema delicatezza e cautela, non sapendo come potesse prenderla - ecco, dopo mezz'ora, scopro finalmente il perché del suo rifiuto:
"Perché non voglio che la maestra mi senta."
Allora provo a rassicurarla, ripetendole più e più volte questo: "sai, Matilde, io ho parlato con la tua maestra, e lei sa che sei brava, ha visto che fai le schede e i lavori con impegno e bravura, sa che a volte la voce si nasconde ma che non ci sono problemi, per adesso va bene così, facciamo come abbiamo sempre fatto, e poi quando te la sentirai potrai parlare a scuola senza problemi, quindi stai tranquilla, che il compito della poesia era solo perché la maestra vuole insegnarvi a memorizzare le cose, è un allenamento della memoria che vi servirà tanto quando studierete le cose più avanti, e allora ha chiesto ai bimbi la poesia per vedere se avete tutti imparato a ricordarvela, e poi non devi preoccuparti perché l'hai detta benissimo e sei stata bravissima..."
Ce l'avrò fatta?
Tengo incrociate le dita e le chiedo: "Allora, Mati, possiamo inviare alla maestra il video della tua poesia?"
"Mmm. Oggi no. Domani no. Che ne dici, mamma, se gliela inviamo dopodomani?"
"D'accordo, aggiudicato per dopodomani. Dammi un cinque!"
All'insegnante il video l'ho mandato poco dopo, corredato dello spiegone di com'era andata la "trattativa" dopo il rifiuto del consenso.
"Salve Chiara,
grazie per avermi inviato il video, ammetto che sentirla per me è un'emozione.
Grazie anche per avermi spiegato tutto.
Ho compreso bene la situazione e, nel rispetto di Matilde, riconfermo come già scritto sul quadernino che non ho bisogno di sentire la filastrocca per sapere quanto è brava.
Non vorrei mai sforzarla in questo, ma aiutarla nel superare i suoi timori.
La mia porta comunque rimane aperta, Matilde può inviarmi i video quando vuole, anche "dopodomani" :-) .
Vi auguro una buona serata."
E con questo messaggio si preannunciano serate, ma soprattutto giornate, buonissime.
Condensare in poche righe quello che è successo nelle giornate appena trascorse è meno facile di quel che sembri, ma ci proverò. In due manches.
Iniziamo dalla notizia clou: Matilde ha iniziato a parlare nell'orecchio di una sua compagna di classe.
Ad un mese dall'inizio delle elementari, è già riuscita a creare un legame speciale con una delle compagne di classe che non fanno parte del gruppetto di bambini che erano con lei alla materna.
Nonostante il suo completo silenzio, Matilde - ne ho conferma parlando sia con le maestre che con le altre mamme - è ben inserita nel gruppo e apprezzata dai compagni.
Nessun cenno, in alcuna forma, al mutismo selettivo in classe, ed è sorprendente come anche per i compagni stessi questa sua difficoltà non rappresenti evidentemente né una diversità né un problema, almeno per come è adesso la situazione.
Ecco, due settimane fa, per la prima volta Matilde ha parlato nell'orecchio di Giulia, e l'amica era contentissima. Il papà indagatore, in maniera fintamente disinteressata, prova a chiederle che cosa abbia detto all'orecchio della compagna. Lei resta vaga e misteriosa, dice che si tratta di un segreto, che non lo deve sapere nessuno.
Alla sera, rientro dal lavoro facendo finta di nulla, voglio rispettare il suo riserbo e attendere che sia lei a parlarmene o approfittare di quando l'argomento verrà accennato.
Credo che lo stimolo a parlare all'amica nell'orecchio sia scaturito dalla conversazione che io e Mati avevamo avuto la sera precedente. Lei voleva inviare un messaggio a Giulia tramite il mio cellulare, allora le proposi di dirle un bel "Ciao Giulia, sono Matilde!" ma si rifiutava. Così rilanciai con "almeno un Ciao" insieme a un bacino, visto che ancora non ci eravamo presentate via telefono a Giulia, mentre con altre sue amiche ci messaggiamo da più tempo. Niente da fare: l'unica concessione di Matilde sarebbe stata solo uno schiocco di bacio. Poi, guardando l'orario, quella sera era davvero troppo tardi, allora chiusi l'argomento dicendo "magari lo facciamo domani, perchè adesso la tua amica starà già dormendo".
Molto probabilmente Matilde ci ha pensato su, e può essere che proprio in seguito a questo abbia deciso di provarci.
Sono davvero contenta per lei, è un primo passo molto importante.
Quella che ci è rimasta male è stata proprio Giulia, quando tre giorni dopo all'uscita da scuola ha visto che Matilde era stata invitata da Amira, sua storica amica della materna, per un pomeriggio a casa sua. L'amica "tradita" ha pianto per tutto il tragitto, mentre le altre due si incamminavano a piedi.
Cose che càpitano, me le ricordo bene anche io, quando le ho vissute da piccola. Rimedieremo presto con un invito per lei a casa da noi.
Versante docenti.
Sempre a un mese dall'inizio della scuola, ho avuto il primo colloquio con le insegnanti, conoscendo finalmente quella di italiano, che era subentrata a lezioni già avviate.
Siamo davvero fortunati: quello che ho trovato è estremamente positivo, due persone molto disponibili, comprensive e dolci.
Abbiamo approfondito le notizie su Matilde e sul suo mutismo selettivo. E parlato del PDP, il Piano Didattico Personalizzato, un documento che la scuola ha facoltà di attivare in tutti quei casi - in cui rientra anche il nostro - in cui si riscontra un BES, ovvero un bisogno educativo speciale. Lo si redige in qualsiasi momento dell'anno scolastico, insieme alla famiglia, che poi lo firmerà, individuando con l'aiuto degli insegnanti, e di eventuali specialisti che conoscono il caso, tutte quelle strategie didattiche necessarie ad affrontare al meglio il problema. Per noi è ancora presto in questa prima fase, le insegnanti si prendono un po' di tempo per conoscere meglio Matilde, e poi siamo ai primi passi dell'inizio delle elementari, quindi ci sarà modo di riprendere il discorso più avanti.
Ho consegnato loro anche il Kit ècole, la guida pratica che A.I.Mu.Se. mette a disposizione per genitori e insegnanti, scaricabile direttamente e gratuitamente dal sito dell'Associazione. Contiene vere e proprie schede semplici di attività didattiche e ludiche, che si possono fare in classe coinvolgendo tutti i bambini, passando progressivamente dall'utilizzo di suoni prodotti con la voce, fino alla verbalizzazione vera e propria.
Spero che possano mettere in atto queste piccole strategie di supporto.
Infine ho proposto alle insegnanti un suggerimento della psicologa, che ormai da un anno ci segue: far fare a Matilde un filmato della sua aula e degli spazi scolastici che vive quotidianamente, in un momento in cui si possa accedere all'edificio in orario extrascolastico, così che lei, insieme a noi genitori, possa familiarizzare con l'ambiente e sentirsi più sicura e serena, con l'obiettivo di favorire la comparsa della sua voce in quel contesto.
Le insegnanti si sono mostrate entusiaste e disponibili e, seguendo le loro indicazioni, sono andata a parlarne con la vicepreside, che avevo già conosciuto l'anno scorso, quando mi ero presentata in qualità di referente regionale A.I.Mu.Se. per proporre l'organizzazione di incontri formativi sul tema, e lei, riconoscendomi immediatamente, mi ha dato piena disponibilità per concordare un giorno in cui poter realizzare questo piccolo progetto.
A Matilde ho spiegato - questo è il pretesto ufficiale - che potremo andare un giorno in cui non c'è lezione a fare un video per i nonni, che non hanno mai visitato l'interno della scuola, così potrà mostrare loro e descrivere, attraverso il suo piccolo "reportage", il percorso che fa tutti i giorni per andare in aula, e poi in mensa, e anche in palestra.
Tra una decina di giorni ci proveremo, e scriverò qui come sarà andata.
Infine, i compiti.
Eh sì, ci tocca. Siamo appena entrati nel lungo tunnel dei compiti e delle verifiche.
Ma per adesso, ci va ancora bene. Il massimo della difficoltà è una breve poesia da imparare a memoria.
Che vuoi che sia.
Mmmhhh. Poesia hai detto?
Come facciamo, noi? Come fa, Matilde?
Non tanto a impararla, quanto a ripeterla in classe.
Ci sono: faremo la videoregistrazione!
In un mese ne hanno già assegnate tre: una sui nonni, per la loro festa, una abbastanza lunga sui cinque sensi, per il compito di scienze, e una sul fantasma golosone, per Halloween. Ripeterla e registrarla non è stato sempre così semplice per Matilde, soprattutto con quella più articolata sui cinque sensi, ma alla fine ce l'ha comunque fatta.
Per quel giorno, ho avvisato l'insegnante scrivendo sul quadernino delle comunicazioni che Matilde aveva svolto il compito preparando una videoregistrazione in cui recita la poesia. E che, ai fini della valutazione, sarei stata disponibile a inviarglielo.
L'insegnante di italiano - che fino allora non avevo ancora avuto modo di conoscere - mi risponde, sempre per iscritto, ringraziandomi per aver condiviso con lei le notizie su Matilde - le avevo accennato alla situazione, non sapendo se ne avesse già parlato con la collega di matematica, informata in precedenza - e dicendomi che non avrebbe avuto bisogno delle videoregistrazioni per verificare Matilde: "è brava, si vede già".
Qualche giorno dopo, al colloquio con le insegnanti - di cui ho parlato sopra - propongo di mostrare il video della poesia. Entrambe sono state contente di sentirla e colpite dalle sue capacità linguistiche. Cosa ovvia e scontata, per me. Per noi. Noi quattro. Mamma, papà, nonno e nonna. Che conversiamo con lei, sempre. Da sempre.
La psicologa ci ha detto che abbiamo fatto bene, a mostrare il video. Che era necessario, per le maestre. Perché un genitore che riferisce una problematica, la sua versione del problema, in sostanza, si tratta della sua parola, certo, ma fino a che punto attendibile, per le insegnanti? Quanto esagerata? O quanto sminuita? Un genitore a volte può avere una percezione del problema non proporzionata rispetto alla realtà. Ingigantita o sottovalutata.
In questo modo, loro hanno potuto verificare coi propri occhi - o meglio, orecchie - le parole di Matilde. La sua viva voce.
La psicologa ci ha anche consigliato di suggerire alle insegnanti di non "saltarla" nell'eventuale "interrogazione" sulla poesia. Di non dare per scontato che non la dirà, dispensandola così dalla richiesta di recitarla. Come per qualsiasi altro alunno, anche a Matilde potrebbe capitare di essere interpellata dalla maestra. In questo modo, le si lascia comunque la possibilità di scegliere se provarci, e dirla, oppure no, se non se la sente.
Tutto questo l'ho diligentemente annotato sul famoso quadernino per comunicare con le insegnanti. "Ok, sarà fatto!" mi scrivono.
Di fatto, però, non è successo.
"Matilde, ti hanno chiesto oggi la poesia?"
"No."
"A chi l'hanno chiesta?"
"Non mi ricordo."
Va bene, pazienza.
Alla terza poesia assegnata come compito, puntualizzo nuovamente sul quadernino che Matilde l'ha svolto preparando un altro video.
Stavolta, una sorpresa: l'insegnante di italiano mi risponde che sì, se ci fa piacere possiamo inviarglielo al numero di telefono che scrive accanto.
A me fa piacere eccome, questa ulteriore dimostrazione di disponibilità, per la quale non smetterò di ringraziarla. Così, il giorno dopo, sabato scorso, le scrivo subito un messaggio sul telefono, annunciando l'invio del video.
Poi, immediatamente mi blocco.
Mi viene in mente all'improvviso che forse no, devo prima chiedere il permesso a Matilde. Voglio fare le cose nel modo più giusto, e chiedo allora il suo consenso.
"Matilde, che ne dici se inviamo alla maestra il video della tua poesia?"
Lei non è d'accordo. A dire il vero non me l'aspettavo, non avevo previsto questo suo veto.
Lì per lì non insisto, ma mi ripropongo di provarci più tardi.
Alla sera, rientrati dal pranzo coi parenti, torno sull'argomento. E non mollo, vado a fondo. Voglio sapere il motivo.
Dopo mezz'ora di tentativi - perché ci ho messo mezz'ora a cavarle fuori le parole con le pinze, ma anche con estrema delicatezza e cautela, non sapendo come potesse prenderla - ecco, dopo mezz'ora, scopro finalmente il perché del suo rifiuto:
"Perché non voglio che la maestra mi senta."
Allora provo a rassicurarla, ripetendole più e più volte questo: "sai, Matilde, io ho parlato con la tua maestra, e lei sa che sei brava, ha visto che fai le schede e i lavori con impegno e bravura, sa che a volte la voce si nasconde ma che non ci sono problemi, per adesso va bene così, facciamo come abbiamo sempre fatto, e poi quando te la sentirai potrai parlare a scuola senza problemi, quindi stai tranquilla, che il compito della poesia era solo perché la maestra vuole insegnarvi a memorizzare le cose, è un allenamento della memoria che vi servirà tanto quando studierete le cose più avanti, e allora ha chiesto ai bimbi la poesia per vedere se avete tutti imparato a ricordarvela, e poi non devi preoccuparti perché l'hai detta benissimo e sei stata bravissima..."
Ce l'avrò fatta?
Tengo incrociate le dita e le chiedo: "Allora, Mati, possiamo inviare alla maestra il video della tua poesia?"
"Mmm. Oggi no. Domani no. Che ne dici, mamma, se gliela inviamo dopodomani?"
"D'accordo, aggiudicato per dopodomani. Dammi un cinque!"
All'insegnante il video l'ho mandato poco dopo, corredato dello spiegone di com'era andata la "trattativa" dopo il rifiuto del consenso.
"Salve Chiara,
grazie per avermi inviato il video, ammetto che sentirla per me è un'emozione.
Grazie anche per avermi spiegato tutto.
Ho compreso bene la situazione e, nel rispetto di Matilde, riconfermo come già scritto sul quadernino che non ho bisogno di sentire la filastrocca per sapere quanto è brava.
Non vorrei mai sforzarla in questo, ma aiutarla nel superare i suoi timori.
La mia porta comunque rimane aperta, Matilde può inviarmi i video quando vuole, anche "dopodomani" :-) .
Vi auguro una buona serata."
E con questo messaggio si preannunciano serate, ma soprattutto giornate, buonissime.
lunedì 3 aprile 2017
La zona di comfort
Matilde farà sempre più fatica.
Non fatica a parlare, a tirare fuori la voce in presenza di altri.
Ma a trattenersi dal non farlo.
Ha talmente tanta voglia di comunicare, con le amiche, coi compagni, con la maestra, col cuginetto, con chi la coinvolge, che prima o poi le sfuggirà qualche parola.
Lascerà il controllo.
Uscirà dal silenzio.
Un silenzio pressoché incomprensibile, che a tratti mi appare come una scelta, una presa di posizione. Anche se so che il mutismo selettivo non ha a che fare con qualcosa di intenzionale, oppositivo o manipolatorio.
A proposito del cuginetto, col quale ha smesso di parlare da un giorno all'altro (e anche qui: perché prima sì e poi no? cosa fa scattare il meccanismo?), una volta proposi a Matilde di domandargli una cosa banale su uno dei suoi giocattoli, e lei, con naturalezza e quasi una nota di ovvietà, mi rispose: "Ma io non parlo con Andrea".
Come se avesse detto: ma io non ho i capelli biondi.
Un dato di fatto. Un dato oggettivo.
Mi spiazzò. Ci pensai molto, su questa sua affermazione.
Lì per lì cercai di approfondire, per tastare il terreno, con cautela. Ma poco dopo, alle mie domande si stancò presto, voltandosi infastidita. Cambiai allora discorso.
Non so fino a che punto sia lei a decidere.
Non so quanto ci sia di volontà e quanto di risposta istintiva al contesto.
Certamente, un meccanismo di difesa, di protezione, si attiva.
Con la nostra psicologa, durante lo scorso incontro, abbiamo parlato di questa sua tendenza a voler restare nella zona di comfort.
L'esempio più evidente si manifesta nelle sue abitudini alimentari. Matilde ha ridotto progressivamente i cibi preferiti, fino a selezionare sei o sette piatti che fanno parte del suo menu. Sempre e solo quelli.
A scuola, poi, la restrizione alimentare tocca il suo apice: ogni giorno dobbiamo prenotarle un pasto in bianco. Se quel giorno ci dimentichiamo, e le arriva sulla tavola un piatto di lasagne, o un risotto alla zucca, o anche una minestra di legumi (suo piatto preferito in assoluto, che a casa spazzola via di gran gusto) che però non è come vuole lei (leggi: presenza disturbante di pezzetti di carotina) è fatta: si mette a piangere.
E questo, ci spiegava la psicologa, ha strettamente a che fare col discorso della difesa, della zona di comfort, della prudenza. Del proteggersi evitando di esporsi, evitando di provare, evitando di rischiare.
Rischio e controllo.
Esplorazione e protezione.
Prudenza e coraggio.
E' su questo, che occorre lavorare. Insieme.
Sperimentare. Senza paura. Far capire che, se si esce dai binari conosciuti, non è vero che potrebbe succedere qualcosa di spaventoso, anzi: si possono scoprire nuove cose. Nuovi sapori, nuove esperienze, nuove capacità. Cose belle. Cose che ti arricchiscono.
E questo aspetto fa riflettere anche me. Su di me.
Io sono così: tendo a voler tenere tutto sotto controllo, ad andare in crisi quando le cose non vanno nel verso desiderato. Quando le cose sfuggono alla mia previsione.
Che sciocca! Lo so benissimo che le cose seguono il loro corso, e non il mio. Eppure mi comporto così.
La psicologa l'ha capito benissimo, conoscendomi in quelle poche manciate di minuti al mese, e senza che glielo dicessi io esplicitamente. Nell'ultimo incontro ci fu un mio piccolo sfogo, a proposito di un episodio che mi ha ferita, per via di una frase pronunciata nei confronti di Matilde da parte di suo padre, suonata alle mie orecchie come infelice, quando in realtà non lo era. La frase, adesso decontestualizzata, era questa: "Se a scuola non parli, nessuno ti capirà".
Raccontai della frase, e del contesto, alla dottoressa.
"Io ci sono rimasta male" - le dissi. "Mi sono voltata verso il mio compagno e l'ho fulminato con lo sguardo. Perché mi sono sentita delusa: era come se non avesse più considerato tutto il percorso che avevamo fatto fin lì, e che stiamo facendo. Tutte le accortezze, i suggerimenti, i consigli su cosa fare, cosa non fare, cosa dire e non dire. Insomma, sarà anche perché quella sera ero un po' giù, un po' preoccupata, fatto sta che mi sono scese le lacrime".
"Ma guardi che la frase non è negativa, anzi!"
"Sì, ma magari sarebbe stato meglio volgerla in positivo, ad esempio: Vedrai che quando a scuola parlerai, tutti ti capiranno".
"Certo, quello sicuramente. Ma va anche bene farle notare la conseguenza dei suoi comportamenti. Come ad esempio nelle abitudini alimentari. Quando le proponete un cibo che lei rifiuta di assaggiare, potete dirle: che peccato che non lo vuoi assaggiare, non sai cosa ti perdi, se non lo assaggi non potrai scoprire se ti piace".
"Sì, alla fine mi sono resa conto che ho avuto una reazione esagerata, e che non aveva sbagliato il mio compagno. Mi sono sfogata anche sul gruppo dei referenti dell'Associazione di cui faccio parte, e i messaggi che mi hanno scritto sono stati tutti del tipo: forza e coraggio, essere genitori significa fare qualcosa di giusto in mezzo ad un mare di errori, oppure parlatene tra voi con calma, a mente fredda, e comunque quella frase non ha nulla di sbagliato, alla fine le ha detto la verità e a volte fa anche bene mettersi davanti alla realtà, o ancora tranquilla, può succedere che a volte si dicano frasi infelici, e la prossima volta potrebbe capitare anche a te..."
Qui la psicologa mi interrompe.
"No. A lei non potrebbe mai capitare. Assolutamente".
La guardo perplessa, poi confermo. Lo ammetto.
"Sì, in effetti. Non è che mi ritenga infallibile, ma sono troppo attenta a tenere tutto sotto controllo..."
"Ma guardi che Matilde crescerà, e crescendo verrà a trovarsi in mille situazioni, dove incontrerà mille persone, che le faranno ogni tipo di osservazione. E lei non potrà intervenire su tutto, controllare ogni cosa e ogni parola. Ma questo ben venga!"
E' vero. Mi arrendo all'evidenza. E' proprio così, e non ci potrò fare nulla.
E poi ne prendo atto. Sono come lei.
O meglio, Matilde è come me, in questo.
Del resto, come si dice? La mela non cade lontana dall'albero.
Queste sedute fanno bene anche a me. Anzi, soprattutto a me. Riflettere, cambiare prospettiva sulle cose, mettersi nei panni di altri, provare a capire come ci si sente e a sentire come altri si sentono.
Mica semplice.
Ma importantissimo.
P.S. Il blog si prende un periodo di pausa, a causa di impegni lavorativi della scrivente. Ma non abbandono qui. Altre cose sono già in attesa di vivere su queste pagine...
Non fatica a parlare, a tirare fuori la voce in presenza di altri.
Ma a trattenersi dal non farlo.
Ha talmente tanta voglia di comunicare, con le amiche, coi compagni, con la maestra, col cuginetto, con chi la coinvolge, che prima o poi le sfuggirà qualche parola.
Lascerà il controllo.
Uscirà dal silenzio.
Un silenzio pressoché incomprensibile, che a tratti mi appare come una scelta, una presa di posizione. Anche se so che il mutismo selettivo non ha a che fare con qualcosa di intenzionale, oppositivo o manipolatorio.
A proposito del cuginetto, col quale ha smesso di parlare da un giorno all'altro (e anche qui: perché prima sì e poi no? cosa fa scattare il meccanismo?), una volta proposi a Matilde di domandargli una cosa banale su uno dei suoi giocattoli, e lei, con naturalezza e quasi una nota di ovvietà, mi rispose: "Ma io non parlo con Andrea".
Come se avesse detto: ma io non ho i capelli biondi.
Un dato di fatto. Un dato oggettivo.
Mi spiazzò. Ci pensai molto, su questa sua affermazione.
Lì per lì cercai di approfondire, per tastare il terreno, con cautela. Ma poco dopo, alle mie domande si stancò presto, voltandosi infastidita. Cambiai allora discorso.
Non so fino a che punto sia lei a decidere.
Non so quanto ci sia di volontà e quanto di risposta istintiva al contesto.
Certamente, un meccanismo di difesa, di protezione, si attiva.
Con la nostra psicologa, durante lo scorso incontro, abbiamo parlato di questa sua tendenza a voler restare nella zona di comfort.
L'esempio più evidente si manifesta nelle sue abitudini alimentari. Matilde ha ridotto progressivamente i cibi preferiti, fino a selezionare sei o sette piatti che fanno parte del suo menu. Sempre e solo quelli.
A scuola, poi, la restrizione alimentare tocca il suo apice: ogni giorno dobbiamo prenotarle un pasto in bianco. Se quel giorno ci dimentichiamo, e le arriva sulla tavola un piatto di lasagne, o un risotto alla zucca, o anche una minestra di legumi (suo piatto preferito in assoluto, che a casa spazzola via di gran gusto) che però non è come vuole lei (leggi: presenza disturbante di pezzetti di carotina) è fatta: si mette a piangere.
E questo, ci spiegava la psicologa, ha strettamente a che fare col discorso della difesa, della zona di comfort, della prudenza. Del proteggersi evitando di esporsi, evitando di provare, evitando di rischiare.
Rischio e controllo.
Esplorazione e protezione.
Prudenza e coraggio.
E' su questo, che occorre lavorare. Insieme.
Sperimentare. Senza paura. Far capire che, se si esce dai binari conosciuti, non è vero che potrebbe succedere qualcosa di spaventoso, anzi: si possono scoprire nuove cose. Nuovi sapori, nuove esperienze, nuove capacità. Cose belle. Cose che ti arricchiscono.
E questo aspetto fa riflettere anche me. Su di me.
Io sono così: tendo a voler tenere tutto sotto controllo, ad andare in crisi quando le cose non vanno nel verso desiderato. Quando le cose sfuggono alla mia previsione.
Che sciocca! Lo so benissimo che le cose seguono il loro corso, e non il mio. Eppure mi comporto così.
La psicologa l'ha capito benissimo, conoscendomi in quelle poche manciate di minuti al mese, e senza che glielo dicessi io esplicitamente. Nell'ultimo incontro ci fu un mio piccolo sfogo, a proposito di un episodio che mi ha ferita, per via di una frase pronunciata nei confronti di Matilde da parte di suo padre, suonata alle mie orecchie come infelice, quando in realtà non lo era. La frase, adesso decontestualizzata, era questa: "Se a scuola non parli, nessuno ti capirà".
Raccontai della frase, e del contesto, alla dottoressa.
"Io ci sono rimasta male" - le dissi. "Mi sono voltata verso il mio compagno e l'ho fulminato con lo sguardo. Perché mi sono sentita delusa: era come se non avesse più considerato tutto il percorso che avevamo fatto fin lì, e che stiamo facendo. Tutte le accortezze, i suggerimenti, i consigli su cosa fare, cosa non fare, cosa dire e non dire. Insomma, sarà anche perché quella sera ero un po' giù, un po' preoccupata, fatto sta che mi sono scese le lacrime".
"Ma guardi che la frase non è negativa, anzi!"
"Sì, ma magari sarebbe stato meglio volgerla in positivo, ad esempio: Vedrai che quando a scuola parlerai, tutti ti capiranno".
"Certo, quello sicuramente. Ma va anche bene farle notare la conseguenza dei suoi comportamenti. Come ad esempio nelle abitudini alimentari. Quando le proponete un cibo che lei rifiuta di assaggiare, potete dirle: che peccato che non lo vuoi assaggiare, non sai cosa ti perdi, se non lo assaggi non potrai scoprire se ti piace".
"Sì, alla fine mi sono resa conto che ho avuto una reazione esagerata, e che non aveva sbagliato il mio compagno. Mi sono sfogata anche sul gruppo dei referenti dell'Associazione di cui faccio parte, e i messaggi che mi hanno scritto sono stati tutti del tipo: forza e coraggio, essere genitori significa fare qualcosa di giusto in mezzo ad un mare di errori, oppure parlatene tra voi con calma, a mente fredda, e comunque quella frase non ha nulla di sbagliato, alla fine le ha detto la verità e a volte fa anche bene mettersi davanti alla realtà, o ancora tranquilla, può succedere che a volte si dicano frasi infelici, e la prossima volta potrebbe capitare anche a te..."
Qui la psicologa mi interrompe.
"No. A lei non potrebbe mai capitare. Assolutamente".
La guardo perplessa, poi confermo. Lo ammetto.
"Sì, in effetti. Non è che mi ritenga infallibile, ma sono troppo attenta a tenere tutto sotto controllo..."
"Ma guardi che Matilde crescerà, e crescendo verrà a trovarsi in mille situazioni, dove incontrerà mille persone, che le faranno ogni tipo di osservazione. E lei non potrà intervenire su tutto, controllare ogni cosa e ogni parola. Ma questo ben venga!"
E' vero. Mi arrendo all'evidenza. E' proprio così, e non ci potrò fare nulla.
E poi ne prendo atto. Sono come lei.
O meglio, Matilde è come me, in questo.
Del resto, come si dice? La mela non cade lontana dall'albero.
Queste sedute fanno bene anche a me. Anzi, soprattutto a me. Riflettere, cambiare prospettiva sulle cose, mettersi nei panni di altri, provare a capire come ci si sente e a sentire come altri si sentono.
Mica semplice.
Ma importantissimo.
P.S. Il blog si prende un periodo di pausa, a causa di impegni lavorativi della scrivente. Ma non abbandono qui. Altre cose sono già in attesa di vivere su queste pagine...
giovedì 9 febbraio 2017
Vivere le emozioni
Un
altro passo in avanti. Da parte sua.
E
un'altra scoperta importante. Da parte mia.
Matilde,
ogni volta che non me lo aspetto, mi sorprende.
E
allora io capisco molte cose.
Capisco
che devo essere fiduciosa. Stare tranquilla e smettere definitivamente
di preoccuparmi.
Non
ce n'è bisogno: me lo dimostra lei. Con i fatti, con quello che fa,
con il suo comportamento, è come se mi dicesse: mamma, io aspetto
solo le occasioni giuste per me, per sentirmi in grado di lasciarmi
andare.
Ed
è così.
Un
episodio recente lo fa capire più di mille spiegazioni.
La
accompagno a scuola, un mattino come gli altri. Anzi, no. Siamo in
ritardo e corriamo per entrare in tempo negli ultimi cinque minuti.
Matilde è particolarmente eccitata, perché finalmente esaudisco un
suo desiderio: quello di portare in classe un CD musicale che le piace molto.
Lo vuole far ascoltare alla sua amica del cuore. E' emozionata per
questo, per il fatto di condividere un qualcosa a cui tiene.
Mentre
la aiuto a spogliarsi nell'atrio della scuola, mi indica la bacheca
della sua classe, dove vengono sempre affissi i lavoretti della settimana,
giorno per giorno, realizzati da qualche bambino, a turno. Questa
volta c'è il suo. Anzi, ce ne sono due, visto che è venerdì e la
settimana è quasi finita.
L'atrio
è ormai vuoto, tutti i bambini sono già entrati, noi siamo gli
ultimi.
Dalle
porte aperte delle varie classi si sente il vociare forte di bimbi e
maestre. In qualsiasi istante potrebbe comparire qualcuno.
Ma
in quel momento siamo sole.
"Cosa
vuoi farmi vedere, Matilde? Ah, ma è il tuo disegno! Che bello!
Vediamo: che cos'è? La lettera U!"
"Mamma,
guarda, ho fatto anche l'uva!"
"Ah
è vero! E quell'altro là? E' sempre tuo, che brava!"
"Sì, e ho messo anche l'1!"
Lo dice a voce udibile, chiaramente e distintamente. Io sono a un metro da lei.
Stiamo conversando normalmente, come facciamo a casa.
Solo che siamo nell'atrio - vuoto - della scuola. Luogo in cui la voce non era mai uscita in questo modo, nemmeno per sbaglio. I primi tempi il silenzio era quasi totale. Ultimamente ha preso a sussurrare, un po' alle amiche, e a me, per dirmi le cose all'orecchio o naso contro naso, coprendosi con le mani, oppure coi miei capelli.
Invece, quel giorno, le parole sono uscite. Così. Naturalmente.
Cos'è stato a permetterle di farlo? Quale chiave si è mossa dentro di lei?
Io l'ho vista estremamente radiosa, contenta. Sciolta. Talmente tanto che - forse - non aveva più altri pensieri. Il pensiero del controllo. Ha spostato l'attenzione da quello. Era completamente concentrata sul suo obiettivo: portare a scuola quel CD musicale. Senza pensare a nient'altro.
E questo mi fa capire finalmente che cosa significa quell'imperativo che fin dal primo incontro con la psicologa di classe, che ipotizzò il mutismo selettivo in Matilde, risuona dentro di me: abbassare il livello d'ansia.
Mi chiedevo: ma come si farà, ad abbassare 'sto livello d'ansia? Che devo fare?
Ed ecco la risposta: vivere.
Anzi, vivere le emozioni.
Sentirle, suscitarle, condividerle.
Le emozioni sono un veicolo di comunicazione. Di relazione.
Ed ecco l'altra cosa importante che ho imparato, in questo cammino che in un certo senso ringrazio per avere la possibilità di percorrere. Sì perché, per quanta fatica si viva - fatica emotiva - e per quanta pazienza ci occorra, non avrei avuto altrimenti occasione di interrogarmi così a fondo, conoscere persone profonde e guardare oltre, scambiare con altri e trovare parti di sé stessi, imparare nuove cose e fare tesoro di nuove lezioni.
L'ho capito dopo l'osservazione a casa, da parte della psicologa che ci sta seguendo da pochi mesi.
Per Matilde, quel giorno sarebbe venuta a trovarci una maestra di un altro paese, che avevamo conosciuto io e papà in una determinata situazione, e che sarebbe passata per un saluto e un caffè. Durante quell'ora di visita, Matilde si è comportata in modo naturale e disinvolto. Nei limiti del suo silenzio, ovviamente - ma nemmeno un silenzio totale, perché le sue risate si sentivano eccome - l'atmosfera è stata da subito molto serena e amichevole. Familiare.
C'era una persona estranea, mai vista, in casa nostra, ma lei non ha avuto il minimo problema a far vedere la sua cameretta, a mostrare i suoi giochi preferiti - quando invece, mi raccontava la dottoressa, alcuni bambini presso i quali è andata in visita non permettevano minimamente di avvicinarsi alle proprie cose. Matilde era contenta di condividere. Interagiva, anche. Indicando le cose, ridendo alle battute, alle "strapazzate" del papà, alle facce buffe della sorellina.
In questo clima disteso e colloquiale, Matilde aveva voglia di relazionarsi. Era evidente. Come coi parenti, il suo comportamento non è quello di chi si sottrae allo scambio, anzi. La psicologa era a livello dei parenti.
E osservando io l'approccio di questa "maestra" inventata, di questa giovane mamma - perché la dottoressa ha circa la mia età e un figlio più di me - e confrontandomi, in separata sede, con lei, mi rendo conto di una cosa importante. Ne prendo consapevolezza.
L'obiettivo - mi viene da realizzare - non è quello di parlare, o di farla parlare, ma quello di capirsi, di comprendersi.
Se il canale verbale è temporaneamente bloccato, in attesa che trovi le sue occasioni di sblocco, esistono mille altri modi per intendersi.
E tanto basta, per il momento.
Solo con chi rispetta i suoi tempi, con chi ha la pazienza di conoscerla, senza aspettarsi nulla, ma soltanto con la voglia di scambiare emozioni con lei, Matilde saprà essere la bambina spensierata che è.
Con chi si mette al suo livello, con chi si sintonizza sulla sua modalità interiore, lei avrà possibilità di lasciarsi andare.
"Sì, e ho messo anche l'1!"
Lo dice a voce udibile, chiaramente e distintamente. Io sono a un metro da lei.
Stiamo conversando normalmente, come facciamo a casa.
Solo che siamo nell'atrio - vuoto - della scuola. Luogo in cui la voce non era mai uscita in questo modo, nemmeno per sbaglio. I primi tempi il silenzio era quasi totale. Ultimamente ha preso a sussurrare, un po' alle amiche, e a me, per dirmi le cose all'orecchio o naso contro naso, coprendosi con le mani, oppure coi miei capelli.
Invece, quel giorno, le parole sono uscite. Così. Naturalmente.
Cos'è stato a permetterle di farlo? Quale chiave si è mossa dentro di lei?
Io l'ho vista estremamente radiosa, contenta. Sciolta. Talmente tanto che - forse - non aveva più altri pensieri. Il pensiero del controllo. Ha spostato l'attenzione da quello. Era completamente concentrata sul suo obiettivo: portare a scuola quel CD musicale. Senza pensare a nient'altro.
E questo mi fa capire finalmente che cosa significa quell'imperativo che fin dal primo incontro con la psicologa di classe, che ipotizzò il mutismo selettivo in Matilde, risuona dentro di me: abbassare il livello d'ansia.
Mi chiedevo: ma come si farà, ad abbassare 'sto livello d'ansia? Che devo fare?
Ed ecco la risposta: vivere.
Anzi, vivere le emozioni.
Sentirle, suscitarle, condividerle.
Le emozioni sono un veicolo di comunicazione. Di relazione.
Ed ecco l'altra cosa importante che ho imparato, in questo cammino che in un certo senso ringrazio per avere la possibilità di percorrere. Sì perché, per quanta fatica si viva - fatica emotiva - e per quanta pazienza ci occorra, non avrei avuto altrimenti occasione di interrogarmi così a fondo, conoscere persone profonde e guardare oltre, scambiare con altri e trovare parti di sé stessi, imparare nuove cose e fare tesoro di nuove lezioni.
L'ho capito dopo l'osservazione a casa, da parte della psicologa che ci sta seguendo da pochi mesi.
Per Matilde, quel giorno sarebbe venuta a trovarci una maestra di un altro paese, che avevamo conosciuto io e papà in una determinata situazione, e che sarebbe passata per un saluto e un caffè. Durante quell'ora di visita, Matilde si è comportata in modo naturale e disinvolto. Nei limiti del suo silenzio, ovviamente - ma nemmeno un silenzio totale, perché le sue risate si sentivano eccome - l'atmosfera è stata da subito molto serena e amichevole. Familiare.
C'era una persona estranea, mai vista, in casa nostra, ma lei non ha avuto il minimo problema a far vedere la sua cameretta, a mostrare i suoi giochi preferiti - quando invece, mi raccontava la dottoressa, alcuni bambini presso i quali è andata in visita non permettevano minimamente di avvicinarsi alle proprie cose. Matilde era contenta di condividere. Interagiva, anche. Indicando le cose, ridendo alle battute, alle "strapazzate" del papà, alle facce buffe della sorellina.
In questo clima disteso e colloquiale, Matilde aveva voglia di relazionarsi. Era evidente. Come coi parenti, il suo comportamento non è quello di chi si sottrae allo scambio, anzi. La psicologa era a livello dei parenti.
E osservando io l'approccio di questa "maestra" inventata, di questa giovane mamma - perché la dottoressa ha circa la mia età e un figlio più di me - e confrontandomi, in separata sede, con lei, mi rendo conto di una cosa importante. Ne prendo consapevolezza.
L'obiettivo - mi viene da realizzare - non è quello di parlare, o di farla parlare, ma quello di capirsi, di comprendersi.
Se il canale verbale è temporaneamente bloccato, in attesa che trovi le sue occasioni di sblocco, esistono mille altri modi per intendersi.
E tanto basta, per il momento.
Solo con chi rispetta i suoi tempi, con chi ha la pazienza di conoscerla, senza aspettarsi nulla, ma soltanto con la voglia di scambiare emozioni con lei, Matilde saprà essere la bambina spensierata che è.
Con chi si mette al suo livello, con chi si sintonizza sulla sua modalità interiore, lei avrà possibilità di lasciarsi andare.
venerdì 20 gennaio 2017
Paura di sbagliare
"Credo che sia proprio quello, il suo vero punto debole" ci dice la psicologa. "Il fatto di non concedersi mai la possibilità di sbagliare".
Non tanto il suo silenzio con gli altri, quindi, quanto il difendersi dall'eventualità di un errore.
Torniamo sempre lì. L'auto-disciplina di Matilde.
Il suo perfezionismo.
E infatti, chiudersi nel silenzio durante le ore a scuola, oppure con persone diverse da quelle con cui parla abitualmente, sembra di fatto un meccanismo di difesa per mantenere un controllo sulla paura di sbagliare.
Su quell' agitazione, come una volta mi disse lei stessa.
Probabilmente, mia figlia considera le possibili conseguenze delle sue azioni in un modo distorto. Immagina che succeda qualcosa di irreparabile, forse, qualcosa di catastrofico. E soprattutto non accetta che non sia come voleva lei.
Si arrabbia quando un Lego non si incastra nel modo in cui voleva metterlo lei, si infastidisce quando sul disegno fa una sbavatura fuori dal contorno, piange lacrime di delusione quando non interpretiamo subito un suo desiderio (voglio guardare un altro cartone animato, voglio giocare col papà, non voglio che la sorellina prenda i miei giochi, quelli con cui adesso sto giocando).
Ovviamente, la paura di sbagliare è anche mia.
Come genitore, intendo.
E forse è proprio la paura di sbagliare a farmi sbagliare!
Domande me ne sono poste, tante: e se fossi io a trasmetterle questo senso di catastrofismo? Questa intolleranza verso l'imperfezione? Oddio, a me non sembra... vuoi vedere che involontariamente sono stata io?
Ecco il solito senso di colpa.
Poi mi analizzo e penso che no: se sbaglio e me ne accorgo, glielo faccio notare, e ne rido insieme a Matilde. Se dico una cosa al posto di un'altra, se metto in forno il latte e in frigo i biscotti, se mi confondo coi nomi o con gli oggetti, dico: "Vedi, Matilde, che mamma sbadata! Ho sbagliato anche stavolta!" E ride divertita come me.
Tornando alla psicologa, devo dire che è rimasta piacevolmente sorpresa, tanto quanto me, al racconto di quel nuovo progresso di Matilde, nel pronunciare parole davanti agli altri.
Quel parlare in una lingua strana, il gneggnè, o gneggnese. Dice, la psicologa, che è una tecnica applicata proprio nella terapia. Si fanno vocalizzi, o imitazioni dei versi animaleschi, per cominciare a familiarizzare col suono della propria voce in presenza di altre persone.
"Vostra figlia trova davvero delle strategie meravigliose! Da notare, però, che si tratta sempre di un modo per non rischiare: posso abbassare il mio livello d'ansia, perché di fatto sto comunicando e rompendo il mio silenzio, ma quella voce non è la mia, la sto mimando. In questo modo, io resto al sicuro".
Ed è così: un modo di entrare in comunicazione non pericoloso, sopportabile.
Un compromesso.
Piano, piano, piccoli passi. I piedi nell'acqua.
Io credo in lei.
Noi, crediamo in lei.
Prossimo incontro sarà l'osservazione a casa da parte della psicologa.
Diremo a Matilde che verrà a trovarci una maestra, che insegna a bambini di un altra città qui vicino, e che abbiamo conosciuto qui e là, eccetera. Viene a trovare noi genitori, non lei. Noi svolgeremo le nostre normali attività quotidiane, la psicologa interagirà con un genitore alla volta, per lasciare l'altro insieme alle bambine e vedere come si svolgerà la comunicazione. Magari proverà a darci qualche piccola indicazione per guidare l'osservazione, ma sarà una cosa breve e tranquilla.
Sono molto curiosa, e non vedo l'ora anche di poter svelare un progetto che ha a che fare con la comunicazione, e che più avanti spero riusciremo a realizzare... Sorpresa...!
Il suo perfezionismo.
E infatti, chiudersi nel silenzio durante le ore a scuola, oppure con persone diverse da quelle con cui parla abitualmente, sembra di fatto un meccanismo di difesa per mantenere un controllo sulla paura di sbagliare.
Su quell' agitazione, come una volta mi disse lei stessa.
Probabilmente, mia figlia considera le possibili conseguenze delle sue azioni in un modo distorto. Immagina che succeda qualcosa di irreparabile, forse, qualcosa di catastrofico. E soprattutto non accetta che non sia come voleva lei.
Si arrabbia quando un Lego non si incastra nel modo in cui voleva metterlo lei, si infastidisce quando sul disegno fa una sbavatura fuori dal contorno, piange lacrime di delusione quando non interpretiamo subito un suo desiderio (voglio guardare un altro cartone animato, voglio giocare col papà, non voglio che la sorellina prenda i miei giochi, quelli con cui adesso sto giocando).
Ovviamente, la paura di sbagliare è anche mia.
Come genitore, intendo.
E forse è proprio la paura di sbagliare a farmi sbagliare!
Domande me ne sono poste, tante: e se fossi io a trasmetterle questo senso di catastrofismo? Questa intolleranza verso l'imperfezione? Oddio, a me non sembra... vuoi vedere che involontariamente sono stata io?
Ecco il solito senso di colpa.
Poi mi analizzo e penso che no: se sbaglio e me ne accorgo, glielo faccio notare, e ne rido insieme a Matilde. Se dico una cosa al posto di un'altra, se metto in forno il latte e in frigo i biscotti, se mi confondo coi nomi o con gli oggetti, dico: "Vedi, Matilde, che mamma sbadata! Ho sbagliato anche stavolta!" E ride divertita come me.
Tornando alla psicologa, devo dire che è rimasta piacevolmente sorpresa, tanto quanto me, al racconto di quel nuovo progresso di Matilde, nel pronunciare parole davanti agli altri.
Quel parlare in una lingua strana, il gneggnè, o gneggnese. Dice, la psicologa, che è una tecnica applicata proprio nella terapia. Si fanno vocalizzi, o imitazioni dei versi animaleschi, per cominciare a familiarizzare col suono della propria voce in presenza di altre persone.
"Vostra figlia trova davvero delle strategie meravigliose! Da notare, però, che si tratta sempre di un modo per non rischiare: posso abbassare il mio livello d'ansia, perché di fatto sto comunicando e rompendo il mio silenzio, ma quella voce non è la mia, la sto mimando. In questo modo, io resto al sicuro".
Ed è così: un modo di entrare in comunicazione non pericoloso, sopportabile.
Un compromesso.
Piano, piano, piccoli passi. I piedi nell'acqua.
Io credo in lei.
Noi, crediamo in lei.
Prossimo incontro sarà l'osservazione a casa da parte della psicologa.
Diremo a Matilde che verrà a trovarci una maestra, che insegna a bambini di un altra città qui vicino, e che abbiamo conosciuto qui e là, eccetera. Viene a trovare noi genitori, non lei. Noi svolgeremo le nostre normali attività quotidiane, la psicologa interagirà con un genitore alla volta, per lasciare l'altro insieme alle bambine e vedere come si svolgerà la comunicazione. Magari proverà a darci qualche piccola indicazione per guidare l'osservazione, ma sarà una cosa breve e tranquilla.
Sono molto curiosa, e non vedo l'ora anche di poter svelare un progetto che ha a che fare con la comunicazione, e che più avanti spero riusciremo a realizzare... Sorpresa...!
martedì 10 gennaio 2017
Chissà se va? Ma sì che va
Neanche me ne sono accorta.
Vedi? E' proprio così.
Succede quando il livello di attenzione rivolto su di lei, si abbassa.
Quando non le si richiede una performance vocale in maniera singola e individuale, ma quando invece si partecipa assieme ad un gioco.
Quando non sei solo tu a farlo, ma siamo coinvolti tutti.
Le ansie da prestazione, allora, spariscono. E le parole, fluiscono.
Vacanze natalizie trascorse a casa dai nonni. Visite giornaliere di parenti vari, coi quali Matilde interagisce da sempre senza pronunciare parole. Coi nonni sì, invece. Tutti i nonni. Oltre a noi genitori.
Siamo tutti in cucina, tranne mia zia Patrizia, che è nella stanza accanto insieme alla sorellina baby. Matilde le raggiunge di là. Io resto in cucina, distratta da un'altra conversazione. La sento ridere e scherzare. Ma me ne accorgo soltanto quando vado a vedere cosa succede.
"Gnugno, Gnue, Gne, Gnaggno, Gnignue, Gnei..."
Matilde parla. Sta dicendo delle parole.
O meglio: sta contando da uno a venti. In una lingua strana, devo dire: il gneggnese.
Anzi, contano in modo alternato, lei e mia zia. Giocano a chi sa dire il numero successivo senza sbagliare.
Le sorrido, mi metto a giocare con loro, faccio giocare la sorellina con la torcia, cose normali. Ma dentro di me gioisco: evviva, un gran bel passo avanti!
La cosa si ripete anche nei giorni seguenti, in altre occasioni, in altre case, con altri parenti.
Sono convinta che gradualmente la sua sensazione di agitazione nel provare a parlare davanti agli altri scemerà. Piccoli passi, appunto. Tempo al tempo.
Ma, nel frattempo, è fondamentale che le persone intorno a lei dimostrino di non essere preoccupate, o impazienti, o insistenti. Di non trasmetterle l'idea che "lei è la bambina che non parla". Perché sappiamo che è una condizione transitoria.
Stiamo transitando attraverso il mutismo selettivo.
Ed è proprio questo, il punto.
Mi sono accorta che averne parlato, o meglio scritto, in questo blog, potrebbe aver aumentato la preoccupazione di alcuni nostri cari: ma è una malattia? Guarirà? Oddio, non sa parlare? E' muta? Oppure può essere che siano ancora convinti che il mutismo - selettivo eh, perché lei parla eccome! - sia una sua scelta, che lei decida volontariamente con chi parlare e con chi no, quando farlo e quando no.
E qui si apre l'aspetto cruciale della questione: noi conosciamo una Matilde che non è la Matilde che conoscono gli altri. Noi la vediamo una bambina assolutamente normale e spensierata. Gli altri vedono una bambina ammutolita: forse timida? Forse intimorita? Forse inibita? Forse maleducata? Forse ritardata? Forse oppositiva? No. Agitata.
Agitata per quella performance linguistica a cui accennavo. Ma per il resto lei è tranquilla.
Due versioni della stessa bambina, dunque.
Ma d'altra parte, anch'io ho due versioni di me stessa, se non di più. E certamente molti altri di noi le avranno. A casa conoscono la vera Chiara, con pregi e difetti spudoratamente manifestati. Mentre fuori, dipende. Dipende dalle persone con cui sono. Con la mia più cara amica, sono me stessa anche nei miei angoli più nascosti. In situazioni informali e amichevoli, sono una Chiara pacata ma conviviale. In altre situazioni meno familiari, sono diversa ancora. Più riservata e misteriosa. Mi faccio quasi affatto conoscere.
Questo per dire che non è assolutamente strano che si conoscano aspetti diversi in contesti diversi, parlando di elementi del carattere di una stessa persona. E' appena uscito un libro sul mutismo selettivo che si intitola proprio così: "Senza parole. Bambini diversi in contesti diversi" (ho volutamente tolto il link, perché purtroppo non tutti i testi sul tema sono raccomandabili, e non meritano di essere più di tanto approfonditi). Ma, a mio avviso, si sarebbe dovuto piuttosto chiamare: bambini con modalità relazionali diverse in contesti diversi. Perché la chiave è proprio relazionale.
Ad ogni modo, le sedute con la psicologa riprenderanno regolarmente dopo la pausa natalizia. A breve incontrerà anche le maestre di Matilde.
Nei nostri incontri precedenti, la psicologa ci aveva suggerito degli esercizi respiratori da fare insieme a nostra figlia. Inspirare col naso, espirare con la bocca. Mettere una mano sulla pancia per sentire un ipotetico palloncino che si gonfia con l'aria che inspiriamo. E poi si sgonfia quando buttiamo fuori l'aria. Fare delle smorfie col viso, muovere tutti i muscoli della faccia. Quelli che, per sei o sette ore a scuola, non utilizza mai.
Cominciare ad allenare il suo apparato fonatorio proprio con una serie di esercizi fisici.
Così come, in piedi una di fronte all'altra, inspirare e poi, durante l'espirazione, emettere i suoni delle vocali, una per volta. Per iniziare a familiarizzare con l'emissione di suoni. E sentire quale parte del corpo vibra di più. Giocare a indovinare quale punto della gola o del petto vibrerà con la lettera A. Oppure con la E. O con la O. E così via.
Le abbiamo anche mostrato un paio di disegni recenti di Matilde. Nel primo, in particolare, aveva colorato l'intero cielo di blu e nel bordo inferiore una striscia marrone di terra; aveva disegnato al centro del foglio un tronco altissimo, che in realtà era un fiore cresciuto a dismisura; nell'angolo a sinistra una bambina tratteggiata con il colore nero, e a destra due fiori piccoli, colorati, normali. Avevo chiesto a Matilde quale fosse lei. Immaginavo mi rispondesse la bambina, invece lei indicò come sé stessa il secondo dei fiorellini sulla destra.
La psicologa, dopo aver commentato con apprezzamento e stupore le capacità grafiche e artistiche di Matilde, ci ha spiegato che tutti gli elementi del disegno rappresentano parti di lei stessa. Ci ha suggerito di provare a far dialogare gli elementi tra loro, chiedendo a Matilde cosa potrebbe dire la bambina al fiore, o il fiore cresciuto al fiore piccolo, o alla figura della bimba.
Visto che è poi una bambina molto precisa e auto-disciplinata, la dottoressa ci ha chiesto di provare a interromperla in una attività di disegno, proprio nel momento in cui la vediamo più concentrata. Con una scusa qualsiasi: per favore, vieni ad aiutarmi a preparare la tavola. Per vedere come reagisce.
Com'è andata? La prima volta non ne ha voluto sapere. Mi ha girato le spalle, infastidita, e ha continuato a colorare. La seconda volta, invece, mi ha seguita ed è venuta con me a stendere la sua biancheria. Subito dopo, però, è corsa via, a terminare il disegno.
I pensieri, le emozioni, non sono soltanto quelle dette... ma anche quelle scritte... o disegnate...
Vedi? E' proprio così.
Succede quando il livello di attenzione rivolto su di lei, si abbassa.
Quando non le si richiede una performance vocale in maniera singola e individuale, ma quando invece si partecipa assieme ad un gioco.
Quando non sei solo tu a farlo, ma siamo coinvolti tutti.
Le ansie da prestazione, allora, spariscono. E le parole, fluiscono.
Vacanze natalizie trascorse a casa dai nonni. Visite giornaliere di parenti vari, coi quali Matilde interagisce da sempre senza pronunciare parole. Coi nonni sì, invece. Tutti i nonni. Oltre a noi genitori.
Siamo tutti in cucina, tranne mia zia Patrizia, che è nella stanza accanto insieme alla sorellina baby. Matilde le raggiunge di là. Io resto in cucina, distratta da un'altra conversazione. La sento ridere e scherzare. Ma me ne accorgo soltanto quando vado a vedere cosa succede.
"Gnugno, Gnue, Gne, Gnaggno, Gnignue, Gnei..."
Matilde parla. Sta dicendo delle parole.
O meglio: sta contando da uno a venti. In una lingua strana, devo dire: il gneggnese.
Anzi, contano in modo alternato, lei e mia zia. Giocano a chi sa dire il numero successivo senza sbagliare.
Le sorrido, mi metto a giocare con loro, faccio giocare la sorellina con la torcia, cose normali. Ma dentro di me gioisco: evviva, un gran bel passo avanti!
La cosa si ripete anche nei giorni seguenti, in altre occasioni, in altre case, con altri parenti.
Sono convinta che gradualmente la sua sensazione di agitazione nel provare a parlare davanti agli altri scemerà. Piccoli passi, appunto. Tempo al tempo.
Ma, nel frattempo, è fondamentale che le persone intorno a lei dimostrino di non essere preoccupate, o impazienti, o insistenti. Di non trasmetterle l'idea che "lei è la bambina che non parla". Perché sappiamo che è una condizione transitoria.
Stiamo transitando attraverso il mutismo selettivo.
Ed è proprio questo, il punto.
Mi sono accorta che averne parlato, o meglio scritto, in questo blog, potrebbe aver aumentato la preoccupazione di alcuni nostri cari: ma è una malattia? Guarirà? Oddio, non sa parlare? E' muta? Oppure può essere che siano ancora convinti che il mutismo - selettivo eh, perché lei parla eccome! - sia una sua scelta, che lei decida volontariamente con chi parlare e con chi no, quando farlo e quando no.
E qui si apre l'aspetto cruciale della questione: noi conosciamo una Matilde che non è la Matilde che conoscono gli altri. Noi la vediamo una bambina assolutamente normale e spensierata. Gli altri vedono una bambina ammutolita: forse timida? Forse intimorita? Forse inibita? Forse maleducata? Forse ritardata? Forse oppositiva? No. Agitata.
Agitata per quella performance linguistica a cui accennavo. Ma per il resto lei è tranquilla.
Due versioni della stessa bambina, dunque.
Ma d'altra parte, anch'io ho due versioni di me stessa, se non di più. E certamente molti altri di noi le avranno. A casa conoscono la vera Chiara, con pregi e difetti spudoratamente manifestati. Mentre fuori, dipende. Dipende dalle persone con cui sono. Con la mia più cara amica, sono me stessa anche nei miei angoli più nascosti. In situazioni informali e amichevoli, sono una Chiara pacata ma conviviale. In altre situazioni meno familiari, sono diversa ancora. Più riservata e misteriosa. Mi faccio quasi affatto conoscere.
Questo per dire che non è assolutamente strano che si conoscano aspetti diversi in contesti diversi, parlando di elementi del carattere di una stessa persona. E' appena uscito un libro sul mutismo selettivo che si intitola proprio così: "Senza parole. Bambini diversi in contesti diversi" (ho volutamente tolto il link, perché purtroppo non tutti i testi sul tema sono raccomandabili, e non meritano di essere più di tanto approfonditi). Ma, a mio avviso, si sarebbe dovuto piuttosto chiamare: bambini con modalità relazionali diverse in contesti diversi. Perché la chiave è proprio relazionale.
Ad ogni modo, le sedute con la psicologa riprenderanno regolarmente dopo la pausa natalizia. A breve incontrerà anche le maestre di Matilde.
Nei nostri incontri precedenti, la psicologa ci aveva suggerito degli esercizi respiratori da fare insieme a nostra figlia. Inspirare col naso, espirare con la bocca. Mettere una mano sulla pancia per sentire un ipotetico palloncino che si gonfia con l'aria che inspiriamo. E poi si sgonfia quando buttiamo fuori l'aria. Fare delle smorfie col viso, muovere tutti i muscoli della faccia. Quelli che, per sei o sette ore a scuola, non utilizza mai.
Cominciare ad allenare il suo apparato fonatorio proprio con una serie di esercizi fisici.
Così come, in piedi una di fronte all'altra, inspirare e poi, durante l'espirazione, emettere i suoni delle vocali, una per volta. Per iniziare a familiarizzare con l'emissione di suoni. E sentire quale parte del corpo vibra di più. Giocare a indovinare quale punto della gola o del petto vibrerà con la lettera A. Oppure con la E. O con la O. E così via.
Le abbiamo anche mostrato un paio di disegni recenti di Matilde. Nel primo, in particolare, aveva colorato l'intero cielo di blu e nel bordo inferiore una striscia marrone di terra; aveva disegnato al centro del foglio un tronco altissimo, che in realtà era un fiore cresciuto a dismisura; nell'angolo a sinistra una bambina tratteggiata con il colore nero, e a destra due fiori piccoli, colorati, normali. Avevo chiesto a Matilde quale fosse lei. Immaginavo mi rispondesse la bambina, invece lei indicò come sé stessa il secondo dei fiorellini sulla destra.
La psicologa, dopo aver commentato con apprezzamento e stupore le capacità grafiche e artistiche di Matilde, ci ha spiegato che tutti gli elementi del disegno rappresentano parti di lei stessa. Ci ha suggerito di provare a far dialogare gli elementi tra loro, chiedendo a Matilde cosa potrebbe dire la bambina al fiore, o il fiore cresciuto al fiore piccolo, o alla figura della bimba.
Visto che è poi una bambina molto precisa e auto-disciplinata, la dottoressa ci ha chiesto di provare a interromperla in una attività di disegno, proprio nel momento in cui la vediamo più concentrata. Con una scusa qualsiasi: per favore, vieni ad aiutarmi a preparare la tavola. Per vedere come reagisce.
Com'è andata? La prima volta non ne ha voluto sapere. Mi ha girato le spalle, infastidita, e ha continuato a colorare. La seconda volta, invece, mi ha seguita ed è venuta con me a stendere la sua biancheria. Subito dopo, però, è corsa via, a terminare il disegno.
I pensieri, le emozioni, non sono soltanto quelle dette... ma anche quelle scritte... o disegnate...
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