Visualizzazione post con etichetta pensieri e riflessioni. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta pensieri e riflessioni. Mostra tutti i post

giovedì 27 agosto 2020

Questo 2020 così complicato ma anche incredibile

Sono passati molti mesi dall'ultimo post. Mesi difficili, inaspettati, terribilmente segnati dal contagio pandemico di un nuovo virus, il Covid-19, che ha portato tanto dolore, sofferenza, paura, sacrifici, e che purtroppo continua a far temere per il futuro. E con il quale, a quanto pare, dobbiamo imparare a convivere ancora per altri mesi e mesi, almeno fino all'arrivo di un salvifico vaccino. 

Le scuole hanno improvvisamente e bruscamente chiuso i loro battenti dal 24 febbraio fino alla fine dell'anno scolastico. Tutto si è fermato. (Giustamente.) Dentro le aule tutto è rimasto così come lo avevano lasciato alunni e insegnanti il venerdì precedente, convinti che il lunedì si sarebbe ripresa la normale routine. Invece no. Siamo stati presi da un continuo rincorrersi di informazioni, spesso discordanti tra ordini e contrordini, e di sensazioni, tra incredulità, rifiuto, spavento, rassegnazione.

Incertezza. Soprattutto incertezza su cosa ci avrebbe atteso, su cosa stavamo affrontando, su come ci stava minacciando questo nuovo virus. Un toccasana per l'ansia, insomma!

Quando le scuole si sono organizzate con la ormai famosa DaD, la didattica a distanza, le famiglie si sono attrezzate per far entrare la scuola tra le mura di casa. Tra mille ostacoli, connessioni lente o intermittenti, auricolari o cuffie, password errate o azzeccate, alla fine ci siamo abituati anche al quotidiano appuntamento scolastico casalingo. I genitori, a furia di ripetizioni e spiegazioni aggiuntive, hanno potuto prendere un'abilitazione "ah honorem" all'insegnamento, e mentre tutti quanti imparavamo nuove parole e nuovi comportamenti (lockdown, mascherina, assembramenti, autocertificazione) ci siamo anche abituati a quell'unico modo possibile, in quel frangente, di comunicare e stare in contatto pur nella distanza forzata dell'isolamento. 

Videolezioni, videoconferenze, smart working, videochiamate, piattaforma Meet, piattaforma Zoom, e compagnia bella. Computer, tablet e telefonini sono stati la nostra interfaccia e la nostra connessione col prossimo. Compagni di classe, colleghi, parenti, amici: tutti finiti dietro (o dentro) lo schermo. Che ha avuto la fondamentale utilità di avvicinarci quando sembrava impossibile potersi reincontrare, potersi riabbracciare. 

Poi ci siamo finalmente reincontrati. Alcuni riabbracciati. A maggio era ufficialmente terminato il lockdown, io sono potuta rientrare al lavoro, e faceva veramente uno strano effetto uscire e rapportarsi in presenza con gli altri. C'era sempre questa paura, questa sottile agitazione, un continuo stare in guardia senza potersi mai completamente rilassare come prima. Una sensazione di disorientamento. A metà maggio abbiamo iniziato a portare le bimbe nei prati all'aperto, dopo poco hanno tolto i nastri a strisce bianche e rosse con cui avevano avvolto i giochi al parco, rendendo di nuovo accessibili scivoli e altalene. 

Per la festa del 2 Giugno siamo andati a trascorrere la giornata al mare. Vedere il mare dopo mesi di casa e terrazzo, è stata una vera gioia. Un senso di libertà, di apertura, straordinario. Una rinascita. Lì, durante il pranzo allo stabilimento balneare, Matilde ha compiuto il "primo miracolo". (*) L'ordinazione alla cameriera. In quel caso, ho chiesto a Matilde cosa volesse mangiare, e lei, parlando a me a voce alta, perché i posti a tavola erano ben distanziati come da normativa, ha detto così chiaramente il nome del piatto che desiderava, che non c'è stato bisogno della mia ripetizione alla cameriera, poiché aveva già preso nota correttamente. 

Qualche giorno dopo, siamo circa a metà giugno, il "secondo miracolo" (li chiamo così in maniera ironica e affettuosa, ma rende bene l'idea di quanto invisibilmente a bocca aperta mi abbiano lasciato, ritenendo pressoché improbabile che nei confronti di persone estranee sarebbe potuto a breve succedere un tentativo verbale). L'ordinazione alla gelataia. Quel giorno, dopo esser state al parco, decidiamo di farci una merenda in gelateria. Lungo il tragitto per strada, chiedo alle bimbe quali gusti prenderanno e poi propongo: "Dai, diteli voi i gusti che volete, direttamente alla gelataia, tanto ormai siete in grado, che ne dite?". Abbiamo ripassato cosa dire per l'ordinazione, e poi, giunti davanti al bancone, Matilde da dietro la mascherina proclama "Una coppetta piccola al cioccolato!". La gelataia, non avendo inteso bene ha chiesto di ripetere, allora, dopo aver abbassato la mascherina, Matilde ha ripetuto a voce alta la stessa richiesta. La gelataia le ha servito la coppetta e, dopo aver aspettato che anche la sorellina facesse la sua ordinazione, ho pagato e siamo uscite.

Neanche una settimana dopo, si verifica il "terzo miracolo". Erano cominciate a ripartire alcune iniziative per bambini nella nostra città, e visto che Matilde si è mostrata immediatamente entusiasta di partecipare nuovamente a forme di ritrovata socialità, tra proposte di attività fisica e laboratori creativi, l'ho volentieri iscritta a un corso di danza e movimento al parco, e a un ciclo di incontri di esperienze creative per bambini. Già all'arrivo in segreteria per le iscrizioni ai laboratori di "Officina", da dietro la mascherina Matilde risponde alla richiesta di dire il suo nome e la sua età. Spontaneamente, senza che io abbia ripetuto la domanda, o insistito. Anzi, mi sono imposta di tacere io, senza rispondere al posto suo, ma rispettando il suo tempo di reazione. Che non è nemmeno durato più del normale. Una volta iniziati i corsi, ai quali ho iscritto anche la sorellina Michela per la fascia d'età relativa, Matilde ha partecipato a tutte le attività rispondendo alle richieste verbali con la sua viva voce. Ed è stata una continua conferma. Sia al momento iniziale del "totem delle emozioni" dove le educatrici invitavano i bimbi a indicare la faccina corrispondente a come si sentivano quel giorno (felice, triste, arrabbiato, così così) e a motivare la scelta fatta (Matilde si limitava a dire "felice" senza aggiungere altro ma intanto aveva pronunciato davanti a tutti la parola), sia al momento della vera e propria attività, dove le bravissime Eleonora e Cecilia coinvolgevano i bimbi nell'apprezzare, commentare, interessarsi al lavoro di ciascun bimbo (Matilde rispondeva alla richiesta di dare un nome al proprio elaborato, o di riferire cosa stesse utilizzando per crearlo) fino al momento della merenda che veniva offerta a tutti, proponendo la scelta tra merendina o crackers, e tra succo o acqua (Matilde diceva a voce la sua preferenza). Ha pronunciato perfino il "grazie" e il "ciao" finale, che sono tra le due attivazioni verbali più difficili da recuperare per i bambini con mutismo selettivo, perché il saluto e il ringraziamento espongono molto all'interazione con l'altro e quindi sono tendenzialmente le ultime parole a riuscire a uscire (tant'è che involontariamente passano per bimbi maleducati, quando invece hanno "solo" un blocco d'ansia).

Però. C'è sempre il però. Con le persone che la conoscono già come "la bambina che non parla" resta ancora nella sua modalità silenziosa. Mentre con gli estranei, gli occasionali, coloro che non sanno nulla di lei, e pertanto non vengono percepiti come giudicanti, tutto è più rilassato, più fluido, il controllo si allenta e le parole rotolano facilmente sulla lingua, come fa a casa. E noi riconosciamo la Matilde che conosciamo da sempre. Anche se fa un certo effetto anche a me, positivo ma ovviamente sorprendente, vederla parlare con altri. La gelataia, il cameriere, il passante, le educatrici di Officina. Persino bambini estemporaneamente conosciuti al parco, ai quali ha risposto dicendo il suo nome e la sua età.

Con compagni, parenti e amici di famiglia, è ancora difficile. Per quanto ci siano delle varianti anche abbastanza rilevanti. Nel rapportarsi con compagni e maestre, ad esempio, nei momenti di videolezione la modalità di interazione di Matilde era esclusivamente scritta, attraverso lo spazio della chat che compariva accanto alle finestre video dei componenti della classe. Per quanto le insegnanti, sempre molto collaborative e disponibili, abbiano proposto e provato a creare un momento di videointerazione con loro e un piccolo gruppo ristretto di amiche in cui Matilde potesse sentirsi più a suo agio. Ma nel suo caso non funzionò per agevolare il verbale. Invece, i messaggi vocali alle insegnanti su WhatsApp sono continuati tranquillamente. Con Giulia, sua compagna e amica prediletta, la voce di Matilde si è fatta sentire forte e chiara nelle videochiamate, sempre tramite WhatsApp. E' stata una bella novità del lockdown, questa delle videochiamate con Giulia, mentre quando potemmo tornare a trovarci in presenza, ritornò anche il silenzio di Matilde, pur giocando spensieratamente insieme alla sua adorata amica. 

Ora che la riapertura della scuola si avvicina, tra mille mila dubbi e incertezze, che mi rendono ogni giorno più avvilita, chissà se la mascherina obbligatoria sarà un ostacolo oppure un'opportunità. Matilde aveva iniziato in terza elementare a parlare all'orecchio delle maestre, abbandonando il sistema dei bigliettini per comunicare con loro. Addirittura nella settimana prima della chiusura, mi aveva avvicinata l'insegnante di sostegno all'uscita da scuola per dirmi che Matilde aveva parlato all'orecchio anche con lei. Eravamo a questo punto, quando tutto poi si interruppe, come sappiamo. 

La ripartenza è piena di incognite, ma andremo avanti passo per passo, come abbiamo sempre fatto. E sempre fiduciosamente. Con qualche bella esperienza in più nella saccoccia.




(*) Parlando dei "miracoli" prendo spunto proprio dal libro "Matilde" di Roald Dahl, che ci ha accompagnato in queste settimane come lettura estiva ed è piaciuto molto alle bimbe. La protagonista del libro compie veri e propri miracoli usando un'energia, uno speciale potere, che non sapeva nemmeno di avere.



domenica 29 dicembre 2019

Buona fine con ottime prospettive di Buon inizio

Si conclude questo 2019, da una parte difficile e doloroso, e dall'altra entusiasmante e fortunato.
Un anno schizofrenico. Da dimenticare e da ricordare.
Un anno che toglie da una parte e che dona dall'altra.
Sicuramente positivo per i piccoli grandi passi che sta facendo Matilde nel suo ritrovare le parole in pubblico.

A scuola la novità più importante è il fatto di aver iniziato a parlare all'orecchio delle insegnanti. Prima di Filomena, a fine ottobre. Poi di Annalina, a metà novembre.
La maestra di matematica, il 28 Ottobre, mi manda questo messaggino: "Salve, scusi se uso questo mezzo per comunicare con lei, ma visto che ci scambiamo i video di Matilde e quant'altro qui, ne approfitto anche per raccontarle di oggi. Ho chiesto le tabelline ai bimbi; quando è arrivato il turno di Matilde gliele ho chieste, e poi mi sono avvicinata, piegandomi, a lei che a sua volta si è avvicinata all'orecchio e mi ha detto i risultati di due tabelline (risultati esatti!). Poi, mentre chiedevo le tabelline agli altri, l'ho vista mentre stava per alzarsi con il solito biglietto in mano del "Posso andare in bagno?" Io l'ho guardata con dolcezza ma anche con l'aria del "ancora questo bigliettino?! Dai, che sei pronta!" senza però parlare in realtà, e lei dopo pochissimi istanti ha posato il biglietto, è venuta da me tirandosi in su per parlarmi all'orecchio e mi ha chiesto di andare in bagno. Noi tutti tranquilli e senza scomporci. E' tornata felice!"
Grande Mati, ho pensato, con il cuore pieno di gioia e un sorriso stampato in faccia.
Ho parlato poi con l'insegnante all'uscita da scuola, e Filomena mi ha raccontato bene le circostanze del fatto: è accaduto tutto in classe, quindi in presenza dei compagni, che, essendo stati "istruiti" sul fatto di evitare reazioni di stupore, non hanno commentato né evidenziato la novità. Perché il messaggio che deve passare è sempre quello che usare la voce e le parole è una cosa normale, di cui non meravigliarsi. Soprattutto - e paradossalmente - se a farlo è una compagna che loro non hanno mai sentito parlare.
Ma c'è un piccolo, importante, passaggio in più: il 7 Novembre, in risposta all'ormai consueto video che mandiamo alla maestra con la registrazione di Matilde che ripete le pagine da studiare per compito, Filomena risponde con un messaggio vocale, dicendole che è stata brava e salutandola per rivedersi l'indomani a scuola. Ho chiesto a Matilde se volesse rispondere anche lei con un vocale, e ha accettato di dirle a voce un primo telegrafico "A domani!". Da lì ne sono seguiti altri, sempre un po' più articolati.
Nel frattempo, il 14 Novembre mi arriva - tra l'altro nel bel mezzo di un seminario sul mutismo selettivo organizzato per Aimuse a Bologna - il messaggio di Annalina, che scrive: "Stamattina Matilde ha parlato anche a me... sono stata al settimo cielo! Una novità fantastica! Mi ha parlato all'orecchio in classe, davanti agli altri compagni. Sono sicura che entro la fine dell'anno ci stupirà!". E poco dopo, il 26 Novembre, arriva anche con lei il primo scambio di messaggi vocali, affettuosi e divertenti, come con l'altra insegnante.
Lo strumento di WhatsApp si rivela davvero utile in questo caso.
Non solo, qualche settimana dopo mi ferma l'insegnante di sostegno, che è nella loro classe dall'anno scorso, per dirmi che Matilde ha parlato all'orecchio anche con lei.
La recita di fine anno che si è tenuta a metà dicembre insieme alle altri classe terze è stata come le altre volte. Proviamo ogni volta a buttare lì a Matilde il suggerimento di cantare in playback, tanto cosa le costa? Deve muovere solo le labbra. Però evidentemente non se la sente ancora. 
Il giorno dopo lo spettacolo natalizio, mentre io e alcune mamme scambiavamo gli auguri all'uscita da scuola con le maestre, Filomena mi ha accennato al fatto che Matilde le aveva fatto una promessa, lasciando intendere che riguardava il tentativo di cantare insieme al coro di bambini. Lì per lì, ho soltanto sorriso, convenendo con l'insegnante che non importa, è andata bene comunque e tutti sono stati bravi. 
Però, ecco, avrei voluto spiegarle che forse la promessa di Matilde fatta alla maestra era più che altro un non voler deludere la sua richiesta, perlomeno a livello ideale. Spesso la paura di parlare, o la vergogna di esporsi con la voce, nascondono invece una gran voglia di comunicare: i bambini con mutismo selettivo ci tengono così tanto alla relazione con l'altra persona, da percepire le sue aspettative e non volerle deludere. Poi il conseguente blocco del verbale è una reazione difensiva quasi automatica, che inizialmente è difficile da disinnescare, soprattutto quando l'ipercontrollo mantiene attivo il livello d'ansia. Ma piano piano, a piccoli passi, occorre ed è possibile sciogliere il disagio.

Altra piccola grande novità è stato a Natale, quando arriva il regalo della mia cara amica Ilaria per le bimbe.
Una coppia di walkie-talkie. 
Un'idea bellissima, che si è rivelata da subito efficace per vincere il silenzio di Matilde.
Incredibilmente si è messa subito a provarli con la sorellina e, parlando nella ricetrasmittente a Michela, ha fatto sentire la sua voce anche a parenti con cui lei finora non parla. Eravamo io e Matilde in bagno, e la sorellina insieme a Ilaria e mia zia Patty in salotto. Le bimbe, parlandosi nei rispettivi walkie-talkie, giocavano a salutarsi, farsi richieste, darsi ordini, farsi pernacchie, divertite dalla novità del gioco. Che potrebbe poi estendersi anche ad altri bambini, ai suoi compagni, ad esempio, o comunque a persone con cui la voce fa ancora fatica a farsi sentire. 
Il fatto di doversi per forza allontanare fisicamente e andare in un'altra stanza per far funzionare le ricetrasmittenti è la cosa ideale per provare a parlare senza essere visti, parlare restando nascosti, che dà una protezione in più rispetto all'esporsi direttamente in presenza. 
E anche il giorno dopo, con la scusa di testarne il funzionamento anche a centinaia di metri, come garantivano le istruzioni allegate, andiamo al parco e lì ci raggiungono anche gli zii con mio cugino. Matilde è col nonno in mezzo agli alberi a circa duecento metri da noi e lei da laggiù fa vibrare la sua voce nell'apparecchio di Michela, che da qui risponde alle domande di sua sorella. 
Non credevo che con tanta facilità accettasse volentieri di provare i walkie-talkie, ma invece ciò dimostra quanto sia predisposta a superare la sua difficoltà.

E novità ce ne saranno anche per l'anno che verrà.
Non anticipo troppo - così lascio la suspense e la voglia di scriverne in seguito - ma due cose importanti sono in vista: una nuova opportunità in un corso di psicomotricità a Modena, che abbiamo recentemente contattato per informazioni, e la proposta della nostra psicoterapeuta di iniziare con Matilde degli incontri individuali, dove vedrà la bambina in studio e per la prima volta faranno terapia diretta. 
Vediamo come andrà. Sono sempre più fiduciosa.
Intanto Buon 2020!








venerdì 17 maggio 2019

Lezioni di volo

Questo sarà un post suddiviso in maniera molto schematica in paragrafi.
Perché quando occorre riassumere tutti gli avvenimenti tralasciati in questo tempo, occorre metodo.
Razionalità.
Sono rimasta indietro, sì. Ma recupero subito con grande slancio.
Che lo spirito della concisione venga a me.

TERAPIA
Ci chiama subito dopo Natale una nuova neuropsichiatra infantile: sarà lei a prendere in carico Matilde d'ora in poi, avendo la bimba compiuto sette anni. Dalla voce sembra giovane, gentile, disponibile. E così è: al primo incontro siamo andati noi genitori insieme a nostra figlia. Mentre noi firmavamo cose burocratiche, lei si è rivolta a Matilde chiedendole se volesse fare un disegno, e lei ha accettato. I modi dolci e pacati della dottoressa ci hanno rassicurato sulla qualità della relazione che si sarebbe instaurata con nostra figlia, e anche con noi. Impressione distante anni luce dall'impatto avuto con quella neuropsichiatra infantile che ci capitò quando all'inizio ci rivolgemmo al servizio, come già descritto qui. Terminate le procedure formali, la dottoressa - a Matilde avevo spiegato che saremmo andati da una signora per avere consigli sulla sua situazione di difficoltà nel far uscire, a volte, le parole - ci ha fatto accomodare fuori nella sala d'attesa, rimanendo da sola con la bimba in quel piccolo, quasi minuscolo, studio. Mentre io e il papà svolgiamo il compito appena assegnatoci - la compilazione di un questionario su alcune caratteristiche comportamentali osservate sulla bambina - ci chiediamo come starà andando l'incontro là dentro. Quando veniamo richiamati nello studio, troviamo Matilde sorridente, seduta dove era prima, ovvero di fronte alla dottoressa, e sulla scrivania un foglio con alcune parole colorate, scritte in stampatello con la sua calligrafia. "Abbiamo fatto un piccolo lavoro sulle emozioni" ci dice la neuropsichiatra. Poi, rivolgendosi a Matilde: "Adesso vorrei che per ognuna di queste parole mi dicessi - puoi scegliere se dirlo all'orecchio di mamma o a quello di papà - quando succede che ti senti così. Ad esempio: quand'è che Matilde si sente felice?". Matilde, dopo un attimo di esitazione, si avvicina al mio orecchio e sussurra: "Quando il papà mi compra le figurine delle LOL." Io ripeto a voce alta le sue esatte parole, e la dottoressa le annota sotto alla sua prima parola: Felicità. Sul foglio sono scritte altre quattro emozioni, e il gioco va avanti allo stesso modo per tutte le voci annotate. Matilde dà quel tipo di risposte che ci si aspetterebbero da una qualsiasi bambina della sua età, e alcune ci strappano un sorriso. Per la Tristezza ha risposto: quando mi fa male l'orecchio. Con Disgusto ha detto: quando mangio il kiwi. Alla voce Rabbia ha specificato: quando mia sorella mi disturba. Infine, con l'emozione della Paura ha risposto: quando devo andare in camera mia da sola al buio.
I successivi incontri - la dottoressa ci ha proposto finalmente un percorso di sedute a cadenza mensile - sono avvolti dal mistero, perché si svolgono a tu per tu tra lei e la neuropsichiatra. Abbiamo provato a interrogare Matilde, incuriositi, ma lei non lascia trapelare nulla: è un segreto, ci dice. Mi ha concesso soltanto di sapere che fa dei disegni, e fanno attività con alcuni libri. Scopriremo di più nelle prossime puntate. L'importante è che la stiamo vedendo serena nell'affrontare questa novità.

DANZA
Non ne avevo ancora accennato, comunque a settembre Matilde - e anche la sorellina, nel corso propedeutico per i piccoli - ha iniziato a frequentare un corso di danza moderna in una nuova scuola, abbandonando la precedente associazione dove aveva ballato per un paio d'anni. Ha scelto lei stessa di voler iniziare questa esperienza. Un piccolo salto nel buio, rispetto a quello che già conosceva. Non era così scontato che potesse affrontarlo. Alla prima lezione di prova le è piaciuto tutto: la nuova insegnante, le nuove compagne, la nuova palestra, le nuove musiche, i nuovi movimenti. E così l'abbiamo iscritta volentieri, sebbene l'impegno delle ore di allenamento fosse maggiore.
Non ho voluto parlare subito di mutismo selettivo all'insegnante di danza: mi sembrava di andare ad imprimere un'etichetta - non so come dire - eccessivamente medicalizzata, di cui in quel contesto si poteva fare a meno. Errore. L'ho capito dopo. Lì per lì, comunque, in maniera anche frettolosa - perché nell'andirivieni degli spogliatoi si fa fatica a trovare un angolo tranquillo per parlarsi - spiegai all'insegnante di danza la tendenza di Matilde a intimidirsi nelle situazioni nuove, ad avere i suoi tempi da rispettare nelle relazioni, e accennai al fatto che comunque non c'era da forzarla, ma soltanto aspettare che fosse lei ad aprirsi. Mi sembrava, in questo modo, di poter lasciare a Matilde un'occasione aperta, la libertà di provare a spiccare il suo volo verbale.
Invece, nel mio non detto, c'erano tutti gli spifferi dell'incompleta spiegazione, della parziale realtà, dei tasselli mancanti per la comprensione. Così, dopo un paio di mesi, mi decisi a parlare chiaramente all'insegnante. Nella lunga telefonata mi accorsi di quanta sintonia avevo scoperto. Ci siamo capite al volo: mamma anche lei di un bambino poco più grande di Matilde, che ha qualche difficoltà col linguaggio. E' stato bello rendersi conto di questa vicinanza, di questa solidarietà. Da quel momento sento che il rapporto con l'insegnante è migliorato: c'è più fiducia, c'è più collaborazione. Anche lei si rapporta a Matilde in maniera più consapevole: la protegge quando le compagne di danza insistono, in buona fede ma con eccessiva pressione, nel volerla sentir parlare; la loda e la corregge, spronandola in maniera positiva, e spiegandole che la correzione non è una nota negativa ma uno stimolo a migliorarsi; la consola quando la vede smarrita e in lacrime nell'atrio, perché la mamma ritarda a tornare a prenderla al termine della lezione (è successo una volta, mea culpa; ma avere imprevisti da dover gestire credo sia naturale e sano, ci si deve piano piano abituare alle cose della vita, comprese queste).
A proposito di imprevisti, ne è successo uno molto strano il mese scorso a teatro, dove era in scena lo spettacolo di tutta la scuola di danza dedicato a un musical anni venti e alla figura della donna. Era la seconda volta che eravamo a teatro, dopo l'esibizione di Natale. Stava ballando proprio il gruppo di Matilde, quando, a pochi secondi dal termine del balletto, piombiamo nel buio e nel silenzio. Un blackout improvviso. Tutti siamo sorpresi e disorientati. Ci sono voluti quaranta minuti buoni per capire il disguido e risolverlo, però a quel punto l'ora si era fatta troppo tarda per proseguire con il resto dello spettacolo, e così tutto era stato rimandato - e l'intero spettacolo ripetuto poche settimane dopo. In quei frangenti, mentre si era creato sul palco tra le compagne di Matilde un clima da ricreazione, allegro, confuso e festaiolo, lei la vedevo invece piuttosto smarrita e bloccata, seminascosta tra le quinte, non sapendo bene cosa fare. Gli stessi maestri di danza erano increduli e impegnati a capire come gestire l'inghippo. Non era semplice lasciarsi andare a una situazione improvvisa e imprevista. Ma è servito anche questo, ne sono sicura. Rientrando a casa, nel commentare con Matilde la serata, ho ribadito: "Non importa, Mati: più balliamo più ci divertiamo!".

SCUOLA
La seconda elementare è iniziata insieme ad una nuova insegnante di italiano, o meglio, è tornata alla sua cattedra dopo un anno di maternità l'insegnante di ruolo. Come Adelaide in prima, anche la titolare Annalina è molto gentile e disponibile. Davvero, non potevamo chiedere di meglio, e questo è già molto. Al colloquio di novembre, mi mostrano già il nuovo PDP (Piano Didattico Personalizzato) che come l'anno precedente contiene gli strumenti compensativi per sopperire all'esposizione orale in classe, sostituita anche quest'anno con le videoregistrazioni dei compiti di lettura, poesie e tabelline, fatte a casa e inviate via cellulare alle insegnanti. Matilde era già abituata a farle e, pur cambiando insegnante, ha continuato allo stesso modo senza problemi. In quell'occasione, al primo incontro con le insegnanti, ho consegnato loro anche la nuova Guida di AIMuSe, "Momentaneamente Silenziosi", che hanno ricevuto volentieri.
Matilde è sempre serena, ben inserita, con un buon rendimento. Miglioramenti nei mesi trascorsi ce ne sono stati. Primo: ha allargato il suo cerchio di amicizie, inteso come amiche con cui parla all'orecchio - oltre a Giulia, le maestre mi riferiscono che l'hanno sentita sia con Alice, che con Emilia. Secondo: piange di meno in classe, non che piangesse spesso, ma mentre prima la sua reazione di fronte all'errore era quella delle lacrime, ad esempio quando si accorgeva di aver sbagliato una consegna, adesso succede sporadicamente, e anche se la motivazione data da Matilde è ufficialmente il volere la mamma, le insegnanti ormai capiscono che la causa del pianto è la frustrazione, o delusione, di fronte allo sbaglio. Terzo: partecipa sempre di più, alza la mano quando vuole intervenire - poi si alza per andare alla lavagna a scrivere il suo contributo - e le maestre, soprattutto l'insegnante di matematica, Filomena, vedono che ha proprio voglia di interagire, e che "non è una bambina repressa" come testualmente mi ha riferito Filomena.
Tutta la parte dell'ansia, infatti, Matilde non ce l'ha. La nostra psicologa, che incontra un paio di volte all'anno le insegnanti, ci ha confermato che il lavoro da fare è piuttosto sull'ipercontrollo, sul far calare la sua eccessiva attenzione a mantenere il freno tirato, anche sfruttando momenti apparentemente non strutturati, non programmati, che la colgano alla sprovvista, così da disinnescare il suo meccanismo di protezione che è il silenzio. In effetti, in una conversazione che ho avuto recentemente con Matilde, mi ha fatto capire quanto il focus del suo disagio sia spostato su un altro elemento, che non è la paura. Quella sera stavamo parlando - lei mi stava parlando - di un gioco dei Lego che desidera molto, allora ho colto la palla al balzo per provare a negoziare, dicendole: "Vediamo a giugno, Mati, quando finisce la scuola: se continuerai ad impegnarti nelle materie, ad avere bei voti, e anche a fare quella cosa che che non ti riesce ancora bene, parlare con le maestre". Sono consapevole che il sistema di premi-e-punizioni non è consigliato, perché tende a minare ulteriormente l'autostima dei bambini con mutismo selettivo, ma visto che insisteva molto con quel giocattolo, ho voluto provare a forzare per vedere cosa succede. Sull'onda del discorso ho quindi provato a chiederle:
"Cos'è che trovi difficile, Mati? Cosa senti? Paura? Vergogna?"
"Vergogna."
"E pensi che riusciresti a dire qualche parola all'orecchio delle maestre in classe con gli altri compagni, oppure quando sei da sola tu con la maestra?"
"Da sola con la maestra."
"E con quale maestra pensi che potresti iniziare a provare?"
"Filomena."
Le ho fatto capire che non deve fare tutto subito, ma un poco alla volta, un piccolo tentativo, magari. Poi, se si trova bene nel fare quella prima prova, può continuare, sempre facendo un passo dopo l'altro, piano piano. Vedevo che mi ascoltava con attenzione, e sembrava che si stesse figurando l'idea. Le ho fatto capire che in questo modo le insegnanti possono sapere meglio le sue risposte a voce, sapere se hanno spiegato bene, o se c'è qualcosa che lei magari non ha capito e che occorre che la maestra ripeta. Insomma, ho cercato con queste parole di farle un po' capire e immaginare di poterlo fare.
Ma lei ha dichiarato chiaramente il suo intento. O perlomeno quello che potrebbe essere il suo desiderio. O forse è solo un procrastinare un impegno che per il momento non si sente ancora pronta ad affrontare. Un giorno, parlando col papà, che le aveva chiesto appunto se lei se la sentisse di parlare con le maestre, Matilde rispose: "Lo faccio in terza."
Terza elementare: la promessa.

AMICHE
Se la guardi alle feste di compleanno, o nel cortile dove ci fermiamo dopo la scuola noi mamme col gruppo di bimbe, oppure quando invitiamo amiche a casa nostra o lei è invitata a casa loro, non si direbbe che sia una bambina con problemi d'ansia. Anzi. Gioca, viene coinvolta, si butta nella mischia durante i balli di gruppo, corre e si scatena (le è sempre piaciuto il gioco adrenalinico) senza mai risparmiarsi. Certo, tutto senza parole. Ma a volte no. A volte è successo.
Ci siamo accorti però che va spronata. E' come se, dicendole "dai, Mati, non vedi che ci siamo solo noi?", lei ricevesse una sorta di autorizzazione, oppure qualcosa che le dà lo stimolo per rendersi conto che effettivamente può.
Un giorno stavano giocando a "strega comanda colore" nel cortile davanti a scuola, nel punto dove noi genitori facciamo comunella e i bimbi trovano una valvola di sfogo dopo essere stati otto ore in classe. C'era il papà, la sorellina Michela, e Matilde insieme a Giulia. Ognuno diceva il colore, e quando toccava a lei lo sussurrava all'orecchio della sua amica. Al che il papà le dice la frase di incoraggiamento, e da quel momento Mati ha cominciato a dire il colore a voce udibile.
E' capitato poi che, una seconda volta, giocando con un gruppo di amiche un po' più numeroso, Matilde avesse comunque iniziato a pronunciare normalmente il nome del colore da trovare, a tono un po' basso ma comunque a voce, senza usare l'espediente del sussurro all'orecchio; se non che, a un certo punto, una di queste sue compagne, Aurora, frequentatrice meno assidua del nostro ritrovo post scuola, meravigliata dalla novità, è corsa dalla sua mamma ad annunciarle "Mamma, vieni a sentire! Matilde parla!" smorzando immediatamente, come si può ben immaginare, la sua iniziativa.
Devo dire che le amiche tendono, in buona fede certamente, a proteggerla molto. A chiederle le cose proponendole sempre la modalità di risposta gestuale, con il dito su che significa una cosa e il dito giù che significa l'altra. A cercare di intervenire al posto suo quando le rivolgono le domande o quando la maestra le passa il turno di parola. Perché Matilde, sì, alza la mano e chiede così di intervenire. Poi, ecco, va alla lavagna a scrivere il suo contributo, però intanto partecipa.
Però la sua possibilità di fare un tentativo vocale, magari avvicinandosi all'orecchio della maestra, come varie volte viene spronata a fare, risulta, come dire, inibito dall'intervento delle amiche. Questa eccessiva protezione potrebbe rivelarsi controproducente, sebbene sia un atteggiamento da vedere di per sé come benevolo. Occorre invece che Matilde venga stimolata, lasciandola provare.
Ormai tocca a lei, adesso.

SORELLINA
Il rapporto con la sorella Michela di tre anni e mezzo è in generale buono: sono affezionate, si cercano, giocano spesso insieme al gioco simbolico oppure ai giochi in tavola, condividono molto. Certo, Matilde, a volte, dice che sarebbe bello non avere una sorella, mentre quella invece le fa le moine tutta affettuosa dicendole tu sei la mia sorellina, ti dò un bacino!
Michela sta crescendo, e crescendo si accorge di quello che fa la sorella, dei suoi comportamenti, e anche del suo silenzio che si manifesta in certi contesti, ovviamente non quello scolastico, perché la piccola non sa come sia Matilde in classe, ma a casa dalla nonna paterna sì (Matilde aveva smesso di parlare coi nonni paterni più di due anni fa, non abbiamo mai saputo il motivo; poi morì il nonno paterno ed è rimasta solo la nonna) o in presenza degli zii materni.
Ci sono stati due episodi in cui Michela ha rivolto a noi adulti la famosa domanda sul perché. La prima volta era a casa di mio padre, io ero uscita con la mia amica a cena - una delle poche volte che riesco a dedicare tempo alle uscite - e le bimbe erano rimaste con la zia Patty, sorella di mia mamma. Lì, in bagno, mentre si stavano preparando per la notte, la piccola chiede alla zia: "Ma cos'ha fatto la Mati?". Matilde era già andata in camera. La zia, pensando si riferisse a quello che la nipote aveva fatto poco prima in bagno, ha risposto: "Ma niente, Michi, ha solo fatto la pipì!". Non era quello, però, l'argomento che intendeva, e infatti ha replicato: "No! Perchè Matilde non parla?". Al che, presa in contropiede, la zia ha abbozzato la risposta che tutti noi adulti abbiamo imparato a dare quando ci viene rivolta la fatidica domanda. Ascoltata la spiegazione, che a volte capita che la voce faccia fatica a uscire ma che poi quando se la sente riesce perfettamente a parlare eccetera eccetera, Michela ha sentenziato: "Io ce l'ho la voce!" quasi come a volersi differenziare, o comunque ribadire uno stato di fatto.
La seconda volta Michela era con me, in casa nostra, mentre le stavo riepilogando l'organizzazione di quella giornata, in cui ero impegnata in un incontro referenti A.I.Mu.Se., per cui le bambine sarebbero andate col papà dalla nonna paterna e noi ci saremmo riviste il giorno dopo. "Allora, Michi, il papà vi accompagna tu e Mati dalla nonna, e poi noi ci vediamo domani". "Ma Matilde dalla nonna non parla!". Lo sa. Sì. Se n'è accorta. Mica è tonta. E quindi cosa le dico? Le dico quello che dico ogni volta. Correggo la versione: dico che è vero, ma smentisco, non sempre lo fa, solo a volte, quando non se la sente, eccetera eccetera. L'avrò convinta? Non mi sembra molto. Allora mi viene un'idea. Glielo spiego con "La Fragolina di Nicholas", la storiella raccontata da Daniela Conti per spiegare il mutismo selettivo ai bambini, che è anche il titolo appunto del suo libro. E così comincio a dirle: "Sai, è come se Mati, a volte, avesse una specie di fragolina, qui, nella gola, che non fa uscire le parole...". Michela mi guarda col sopracciglio alzato e mi fa: "Una fragolina???" col tono di chi chiede machestaiaddì? Mamma, tu non me la racconti giusta, dì la verità! L'avrò impressionata? Dopo ho cercato di recuperare, spiegando meglio, ma intanto chissà che idea si sarà fatta.
Parlandone con la psicologa che ormai da due anni e mezzo ci segue, il consiglio è quello di rispondere a Michela e alla sua domanda sul perché, con la cosa più ovvia che a noi non era venuta in mente, dicendole: chiedilo a Matilde. Ormai la piccola ha un'età in cui la curiosità è il motore della crescita, quindi è giusto che possa rivolgere alla sorella maggiore le sue domande, e Matilde a sua volta deve essere consapevole - noi glielo dobbiamo dire - che è già in grado di fornire risposte alle curiosità della sorellina. 
Sono convinta che Michela possa essere sempre più una risorsa per Matilde, in questo percorso verso la voce. In che modo, è ancora da vedere, ma si sta pian piano dimostrando un potenziale pungolo per non permettere troppo a sua sorella di adagiarsi nella sua comfort zone silenziosa.


Come dicevo, Matilde ha perso una nonna speciale, una nonna con cui aveva un rapporto davvero stretto e soprattutto denso di relazione, di complicità, di affetto e voglia di viversi. E, aspetto ulteriore ma non da meno, ha perso una persona con cui parlava. Non siamo tanti, in questa stretta cerchia di famigliari che conoscono la versione "chiacchierina" di Matilde. Siamo rimasti in quattro: mamma, papà, sorella e nonno paterno. 
Probabilmente dispiace più a me, che a mia figlia. Ma è comprensibile.
Eppure anche da questo, da eventi spiacevoli, o semplicemente intensi, si può imparare. 
E un libro che può insegnare, o meglio, che può far riflettere, è un librettino snello e agile, che contiene pillole di saggezza e immagini che spiegano ancor più delle parole. Il protagonista è un pulcino, e il titolo è Lezioni di Volo
La nostra psicologa ce lo ha suggerito, per proporre a Matilde di leggerlo insieme e sceglierne una frase, quella che le piace di più, per poi scriverla su un foglio e illustrarla.
"Spesso troviamo un amico quando meno ce lo aspettiamo" è la frase scelta da lei.
"A volte cadere ci aiuta a liberarci del superfluo" è invece la mia.



martedì 20 novembre 2018

Perle

Lascerò spazio qui ad alcune pillole, alcuni spunti e parole, che possono essere utili per un'ulteriore occasione di riflessione. 

Il primo è un video molto bello, profondo, delicato. Si tratta di una produzione francese, che può essere vista coi sottotitoli in italiano, e si chiama: Il pentolino di Antonino (Le petite casserole d'Anatole).
Racconta, attraverso la storia del bambino protagonista, di come il proprio problema, la propria difficoltà, possa sembrare un peso fastidioso, un ostacolo insormontabile, un fardello troppo grande, che col tempo diventa gigantesco, e in cui ci si finisce per rinchiudere. Ma alla fine, chi riesce a vedere oltre, chi ti vede per quello che sei, può aiutarti veramente a gestire la difficoltà, e farti uscire dal buio. Perché, anche se da quella cosa non riuscirai mai a liberarti, puoi imparare ad accoglierla, a metterla nel tuo bagaglio di vita, senza che ingombri o pesi troppo. 

Il secondo, o meglio, i secondi, sono articoli ben fatti, che fanno comprendere più a fondo cosa significhi da un lato vivere il "momentaneo silenzio" che blocca le parole in gola, e dall'altro trovare modi giusti per interagire e provare a disinnescare quel meccanismo automatico di difesa. Uno parla del mutismo selettivo attraverso un'intervista alla Dr.ssa Emanuela Iacchia, l'altro invece riguarda la nuovissima Guida di A.I.Mu.Se. Associazione Italiana Mutismo Selettivo, pubblicata recentemente dalla Franco Angeli.

Terzo: la riflessione di uno psicologo, che collabora attivamente con l'Associazione nel progetto delle "vacanzine" terapeutiche, sul disturbo rappresentato nelle sceneggiature cinematografiche. Un riferimento insolito, il suo, perché non immediatamente riconoscibile, come lo è invece nella più volte citata sequenza di Sole a Catinelle, il film di Checco Zalone. Il Dott. Marino, invece, parla della ragazzina della serie Stranger ThingsUndici. Per molti aspetti, una storia di superpoteri, paura, silenzi e coraggio, che si avvicina molto al percorso verso la voce dei bambini con mutismo selettivo. Una storia di amicizia, e della forza dei legami. 

L'ultimo articolo, in questo spazio, è quello che racconta l'incontro presso la Commissione consiliare del Comune di Bologna, che ha accolto e ascoltato l'Associazione, con la prospettiva di unire le forze e dar vita a nuove iniziative per coinvolgere insegnanti, genitori, specialisti, nel riconoscimento del mutismo selettivo e della possibilità di dar voce al silenzio di questi bambini e ragazzi. 

Infine, lascio qui una frase, che da quando l'ho sentita è diventata un mantra, per me. Una frase-simbolo. Da scolpire nella pietra e ricordarsi per sempre, costantemente. Perché la trovo molto vera. L'ha detta un'insegnante, che ho avuto il piacere di incontrare in occasione degli incontri di A.I.Mu.Se. e che chiude ogni volta il suo intervento - in cui racconta della sua esperienza vent'anni fa con un'alunna mutoselettiva - con questa perla.

"Le parole non sono sempre il mezzo per entrare in relazione, talvolta ne sono la conseguenza". (Loretta Finch, insegnante)

venerdì 14 settembre 2018

Tra dubbi al passato e fiducia nel futuro

Quel bambino che gioca sullo scivolo lì, a due metri dal castello su cui si sta arrampicando Matilde, e che la sente esclamare, chiamare, ridere e parlare come tanti altri: mai sospetterebbe del mutismo selettivo. 
Quella signora in fila dietro di noi alla cassa del supermercato, che sente Matilde mentre mi aiuta a mettere sul nastro la spesa, e mi chiede, mi chiama, mi fa gli scherzi: mai direbbe che è una bambina mutoselettiva. 
Penso sempre questo, quando siamo fuori, in mezzo agli altri. Quando questi altri restano sullo sfondo, anche se vicinissimi. 
Matilde sta volentieri in mezzo alla gente, circondata di bambini, circondata di persone. Quest'estate non abbiamo perso occasione di andare ovunque. In piscina con le amiche, ai compleanni dei compagni di classe, alla festa di Ferragosto con parenti e persone nuove, al centro estivo anche solo per pochi giorni, alla serata di circo con le carovane, alle sagre dei paesi dove ci sono attività per i bambini, ai laboratori del festival della letteratura nella sezione dei più piccoli. 
Abbiamo chiamato la sua amica a casa e l'ho spronata all'uso della voce, che resta ancora per lo più inibito. Ma ho capito che basta davvero poco, uno stimolo entusiasmante, per attivarla. 
"Perché non chiedi a Giulia se vuole vedere il video del gatto matto?" le chiedo, prendendola in disparte nella camera accanto. 
Subito, si illumina in viso. Subito dopo, mi guarda perplessa. Come a dire: sì, ma come faccio?
Allora la rassicuro: "Glielo puoi dire anche all'orecchio, se vuoi". 
Lei corre in salotto da Giulia e, mettendo la bocca vicino al suo orecchio, ma con voce udibilissima anche a distanza, glielo chiede. 
"Vuoi vedere il video del gatto matto?"
L'amica sorride meravigliosamente come se avesse ricevuto il regalo più inaspettato, poi risponde di sì, e insieme si mettono a guardare il video. 
Il gatto in questione è Minou, la gattina che da fine luglio abbiamo preso in casa con noi. Matilde ne è innamorata. Che amasse gli animali lo abbiamo sempre notato, ma l'emozione di condividere la vita quotidiana con un gatto non l'aveva mai provata. E' bello anche per noi, ritrovare questo sentimento, dopo aver già vissuto con un'altra micia. 
Un animale può essere una risorsa in più, ci ha detto la nostra psicologa. Il rapporto con l'animale si pone ad un livello più profondo e, nell'interazione anche verbale con esso, si scoprono aspetti che riproducono le nostre sensazioni, i nostri vissuti. 
Ho notato che Matilde, oltre ad essere molto rispettosa e premurosa con Minou, e a divertirsi facendola giocare e vedendo tutte le cose buffe che combina, è anche molto attenta al suo linguaggio. A interpretare i segnali del gatto. Me lo chiede, a volte. Oppure mi dice che lo ha imparato dal libro, uno di quelli che prendiamo in prestito dalla biblioteca. 
"Mamma, cosa vuol dire quando ha le orecchie in giù?"
"Sai, mamma, quando Minou fa le fusa io le faccio le coccole, vuol dire che ne vuole ancora."
"Guarda, mamma! Quando Minou ha gli occhi così, a palla, vuol dire che è curiosa!"
Qualche sera fa, l'ho scoperta mentre giocava alla scuola con la gatta. Con tanto di lavagna e gessetti, angolo mensa, e spazio nanna. Sì, un misto tra la scuola e l'asilo. E proprio lì, dalla cuccia di stoffa con morbido cuscino, vedo Minou col suo sguardo rassegnato e sornione, mentre sta recitando la parte della piccola alunna sotto la coperta. Le mancava soltanto il ciuccio e il pigiamino, e poteva vincere il premio come miglior attrice non protagonista nella categoria animali! 

Mentre aspettiamo che la scuola ricominci (dopo essersi chiusa con una meravigliosa sorpresa, di cui avevo parlato qui), ecco che mi rimetto a ripensare al passato, a quelle cose che ho fatto fatica a capire, faticato ad accettare, cose forse sbagliate. Nell'incorreggibile mania dei genitori ansiosi di sezionare il vissuto, alla ricerca di errori e colpevoli.
Dicevo, una di queste cose è la primissima indicazione ricevuta al colloquio con la psicologa di classe, che aveva fatto un'osservazione generale durante il primo anno di materna, segnalando appunto a noi genitori il sospetto di mutismo selettivo in nostra figlia. La regola aurea dell' abbassare il livello d'ansia
A quell'epoca ero allo stadio zero di informazione, non sapevo minimamente cosa fosse il mutismo selettivo, né tantomeno come affrontarlo per risolverlo. Sapevo che si manifestava con l'impossibilità di riuscire a parlare con persone esterne alla famiglia, mentre a casa parla in modo del tutto normale, ma non sapevo assolutamente cosa fare per poterla aiutare. Soprattutto, mi chiedevo come fare ad abbassare 'sto benedetto livello d'ansia. C'è una rotella da girare, per caso, come fosse il volume della radio? Come si abbasserà mai, mi chiedevo. Nessuno me lo aveva detto. 
Non insistere, certo. Non forzarla a parlare, ovviamente. Ma oltre a questo? Non mi avevano detto di rendere l'ambiente tranquillo e rilassato, di dimenticare il silenzio, e concentrarsi invece sul coinvolgimento emotivo, sulle risate, sul divertimento assoluto. Perché quando l'obiettivo non è la parola, essa compare naturalmente da sé. Ignara di ciò, vagavo nel vuoto, con questo interrogativo nuovo sulla testa. 
Un'altra cosa a cui ripenso in maniera negativa è la fretta. Altra caratteristica di noi genitori ansiosi. Ma anche non. Forse può essere generalizzato a tutta la categoria. 
I genitori desiderano, progettano, vogliono e attendono questi loro figli, che poi caricano di stimoli e aspettative, chiedendo loro, anche implicitamente, di dimostrare, di spiccare, di essere adeguati. Ma i figli sono semplicemente loro stessi, con le loro capacità e difficoltà, con le loro passioni e le loro fatiche, con le loro risorse e le loro paure. Dobbiamo solamente aiutarli a diventare ciò che sono. 
Invece sempre più spesso abbiamo fretta di vederli corrispondere alla nostra idea, ai nostri desideri, a quello che noi vogliamo per loro. Fretta di risolvere i loro problemi. Fretta che risultino sempre adeguati, nel confronto costante con gli altri. Fretta di azzerare i loro difetti. Per renderli perfetti. Senza vedere che loro lo sono già. Perché fondamentalmente non accettiamo che abbiano imperfezioni. Abbiamo paura che non siano come gli altri, che non siano accettati. Invece poi i bambini trovano molte più risorse di noi, si fanno molti meno problemi. Accoglierli nella loro unicità, ecco il nostro migliore aiuto e compito. 
Il terzo pensiero risale a un progetto in particolare, realizzato in accordo con la maestra durante l'ultimo anno di materna. Ne avevo parlato qui, e si tratta di un lavoro fatto in classe raccontando la storia di un libro che rischiava di etichettare ancora di più Matilde come "la bambina che non parla". Si poteva invece lavorare sull'empatia (mi metto nei panni degli altri e capisco che provano le mie stesse sensazioni) e sulle uguaglianze nelle differenze (siamo tutti uguali ma diversi). Per far capire ai bambini che tutti possiamo avere diverse paure, anche noi adulti, nessuno escluso, ma che insieme riusciamo ad affrontarle e che, con il giusto aiuto, passeranno. 

Ma tra i dubbi del passato e le speranze nel futuro, c'è un presente fatto di serenità e gioia, perché la fiducia che lei ce la farà a superare le sue paure, sovrasta ogni ombra. 








lunedì 7 maggio 2018

In bilico

Scriverò un po' di come mi sento.
Forse ne ho bisogno, in questo periodo.
E' una fase, questa, in cui tutto sta filando via liscio. Dopo le incertezze dei primi tempi, delle prime settimane di scuola, Matilde ha consolidato le sue relazioni e le sue modalità. Parla nell'orecchio di Giulia, la nuova compagna di classe con cui ha legato molto. Fa volentieri le videoregistrazioni dei compiti di lettura, da spedire via telefono all'insegnante di italiano. 
Ha continuato ad andare a danza, alle feste di compleanno, a casa di amiche, che abbiamo invitato a nostra volta da noi. 
Negli ultimi mesi tutto è andato bene, senza inciampi né slanci. 
Tutto è tranquillo. Troppo tranquillo.

In questa fase, mi sento sempre più in bilico tra due sensazioni: da una parte, l'aspettare senza forzare, nel rispetto dei suoi tempi, e dall'altra invece la spinta ad accelerare, per trovare uno stimolo alla parola.
Le insegnanti durante il colloquio mi chiedono cosa possono fare. Io mi trovo impegnata a organizzare un incontro A.I.Mu.Se. proprio a Castelfranco, al quale parteciperanno loro, le tre maestre. Può sembrare strano: parlo di mutismo selettivo come referente regionale, però poi ho difficoltà a parlare del mutismo selettivo di mia figlia. Sento ancora, io, un certo disagio nel fare i conti con questo problema, una certa fatica che continua a presentarsi, e me ne sono accorta in un preciso momento, durante un episodio successo qualche giorno prima. 
Stavo accompagnando Matilde a scuola in orario posticipato, quando mi si avvicina una bidella, che approfitta per dirmi qualcosa su Matilde, in sua assenza.
"E' bellissima, complimenti, ma è molto chiusa... Un giorno le ho detto sei bellissima come ti chiami, e lei non ha risposto. Anche le maestre mi hanno detto che non parla, parla solo coi genitori".
Io, prima di quel momento, non avevo mai avuto occasione di scambio con le bidelle, in generale. Sinceramente avrei voluto sorvolare sull'argomento, proprio perché provo disagio nel doverne parlare a persone - diciamo così - esterne, che non siano direttamente a contatto con Matilde, come invece lo sono insegnanti o parenti. Forse sbaglio io a partire diffidente: non so fino a che punto queste persone possano capire le mie spiegazioni, e soprattutto non so mai bene come porre la questione, quali parole usare. Parole, appunto.

Ad ogni modo, alla bidella ho accennato molto brevemente al mutismo selettivo, dicendo che è un blocco dovuto all'ansia, soprattutto quando la bambina si sente chiamata in causa, e che ha bisogno dei suoi tempi. Avrei dovuto aggiungere che non bisogna forzarla, ma lì per lì non mi è venuto. Mi ha detto che anche un'altra bambina della scuola era così timida, ma adesso questa bambina parla anche coi muri. Ho precisato che Matilde invece non è timida, perché dimostra di voler stare in gruppo e divertirsi, alle recite, alle feste, al corso di danza, agli spettacoli. Ho aggiunto che anche alla materna non parlava con le maestre ma con una o due amichette sì, nell'orecchio. E adesso alle elementari ha una compagna di classe con cui ha legato molto, e alla quale parla all'orecchio. La bidella mi dice che lo sa, tramite le insegnanti.
E a questo punto nasce spontanea in me una domanda: perché questa persona me lo sta chiedendo? Era già informata: voleva dunque un confronto diretto con me? Me lo ha detto perché pensava non sapessi della difficoltà di mia figlia a scuola? O perché stava cercando di sapere come fare e come comportarsi con lei?
Ne ho parlato al telefono con la nostra psicologa, e mi confronterò separatamente con lei, per cercare di capire cosa mi faccia sentire a disagio, cosa e quanto c'è di me nelle risposte che do su Matilde, cosa mi spinga a voler sempre giustificare mia figlia rispetto al disturbo che ha.

Avevo consegnato in settembre alle insegnanti il Kit ècole, la guida che a quei tempi l'Associazione A.I.Mu.Se. era autorizzata a mettere a disposizione, con diversi consigli pratici, anche se strutturati più per la fase della prima infanzia. 
Al colloquio provo a dare loro un paio di suggerimenti, che avevo discusso insieme alla psicologa. Il primo ha l'obiettivo di creare un ambiente protetto e una relazione "a tu per tu" per favorire la parola e la voce. Per far sì che non sembri un tentativo fatto appositamente nei confronti di Matilde, si tratterebbe di far uscire dall'aula un alunno alla volta, in un momento di compresenza delle insegnanti, con la scusa di far fare la lettura di un brano in un'aula separata, magari motivando con la necessità delle insegnanti di verificare il livello raggiunto. Limitandosi poi alla semplice lettura di un testo, la richiesta nei confronti del bambino è meno impegnativa e la sua produzione verbale può così risultare più facilitata, senza che debba lui rispondere a domande o fare un discorso. Sottopongo fiduciosamente alle insegnanti questo consiglio, anche se poi riferisco loro che il mio tentativo di sondare il terreno con Matilde, provando a proporle l'idea di un esperimento del genere, ha avuto esito negativo: lei dice che non se la sente ancora. E torna allora il dubbio rispetto ai tempi da rispettare: attendere o forzare?
Anche il secondo suggerimento non è detto che funzioni, sebbene dal racconto che mi è stato riferito si deduca che grazie ad esso si sia sbloccata una bambina mutoselettiva. L'ambiente stavolta è la palestra di scuola: durante l'ora di ginnastica, dopo aver fatto correre a più non posso i bambini - lo sfogo fisico serve a rilassarsi e liberare la mente - l'insegnante li fa sedere in cerchio a terra, e dà il segnale di gridare una vocale con maggiore intensità quanto più la docente stessa alza il suo braccio, come fosse un misuratore di suono, un termometro della voce
I piccoli passi non iniziano da un parola. Iniziano da un suono, da un soffio, da un sssssssssss... che più avanti potrà diventare un SI'...



lunedì 19 febbraio 2018

La nonna e il gioco delle parole

Circa un anno fa Matilde smise di parlare coi nonni paterni.
All'improvviso, da un giorno all'altro.
Non sappiamo perché.
Abbiamo accettato la cosa, facendo finta di nulla, senza forzare, per paura di fare qualcosa di sbagliato che potesse peggiorare la situazione.
Ma quel perché era diventato un mistero assillante, non riuscivamo davvero a capire.
Poi, in settembre, arrivò la perdita del nonno, in modo altrettanto inaspettato e improvviso.
E' rimasta la nonna, e anche il silenzio di Matilde nei suoi confronti.
Chiedemmo allora alla nostra psicologa cosa poter fare per recuperare la comunicazione verbale tra nonna e nipotina, e lei ci consigliò un paio di strategie.

Innanzitutto, e come sempre, fare passaggi per gradi
Primo step: Matilde parla con noi genitori nella stanza accanto a quella dove sta la nonna. 
Secondo step: Matilde parla con noi genitori in presenza della nonna nella stessa stanza. 
Terzo step: Matilde parla alla nonna.
E questo, gradualmente, si è verificato. Inizialmente Matilde rispondeva alle nostre domande soltanto quando ci appartavamo nell'altra stanza. 
Poi, il passo successivo è avvenuto in una sera particolarmente allegra. Eravamo invitati a cena dalla nonna e i momenti più salienti sono riassumibili in due fasi cruciali. 
Nella prima, ci sono io sul divano della sala, seduta in mezzo a Matilde e a sua sorella, mentre guardiamo sul tablet della nonna alcuni video didattici per imparare i colori. La nonna intanto sta ai fornelli a preparare la cena, a pochi metri da noi, nella stessa stanza. Per coinvolgere le bimbe, e soprattutto stimolare la risposta vocale di Matilde, comincio a chiedere all'una e all'altra, a turno, i colori che man mano compaiono nel video. Cerco insomma di fare semplici domande su quello che stiamo vedendo e facendo. "Vediamo adesso se Michela indovina il colore che arriva!" "Giallo!" risponde lei. "Brava! E ora tocca a Matilde: che colore ci sarà? Vediamo se indovini!" Lei fa per avvicinarsi, ma non chiude stavolta le sue manine attorno al mio orecchio, per darmi la risposta. Arriva a venti centimetri dalla mia guancia, e dice piano, ma a voce udibile: "Verde!". "Ottimo!" le rispondo. Non faccio altri commenti, né io, né il papà, né la nonna. Andiamo avanti così per un po'.
Ma nel dopo cena c'è un'altra sorpresa. E il bello è che è tutto successo in modo naturale e spontaneo, come dev'essere. Siamo di nuovo tutti sul divano, stavolta la nonna è lì con noi. Tutti chini sullo schermo del tablet, a giocare al gioco preferito dalla nonna: gli indovinelli di parole. Una specie di Scarabeo in cui, a partire da un determinato set di lettere, bisogna trovare diverse combinazioni per formare il maggior numero di parole.
Il gioco è avvincente, e tutti quanti tentiamo di dare la nostra soluzione. Siamo tutti talmente divertiti e coinvolti, che a un certo punto anche Matilde si mette a suggerire le possibili parole. "Papà, metti APE!". Il volume della sua voce è quello normale, di sempre. Anzi, di come lo conosciamo noi. Ne dice un altro paio e poi, quando lentamente l'interesse generale va a scemare, si cambia gioco e Matilde torna nel suo silenzio. O meglio, nelle sue risate sguaiate con la sorella, ma senza parole. 
La nonna ha diligentemente evitato ogni forma di commento o manifestazione di sorpresa nel sentirla - o meglio risentirla - parlare, e in questo è stata bravissima. 
E il terzo step? Sì, pochi giorni dopo è capitato, non so bene se per sbaglio o con intenzione. Una sera suona il telefono: "Dai, Mati, rispondi tu, saranno i nonni!" Lei schiaccia il verde sul telefono mobile, e dice Pronto. "Ciao!" si sente dalla cornetta. Ciao, risponde Mati. "Chi è? Matilde sei tu?" Al telefono c'è la nonna paterna. "Sì". "E dov'è la tua sorellina?". "E' qui!". Il breve scambio finisce così, e forse se n'è resa conto troppo tardi che aveva parlato con la nonna al telefono, o forse no. Ad ogni modo l'ha fatto. 

L'altro suggerimento della nostra psicologa è rivolto all'aspetto più introspettivo della situazione, alla consapevolezza di Matilde rispetto alla sua difficoltà, e non solo.
Spesso, nel nostro ruolo di genitori, siamo abituati a parlare per loro, a fornire già le nostre soluzioni e le nostre risposte, senza lasciare spazio a quello che viene direttamente dai nostri figli, dalla loro interiorità. Spesso confondiamo educare con imporre - o impostare - il nostro modo di vedere le cose, la nostra visione.
Invece, dialogare realmente coi nostri figli significa interloquire sotto forma di domande aperte, per stimolare la loro personale riflessione, e permettergli di trovare le proprie risorse, le proprie risposte.
E così, anziché dire a Matilde "Dovresti fare X per riuscire a fare Y", chiederle invece "Pensi che se facessi X riusciresti a fare Y?", lasciando a lei le riflessioni e le conclusioni.
Ad esempio, come le avevo domandato qualche tempo fa, cogliendo il consiglio: "Pensi che parlando con la nonna, potresti aiutarla a imparare a giocare?", spiegandole come premessa che la nonna, avendo avuto due bambini - che sono il papà e lo zio - tanti anni fa, adesso non è più abituata a giocare coi piccoli e non si ricorda più come si fa. Oltretutto è un modo, questo, per far capire a Matilde che anche gli altri potrebbero essere in una situazione di bisogno, e lei potrebbe essere in grado di aiutarli.

Comunque, anche se il sentimento di fiducia è quello che prevale, ci sono momenti in cui il mio desiderio di vederla improvvisamente sbloccarsi, ingigantisce la dimensione del problema. 
E' difficile aspettare.
E' difficile dirsi, ogni volta che sento ancora il suo silenzio, "fa niente, sarà per la prossima volta".
Sembrano tante occasioni perse.
Occasioni perdute per sempre, che non potranno tornare indietro.
Ma occorre rispettare i suoi tempi.
Occorre aspettare.
Perché ci arriva lei.
Ci arriva, anche lei.





mercoledì 17 gennaio 2018

Piccoli P-assaggi

Matilde sta crescendo. E' grande.
Chiede, riflette, partecipa.
Ha voglia di conoscere, di essere coinvolta, di fare nuove esperienze.
E impara, aiuta, si entusiasma. 
"Mamma, cosa vuol dire questo?"
"Mamma, cosa stai facendo? Ti posso aiutare?"
"Mamma, vorrei andare a vederlo, l'acquario di Genova".
E' come sempre tutto graduale. Poco poco. Piano piano.
Un lento ma progressivo avvicinarsi. Scoprire, provare. 
Senza mai tirarsi indietro.
Ecco, Matilde non si nega, non evita
A danza, alle feste, alle recite scolastiche. 
Nonostante il silenzio. Nonostante la sua voce si nasconda, e la parola si arresti in gola. 
La sua risata è una melodia, i suoi urletti gioiosi risuonano nell'aria. 
Partecipa, si lascia coinvolgere, si lancia. Ne ha voglia. La sua voglia supera il disagio
Anche perché è sempre stata accolta da tutti. 
Arriverà il momento in cui il suo desiderio di comunicare non sarà più contenibile e travalicherà l'argine dell'ansia.
In questi ultimi mesi, dall'incognita dell'inizio della scuola ad oggi, di piccoli passi ne ha fatti eccome. E all'ultimo colloquio di fine novembre con le insegnanti, avvenuto in presenza anche della nostra psicologa, sono emersi segnali positivi di rassicurazione. Matilde è più serena rispetto ai primi giorni: non usa più la foto, quella dove siamo ritratti noi genitori, che le avevo dato nello zaino e che lei ogni giorno metteva sul banco, e non piange più per un bisogno che non riesce a esprimere o una difficoltà da comunicare, ma usa il quaderno e lo porta alla maestra, per mostrare dove le serve un aiuto. 
Al colloquio ci riferiscono anche che Matilde parla sempre più spesso all'orecchio di Giulia, e che in generale il suo inserimento con i nuovi compagni è stato positivo, anche grazie alle capacità delle insegnanti che hanno lavorato in questa prima fase proprio con l'obiettivo di creare un clima di accoglienza nella classe
Tant'è che ci siamo dati tempo fino a marzo per iniziare a stilare il PDP, il piano didattico personalizzato che servirà a individuare gli strumenti più idonei per la comunicazione di Matilde a scuola. 
Nel frattempo, in accordo con l'insegnante di italiano, continueremo a inviare le videoregistrazioni dei compiti di lettura o delle poesie da imparare. E anche questo, il fatto cioè che Matilde abbia accettato di farsi sentire - seppur in modalità differita - mostrandosi nei video all'insegnante, rappresenta una conquista non da poco.

Breve flashback.
Precisazione d'obbligo: in classe, la parola di Matilde è comparsa. 
Primi testimoni siamo stati noi, i suoi genitori e la sua sorellina. Sì, perché grazie alla grande disponibilità delle insegnanti e della vicepreside, abbiamo potuto accedere alla scuola un sabato mattina di metà novembre, in orario extrascolastico nell'aula vuota, sebbene la scuola fosse aperta e popolata da bidelli, docenti e studenti del cosiddetto modulo
Nella sua aula c'eravamo solo noi e Matilde con la sua macchina fotografica che, come previsto dai nostri piani, avrebbe dovuto registrare un video-documentario commentato da lei, da mostrare poi ai nonni. Non è andata così, perché ha preferito scattare diverse foto, anziché registrare dei video, ma alla fine ci è riuscita. 
C'è voluta una buona mezz'ora, prima di sentire la sua voce, sebbene non ci fosse nessuno oltre a noi. Notavo che quella voglia di cui parlavo, la voglia di comunicare, era forte: ad ogni mia domanda, ad ogni mia curiosità, rispondeva con un mugugno rauco a labbra serrate. E' stato soltanto quando infine le ho detto "Guarda Matilde che puoi dirmelo, tanto siamo solo noi!" che si è lasciata andare e ha fatto uscire la parola che teneva tra i denti. Quasi come se le avessi dato una sorta di permesso. Mi ha descritto le immagini affisse ai muri dell'aula, correggeva i miei studiatissimi errori fatti apposta per farmi correggere, e ha detto andiamo quando voleva andare. 
Curiosamente, è stato durante la nostra visita nei locali del bagno che Matilde ha pronunciato in maniera del tutto spontanea la sua frase più lunga. Avvicinandosi alla porta di uno degli scompartimenti, ha esclamato: "Guarda, mamma, c'è anche la chiave per chiudersi dentro!"

Tornando al periodo appena trascorso, periodo natalizio di feste e incontri, ci sono state diverse occasioni in cui Matilde ha dimostrato il suo entusiasmo nel partecipare, dalle recite scolastiche alle feste di compleanno, e in generale alle iniziative organizzate nel nostro tempo libero in cui l'abbiamo coinvolta.
I canti di Natale a scuola
Siamo andati a vedere lo spettacolino di Natale della classe di Matilde. Sul palco, i bambini di due classi prime, tutti vestiti di rosso con i loro cappellini stile babbo. In scaletta, la "Canzone delle vocali", e una serie di classici canti natalizi. Matilde è in prima fila, come vuole l'ordine di altezza, con una lettera "I" di cartoncino appesa al collo. Per la coreografia delle vocali nessun problema: ormai lo sappiamo che a Matilde piace muoversi e ballare, e anche al piccolo saggio natalizio della scuola di danza, aveva già dimostrato la sua nota bravura nell'esecuzione dei movimenti a tempo e ben coordinati. E' il momento di cantare. Nei giorni delle prove, le diedi un piccolo suggerimento: "Ehi, senti che idea: se non te la senti, puoi provare comunque a muovere le labbra, facendo finta di cantare, tanto in mezzo a tutti sembrerà che canti anche tu!". Zoomiamo sul suo viso col telefonino che riprende, e a tratti sembra proprio che faccia il labiale! Non un improvvisato bla-bla-bla, ma un seppur impercettibile labiale corrispondente alle parole del testo. 
Poi, viene il momento dell'augurio finale, ed ecco a cosa serviva la sua pettorina con la "I"! Sei bambini avanzano e vengono posizionati in riga, a formare con le loro letterine la parola "AUGURI". Al microfono l'insegnante annuncia: "Noi e i bambini vogliamo augurarvi un Natale pieno di..." ed ecco che il microfono inizia a passare di bocca in bocca, e tocca alla prima bambina con la "A", "AMORE!"; "UNIONE!" grida la seconda; "GIOIA!" la terza, e così via fino alla penultima che esclama la sua parola "RISPETTO!" e poi il microfono arriva alla bocca di Matilde... silenzio. Doveva dire: "insieme". Attimo di esitazione, poi a dirlo è la sua compagna di fianco, Karolina, che prende il microfono e lancia nell'aria il suo "INSIEME!". 
E' stato un azzardo, un rischio, anche una decisione piuttosto spregiudicata, da parte delle insegnanti, mettere Matilde in prima fila con la letterina, ma ne siamo contenti, è stato un cercare di cogliere una sfida, un farla uscire dalla sua zona di comfort, come si diceva. 
E quella parola, insieme, suona particolarmente simbolica: è come se Matilde e Karolina fossero unite nel lanciare proprio il messaggio che è contenuto in quella bellissima parola.
Il mago alla festa di compleanno.
Siamo stati invitati alla festa di compleanno di Bianca, la figlia di una mia amica ed ex collega, e siamo andati molto volentieri. Matilde non ha problemi con le situazioni di questo tipo: passata la prima fase che serve ad ambientarsi, la vedo sempre trovarsi a suo agio. Corre, ride, gioca, pur se silenziosa. 
Alla festa c'è un mago. Tutti i bambini radunati in semicerchio per assistere allo spettacolo. Iniziano le prime esibizioni, le gag, i trucchi, la giocoleria, le magie. Il mago chiama in scena alcuni bambini per i suoi numeri. Matilde viene coinvolta ben due volte. La vedo alzarsi dalla sedia senza esitazioni e andare sotto i riflettori. E' sicura. La prima volta il mago fa tenere tra le mani dei suoi piccoli "assistenti" un bastoncino, in cima al quale lui posiziona il piatto rotante. La seconda volta, invece, il mago si mette a capofila e, a suon di fischietto, ordina una sequenza di movimenti e gesti buffi, che i bambini devono ripetere imitando le sue mosse. 
Un'altra piccola sfida, per Matilde. Sì, perché salire sul "palco" del mago significava assumersi il rischio dell'ansia per l'ignoto: il mago le avrebbe potuto chiedere di pronunciare il suo nome, come può spesso verificarsi in queste occasioni, oppure le avrebbe potuto chiedere qualsiasi altra performance vocale, "Dì la parola magica!" ad esempio, come ha effettivamente chiesto alla bambina coinvolta in un'altra scenetta.
Sono questi, gli impercettibili passetti in avanti ai quali mi riferivo più sopra. 
E mi rendono felice e orgogliosa per lei.
La cena di classe in pizzeria.
Anche in questa occasione ho visto Matilde molto disinvolta, e soprattutto c'era Giulia, la sua amica speciale, la sua confidente. Affiatate, complici, spensierate, più volte ho sorpreso le due amiche appartate, con Matilde che sussurrava all'orecchio di Giulia le sue parole.
Soltanto una volta sono intervenuta, sostituendomi ancora una volta alla voce di mia figlia, quando l'animatrice, che quella sera intratteneva i bambini nella saletta giochi del locale, ha giustamente chiesto il nome a tutti, nel classico circle time tra i bambini seduti in cerchio. Arriva il turno di Matilde ma, ancor prima che io possa rispondere per lei, il suo silenzio è subito riempito dalla voce di una compagna di classe, ed ex compagna di asilo, che squilla il solito: "Lei non parla!
Inghiotto ancora una volta il mio fastidio e, rivolta all'animatrice, rispondo soltanto pronunciando "Matilde".
Nel caos della festa, non mi sembrava quello il momento per le spiegazioni sul mutismo selettivo, e ho lasciato cadere ogni tipo di commento. Anche perché tutto sommato l'animatrice mi è sembrata persona di discreta comprensività, necessaria per gestire con il giusto tatto e buon senso a situazione. 
Ma in realtà ho sempre il dubbio su come dovermi comportare in questi momenti, non so mai se faccio bene o male, non so mai esattamente cosa devo fare, e in sostanza a fregarmi è l'immediatezza della situazione, che mi coglie sempre impreparata.
Fare nuove esperienze.
Siamo andati, per il ponte dell'Immacolata, a fare una giornata sull'appennino modenese, a visitare un paesino vicino a Zocca, dove allestiscono, lungo le vie del borgo antico, una serie di originali presepi. A Matilde è piaciuto molto, forse anche perché purtroppo noi non lo facciamo d'abitudine, di andare a fare brevi gite fuori porta. Cosa che invece io ricordo piacevolmente nella mia infanzia, quando di frequente coi miei genitori e un gruppo di amici di famiglia si andava a visitare posti nuovi, a mangiare fuori, a stare assieme. 
Quel giorno abbiamo anche incontrato casualmente, in giro per gli stessi luoghi, un paio di vecchie e nuove conoscenze, anche loro coppie con figli, e abbiamo così potuto condividere, sia noi grandi che i nostri piccoli, l'allegria di quella giornata.
Capisco che a Matilde è rimasto impresso e che le è piaciuto. Il giorno dopo, mi mostra il disegno che ha appena fatto: un paesaggio di montagna, con il sole al tramonto e le case sulle colline, suggestivo proprio come quello appena goduto.

A presto con ulteriori aggiornamenti, che riguardano Matilde e la nonna paterna...