Questo sarà un post suddiviso in maniera molto schematica in paragrafi.
Perché quando occorre riassumere tutti gli avvenimenti tralasciati in questo tempo, occorre metodo.
Razionalità.
Sono rimasta indietro, sì. Ma recupero subito con grande slancio.
Che lo spirito della concisione venga a me.
TERAPIA
Ci chiama subito dopo Natale una nuova neuropsichiatra infantile: sarà lei a prendere in carico Matilde d'ora in poi, avendo la bimba compiuto sette anni. Dalla voce sembra giovane, gentile, disponibile. E così è: al primo incontro siamo andati noi genitori insieme a nostra figlia. Mentre noi firmavamo cose burocratiche, lei si è rivolta a Matilde chiedendole se volesse fare un disegno, e lei ha accettato. I modi dolci e pacati della dottoressa ci hanno rassicurato sulla qualità della relazione che si sarebbe instaurata con nostra figlia, e anche con noi. Impressione distante anni luce dall'impatto avuto con quella neuropsichiatra infantile che ci capitò quando all'inizio ci rivolgemmo al servizio, come già descritto qui. Terminate le procedure formali, la dottoressa - a Matilde avevo spiegato che saremmo andati da una signora per avere consigli sulla sua situazione di difficoltà nel far uscire, a volte, le parole - ci ha fatto accomodare fuori nella sala d'attesa, rimanendo da sola con la bimba in quel piccolo, quasi minuscolo, studio. Mentre io e il papà svolgiamo il compito appena assegnatoci - la compilazione di un questionario su alcune caratteristiche comportamentali osservate sulla bambina - ci chiediamo come starà andando l'incontro là dentro. Quando veniamo richiamati nello studio, troviamo Matilde sorridente, seduta dove era prima, ovvero di fronte alla dottoressa, e sulla scrivania un foglio con alcune parole colorate, scritte in stampatello con la sua calligrafia. "Abbiamo fatto un piccolo lavoro sulle emozioni" ci dice la neuropsichiatra. Poi, rivolgendosi a Matilde: "Adesso vorrei che per ognuna di queste parole mi dicessi - puoi scegliere se dirlo all'orecchio di mamma o a quello di papà - quando succede che ti senti così. Ad esempio: quand'è che Matilde si sente felice?". Matilde, dopo un attimo di esitazione, si avvicina al mio orecchio e sussurra: "Quando il papà mi compra le figurine delle LOL." Io ripeto a voce alta le sue esatte parole, e la dottoressa le annota sotto alla sua prima parola: Felicità. Sul foglio sono scritte altre quattro emozioni, e il gioco va avanti allo stesso modo per tutte le voci annotate. Matilde dà quel tipo di risposte che ci si aspetterebbero da una qualsiasi bambina della sua età, e alcune ci strappano un sorriso. Per la Tristezza ha risposto: quando mi fa male l'orecchio. Con Disgusto ha detto: quando mangio il kiwi. Alla voce Rabbia ha specificato: quando mia sorella mi disturba. Infine, con l'emozione della Paura ha risposto: quando devo andare in camera mia da sola al buio.
I successivi incontri - la dottoressa ci ha proposto finalmente un percorso di sedute a cadenza mensile - sono avvolti dal mistero, perché si svolgono a tu per tu tra lei e la neuropsichiatra. Abbiamo provato a interrogare Matilde, incuriositi, ma lei non lascia trapelare nulla: è un segreto, ci dice. Mi ha concesso soltanto di sapere che fa dei disegni, e fanno attività con alcuni libri. Scopriremo di più nelle prossime puntate. L'importante è che la stiamo vedendo serena nell'affrontare questa novità.
DANZA
Non ne avevo ancora accennato, comunque a settembre Matilde - e anche la sorellina, nel corso propedeutico per i piccoli - ha iniziato a frequentare un corso di danza moderna in una nuova scuola, abbandonando la precedente associazione dove aveva ballato per un paio d'anni. Ha scelto lei stessa di voler iniziare questa esperienza. Un piccolo salto nel buio, rispetto a quello che già conosceva. Non era così scontato che potesse affrontarlo. Alla prima lezione di prova le è piaciuto tutto: la nuova insegnante, le nuove compagne, la nuova palestra, le nuove musiche, i nuovi movimenti. E così l'abbiamo iscritta volentieri, sebbene l'impegno delle ore di allenamento fosse maggiore.
Non ho voluto parlare subito di mutismo selettivo all'insegnante di danza: mi sembrava di andare ad imprimere un'etichetta - non so come dire - eccessivamente medicalizzata, di cui in quel contesto si poteva fare a meno. Errore. L'ho capito dopo. Lì per lì, comunque, in maniera anche frettolosa - perché nell'andirivieni degli spogliatoi si fa fatica a trovare un angolo tranquillo per parlarsi - spiegai all'insegnante di danza la tendenza di Matilde a intimidirsi nelle situazioni nuove, ad avere i suoi tempi da rispettare nelle relazioni, e accennai al fatto che comunque non c'era da forzarla, ma soltanto aspettare che fosse lei ad aprirsi. Mi sembrava, in questo modo, di poter lasciare a Matilde un'occasione aperta, la libertà di provare a spiccare il suo volo verbale.
Invece, nel mio non detto, c'erano tutti gli spifferi dell'incompleta spiegazione, della parziale realtà, dei tasselli mancanti per la comprensione. Così, dopo un paio di mesi, mi decisi a parlare chiaramente all'insegnante. Nella lunga telefonata mi accorsi di quanta sintonia avevo scoperto. Ci siamo capite al volo: mamma anche lei di un bambino poco più grande di Matilde, che ha qualche difficoltà col linguaggio. E' stato bello rendersi conto di questa vicinanza, di questa solidarietà. Da quel momento sento che il rapporto con l'insegnante è migliorato: c'è più fiducia, c'è più collaborazione. Anche lei si rapporta a Matilde in maniera più consapevole: la protegge quando le compagne di danza insistono, in buona fede ma con eccessiva pressione, nel volerla sentir parlare; la loda e la corregge, spronandola in maniera positiva, e spiegandole che la correzione non è una nota negativa ma uno stimolo a migliorarsi; la consola quando la vede smarrita e in lacrime nell'atrio, perché la mamma ritarda a tornare a prenderla al termine della lezione (è successo una volta, mea culpa; ma avere imprevisti da dover gestire credo sia naturale e sano, ci si deve piano piano abituare alle cose della vita, comprese queste).
A proposito di imprevisti, ne è successo uno molto strano il mese scorso a teatro, dove era in scena lo spettacolo di tutta la scuola di danza dedicato a un musical anni venti e alla figura della donna. Era la seconda volta che eravamo a teatro, dopo l'esibizione di Natale. Stava ballando proprio il gruppo di Matilde, quando, a pochi secondi dal termine del balletto, piombiamo nel buio e nel silenzio. Un blackout improvviso. Tutti siamo sorpresi e disorientati. Ci sono voluti quaranta minuti buoni per capire il disguido e risolverlo, però a quel punto l'ora si era fatta troppo tarda per proseguire con il resto dello spettacolo, e così tutto era stato rimandato - e l'intero spettacolo ripetuto poche settimane dopo. In quei frangenti, mentre si era creato sul palco tra le compagne di Matilde un clima da ricreazione, allegro, confuso e festaiolo, lei la vedevo invece piuttosto smarrita e bloccata, seminascosta tra le quinte, non sapendo bene cosa fare. Gli stessi maestri di danza erano increduli e impegnati a capire come gestire l'inghippo. Non era semplice lasciarsi andare a una situazione improvvisa e imprevista. Ma è servito anche questo, ne sono sicura. Rientrando a casa, nel commentare con Matilde la serata, ho ribadito: "Non importa, Mati: più balliamo più ci divertiamo!".
SCUOLA
La seconda elementare è iniziata insieme ad una nuova insegnante di italiano, o meglio, è tornata alla sua cattedra dopo un anno di maternità l'insegnante di ruolo. Come Adelaide in prima, anche la titolare Annalina è molto gentile e disponibile. Davvero, non potevamo chiedere di meglio, e questo è già molto. Al colloquio di novembre, mi mostrano già il nuovo PDP (Piano Didattico Personalizzato) che come l'anno precedente contiene gli strumenti compensativi per sopperire all'esposizione orale in classe, sostituita anche quest'anno con le videoregistrazioni dei compiti di lettura, poesie e tabelline, fatte a casa e inviate via cellulare alle insegnanti. Matilde era già abituata a farle e, pur cambiando insegnante, ha continuato allo stesso modo senza problemi. In quell'occasione, al primo incontro con le insegnanti, ho consegnato loro anche la nuova Guida di AIMuSe, "Momentaneamente Silenziosi", che hanno ricevuto volentieri.
Matilde è sempre serena, ben inserita, con un buon rendimento. Miglioramenti nei mesi trascorsi ce ne sono stati. Primo: ha allargato il suo cerchio di amicizie, inteso come amiche con cui parla all'orecchio - oltre a Giulia, le maestre mi riferiscono che l'hanno sentita sia con Alice, che con Emilia. Secondo: piange di meno in classe, non che piangesse spesso, ma mentre prima la sua reazione di fronte all'errore era quella delle lacrime, ad esempio quando si accorgeva di aver sbagliato una consegna, adesso succede sporadicamente, e anche se la motivazione data da Matilde è ufficialmente il volere la mamma, le insegnanti ormai capiscono che la causa del pianto è la frustrazione, o delusione, di fronte allo sbaglio. Terzo: partecipa sempre di più, alza la mano quando vuole intervenire - poi si alza per andare alla lavagna a scrivere il suo contributo - e le maestre, soprattutto l'insegnante di matematica, Filomena, vedono che ha proprio voglia di interagire, e che "non è una bambina repressa" come testualmente mi ha riferito Filomena.
Tutta la parte dell'ansia, infatti, Matilde non ce l'ha. La nostra psicologa, che incontra un paio di volte all'anno le insegnanti, ci ha confermato che il lavoro da fare è piuttosto sull'ipercontrollo, sul far calare la sua eccessiva attenzione a mantenere il freno tirato, anche sfruttando momenti apparentemente non strutturati, non programmati, che la colgano alla sprovvista, così da disinnescare il suo meccanismo di protezione che è il silenzio. In effetti, in una conversazione che ho avuto recentemente con Matilde, mi ha fatto capire quanto il focus del suo disagio sia spostato su un altro elemento, che non è la paura. Quella sera stavamo parlando - lei mi stava parlando - di un gioco dei Lego che desidera molto, allora ho colto la palla al balzo per provare a negoziare, dicendole: "Vediamo a giugno, Mati, quando finisce la scuola: se continuerai ad impegnarti nelle materie, ad avere bei voti, e anche a fare quella cosa che che non ti riesce ancora bene, parlare con le maestre". Sono consapevole che il sistema di premi-e-punizioni non è consigliato, perché tende a minare ulteriormente l'autostima dei bambini con mutismo selettivo, ma visto che insisteva molto con quel giocattolo, ho voluto provare a forzare per vedere cosa succede. Sull'onda del discorso ho quindi provato a chiederle:
"Cos'è che trovi difficile, Mati? Cosa senti? Paura? Vergogna?"
"Vergogna."
"E pensi che riusciresti a dire qualche parola all'orecchio delle maestre in classe con gli altri compagni, oppure quando sei da sola tu con la maestra?"
"Da sola con la maestra."
"E con quale maestra pensi che potresti iniziare a provare?"
"Filomena."
Le ho fatto capire che non deve fare tutto subito, ma un poco alla volta, un piccolo tentativo, magari. Poi, se si trova bene nel fare quella prima prova, può continuare, sempre facendo un passo dopo l'altro, piano piano. Vedevo che mi ascoltava con attenzione, e sembrava che si stesse figurando l'idea. Le ho fatto capire che in questo modo le insegnanti possono sapere meglio le sue risposte a voce, sapere se hanno spiegato bene, o se c'è qualcosa che lei magari non ha capito e che occorre che la maestra ripeta. Insomma, ho cercato con queste parole di farle un po' capire e immaginare di poterlo fare.
Ma lei ha dichiarato chiaramente il suo intento. O perlomeno quello che potrebbe essere il suo desiderio. O forse è solo un procrastinare un impegno che per il momento non si sente ancora pronta ad affrontare. Un giorno, parlando col papà, che le aveva chiesto appunto se lei se la sentisse di parlare con le maestre, Matilde rispose: "Lo faccio in terza."
Terza elementare: la promessa.
AMICHE
Se la guardi alle feste di compleanno, o nel cortile dove ci fermiamo dopo la scuola noi mamme col gruppo di bimbe, oppure quando invitiamo amiche a casa nostra o lei è invitata a casa loro, non si direbbe che sia una bambina con problemi d'ansia. Anzi. Gioca, viene coinvolta, si butta nella mischia durante i balli di gruppo, corre e si scatena (le è sempre piaciuto il gioco adrenalinico) senza mai risparmiarsi. Certo, tutto senza parole. Ma a volte no. A volte è successo.
Ci siamo accorti però che va spronata. E' come se, dicendole "dai, Mati, non vedi che ci siamo solo noi?", lei ricevesse una sorta di autorizzazione, oppure qualcosa che le dà lo stimolo per rendersi conto che effettivamente può.
Un giorno stavano giocando a "strega comanda colore" nel cortile davanti a scuola, nel punto dove noi genitori facciamo comunella e i bimbi trovano una valvola di sfogo dopo essere stati otto ore in classe. C'era il papà, la sorellina Michela, e Matilde insieme a Giulia. Ognuno diceva il colore, e quando toccava a lei lo sussurrava all'orecchio della sua amica. Al che il papà le dice la frase di incoraggiamento, e da quel momento Mati ha cominciato a dire il colore a voce udibile.
E' capitato poi che, una seconda volta, giocando con un gruppo di amiche un po' più numeroso, Matilde avesse comunque iniziato a pronunciare normalmente il nome del colore da trovare, a tono un po' basso ma comunque a voce, senza usare l'espediente del sussurro all'orecchio; se non che, a un certo punto, una di queste sue compagne, Aurora, frequentatrice meno assidua del nostro ritrovo post scuola, meravigliata dalla novità, è corsa dalla sua mamma ad annunciarle "Mamma, vieni a sentire! Matilde parla!" smorzando immediatamente, come si può ben immaginare, la sua iniziativa.
Devo dire che le amiche tendono, in buona fede certamente, a proteggerla molto. A chiederle le cose proponendole sempre la modalità di risposta gestuale, con il dito su che significa una cosa e il dito giù che significa l'altra. A cercare di intervenire al posto suo quando le rivolgono le domande o quando la maestra le passa il turno di parola. Perché Matilde, sì, alza la mano e chiede così di intervenire. Poi, ecco, va alla lavagna a scrivere il suo contributo, però intanto partecipa.
Però la sua possibilità di fare un tentativo vocale, magari avvicinandosi all'orecchio della maestra, come varie volte viene spronata a fare, risulta, come dire, inibito dall'intervento delle amiche. Questa eccessiva protezione potrebbe rivelarsi controproducente, sebbene sia un atteggiamento da vedere di per sé come benevolo. Occorre invece che Matilde venga stimolata, lasciandola provare.
Ormai tocca a lei, adesso.
SORELLINA
Il rapporto con la sorella Michela di tre anni e mezzo è in generale buono: sono affezionate, si cercano, giocano spesso insieme al gioco simbolico oppure ai giochi in tavola, condividono molto. Certo, Matilde, a volte, dice che sarebbe bello non avere una sorella, mentre quella invece le fa le moine tutta affettuosa dicendole tu sei la mia sorellina, ti dò un bacino!
Michela sta crescendo, e crescendo si accorge di quello che fa la sorella, dei suoi comportamenti, e anche del suo silenzio che si manifesta in certi contesti, ovviamente non quello scolastico, perché la piccola non sa come sia Matilde in classe, ma a casa dalla nonna paterna sì (Matilde aveva smesso di parlare coi nonni paterni più di due anni fa, non abbiamo mai saputo il motivo; poi morì il nonno paterno ed è rimasta solo la nonna) o in presenza degli zii materni.
Ci sono stati due episodi in cui Michela ha rivolto a noi adulti la famosa domanda sul perché. La prima volta era a casa di mio padre, io ero uscita con la mia amica a cena - una delle poche volte che riesco a dedicare tempo alle uscite - e le bimbe erano rimaste con la zia Patty, sorella di mia mamma. Lì, in bagno, mentre si stavano preparando per la notte, la piccola chiede alla zia: "Ma cos'ha fatto la Mati?". Matilde era già andata in camera. La zia, pensando si riferisse a quello che la nipote aveva fatto poco prima in bagno, ha risposto: "Ma niente, Michi, ha solo fatto la pipì!". Non era quello, però, l'argomento che intendeva, e infatti ha replicato: "No! Perchè Matilde non parla?". Al che, presa in contropiede, la zia ha abbozzato la risposta che tutti noi adulti abbiamo imparato a dare quando ci viene rivolta la fatidica domanda. Ascoltata la spiegazione, che a volte capita che la voce faccia fatica a uscire ma che poi quando se la sente riesce perfettamente a parlare eccetera eccetera, Michela ha sentenziato: "Io ce l'ho la voce!" quasi come a volersi differenziare, o comunque ribadire uno stato di fatto.
La seconda volta Michela era con me, in casa nostra, mentre le stavo riepilogando l'organizzazione di quella giornata, in cui ero impegnata in un incontro referenti A.I.Mu.Se., per cui le bambine sarebbero andate col papà dalla nonna paterna e noi ci saremmo riviste il giorno dopo. "Allora, Michi, il papà vi accompagna tu e Mati dalla nonna, e poi noi ci vediamo domani". "Ma Matilde dalla nonna non parla!". Lo sa. Sì. Se n'è accorta. Mica è tonta. E quindi cosa le dico? Le dico quello che dico ogni volta. Correggo la versione: dico che è vero, ma smentisco, non sempre lo fa, solo a volte, quando non se la sente, eccetera eccetera. L'avrò convinta? Non mi sembra molto. Allora mi viene un'idea. Glielo spiego con "La Fragolina di Nicholas", la storiella raccontata da Daniela Conti per spiegare il mutismo selettivo ai bambini, che è anche il titolo appunto del suo libro. E così comincio a dirle: "Sai, è come se Mati, a volte, avesse una specie di fragolina, qui, nella gola, che non fa uscire le parole...". Michela mi guarda col sopracciglio alzato e mi fa: "Una fragolina???" col tono di chi chiede machestaiaddì? Mamma, tu non me la racconti giusta, dì la verità! L'avrò impressionata? Dopo ho cercato di recuperare, spiegando meglio, ma intanto chissà che idea si sarà fatta.
Parlandone con la psicologa che ormai da due anni e mezzo ci segue, il consiglio è quello di rispondere a Michela e alla sua domanda sul perché, con la cosa più ovvia che a noi non era venuta in mente, dicendole: chiedilo a Matilde. Ormai la piccola ha un'età in cui la curiosità è il motore della crescita, quindi è giusto che possa rivolgere alla sorella maggiore le sue domande, e Matilde a sua volta deve essere consapevole - noi glielo dobbiamo dire - che è già in grado di fornire risposte alle curiosità della sorellina.
Sono convinta che Michela possa essere sempre più una risorsa per Matilde, in questo percorso verso la voce. In che modo, è ancora da vedere, ma si sta pian piano dimostrando un potenziale pungolo per non permettere troppo a sua sorella di adagiarsi nella sua comfort zone silenziosa.
Come dicevo, Matilde ha perso una nonna speciale, una nonna con cui aveva un rapporto davvero stretto e soprattutto denso di relazione, di complicità, di affetto e voglia di viversi. E, aspetto ulteriore ma non da meno, ha perso una persona con cui parlava. Non siamo tanti, in questa stretta cerchia di famigliari che conoscono la versione "chiacchierina" di Matilde. Siamo rimasti in quattro: mamma, papà, sorella e nonno paterno.
Probabilmente dispiace più a me, che a mia figlia. Ma è comprensibile.
Eppure anche da questo, da eventi spiacevoli, o semplicemente intensi, si può imparare.
E un libro che può insegnare, o meglio, che può far riflettere, è un librettino snello e agile, che contiene pillole di saggezza e immagini che spiegano ancor più delle parole. Il protagonista è un pulcino, e il titolo è Lezioni di Volo.
La nostra psicologa ce lo ha suggerito, per proporre a Matilde di leggerlo insieme e sceglierne una frase, quella che le piace di più, per poi scriverla su un foglio e illustrarla.
"Spesso troviamo un amico quando meno ce lo aspettiamo" è la frase scelta da lei.
"A volte cadere ci aiuta a liberarci del superfluo" è invece la mia.
Io e mia figlia. Diario spensierato di pensieri e parole. Quelle dentro e quelle fuori.
venerdì 17 maggio 2019
domenica 10 marzo 2019
Una farfalla volata per il suo viaggio
Questo blog ha avuto un brusco arresto.
Perché c'è stato un forte strappo, un vuoto. Una mancanza, che ancora non sembra reale.
Dopo otto mesi di sofferenza, di dolore indomabile e continuo, di tribolazioni tra farmaci e dottori, il brutto male che ha aggredito così pesantemente mia madre se l'è portata via così, nel giorno di San Valentino.
Faccio ancora fatica a rendermene pienamente conto, a realizzare che è successo veramente, perché la sua presenza è ancora così forte, così diffusa in ogni cosa, in ogni traccia che ha lasciato. Le conversazioni scritte con i suoi amici e amiche sui social, gli appunti sulla sua agenda, la programmazione sul calendario della terapia di cannabis, che purtroppo non è proseguita secondo le sue previsioni...
Ho vissuto con lei i suoi ultimi momenti, quella notte a vederla addormentata a causa della morfina, intubata con l'ossigeno, inerte e sempre più debole, è un'immagine di così grande impatto che mi rimane costantemente davanti agli occhi.
I giorni precedenti al suo ricovero finale, le visite in ospedale, le nostre chiacchierate.
Gli sguardi. I sorrisi. Gli abbracci.
Le parole. I silenzi. Pieni di sentimenti, di groppi in gola, di lacrime che scendono piano.
Quell'ultima notte, la paura di affrontare la realtà, quello che sarebbe arrivato, e intanto continuare tenerle la mano, continuare a parlarle, perché voglio credere che, pur non essendo più cosciente, abbia avvertito comunque qualcosa... una vicinanza...
La ringrazierò sempre, come ho fatto più volte parlandole nella stretta di un abbraccio, per tutto quello che mi ha dato. Anche in questi momenti estremamente difficili, ha dimostrato una forza e una consapevolezza fuori dal comune, mantenendo in ogni occasione il suo bel sorriso e anche l'ironia del suo essere scherzosa e allegra.
Non sono mancate ovviamente fasi delicate di sconforto, in cui, oltre al suo corpo, anche la sua anima arrivava ad essere davvero sfinita e avvilita.
Vederla soffrire senza poter fare nulla per aiutarla è stato un enorme dolore. E vederla andarsene senza poterla salvare è stato un qualcosa di terribilmente lacerante, però lo sarebbe stato ancor di più continuare a vederla in quelle condizioni ormai impossibili da sopportare.
Era - quanto è difficile parlare di lei al passato - una donna straordinariamente in gamba: profonda e leggera allo stesso tempo, salda, tenace, ma anche sensibile, dolce, gentile con tutti. Amata e stimata da colleghi, amici e conoscenti del paese. E da tutti noi famigliari. Perché era il pilastro della nostra famiglia, il nostro punto di riferimento. Era un po' la mamma di tutti, su di lei si poteva fare affidamento per tutto ciò di cui si aveva bisogno: ascolto, aiuto, condivisione. Ci teneva talmente tanto alle sue relazioni con gli altri, che le era dispiaciuto enormemente rendersi conto, negli ultimi giorni in cui il male ormai la stava vincendo, di non essere più in grado di rispondere ai messaggi che le arrivavano sul telefono. Si prendeva a cuore tutto e tutti. Il suo cuore era grande e bello.
A volte questa sua tendenza a mettere gli altri prima di se stessa, finiva per essere a suo discapito, perché pur di essere presente per loro, era disposta a mettere da parte i suoi bisogni.
Ho avuto il duro compito di doverlo dire alle mie figlie, anche se non è stato alla fine così difficile come me lo aspettavo.
Mi hanno vista piangere e giù di morale, soprattutto quell'ultima sera, quella in cui mi arrivò la telefonata della zia che mi avvisava di precipitarmi subito, perché le condizioni di mia mamma stavano anche loro precipitando, e i medici ci avevano detto che non sarebbe arrivata al mattino. Io e le bimbe eravamo a cena da sole in casa, e Michela, la piccola di tre anni e mezzo, vendendomi così affranta in lacrime, mi chiese:
"Mamma, perché sei triste?"
"Perché la nonna sta molto male: come vi dicevo, le medicine potenti che i dottori le stanno dando per provare a guarirla non riescono a farla guarire, perché il brutto male che le è venuto è più forte delle medicine, purtroppo, e lei si addormenterà per sempre..."
Qui ho notato le reazioni diverse delle due bambine. La piccola, molto più emotiva, o almeno quella che mi esterna di più le sue emozioni, mi ha detto:
"Oggi è una bruttissima giornata, mamma. Sono triste. Ti voglio bene."
Mentre Matilde, sette anni e mezzo, di una sensibilità direi quasi razionale, o più sottile e nascosta, ha voluto andare dritta al concetto fondamentale che le mie parole cercavano maldestramente di esprimere, dicendomi:
"Allora, mamma, lei morirà."
Con un tono a metà tra la domanda in cerca di conferma e la dichiarazione di una sentenza definitiva.
Ho dovuto confermarglielo. Poi sono partita per Ferrara, verso l'hospice dove era ricoverata da poco, per stare accanto a lei in quelle che facevo fatica a concepire come le sue ultime ore, fino a vedere il suo ultimo respiro.
Non riesco mai a capire, a sondare fino in fondo, i sentimenti di Matilde.
Ne ho avuto conferma qualche sera dopo il funerale - le bambine hanno partecipato al funerale, come da parere concordante con la nostra psicologa, per dare loro la possibilità di chiudere il cerchio, di vivere il proprio dolore, di permettergli di esprimere i loro sentimenti e dare loro il messaggio che un grande momento doloroso come questo lo si vive, lo si attraversa, poi lo si supera e se ne esce, perché il dolore esiste nella nostra vita, non lo dobbiamo negare, ma affrontare e uscirne, perché la vita poi continua a scorrere nella sua quotidianità, tra scuola, lavoro e impegni, e dobbiamo vivere questi momenti senza farci sopraffare da essi - dicevo, qualche sera dopo, parlando con Matilde, le ho chiesto come si sentisse per il fatto che la nonna non ci fosse più.
Lei mi ha risposto: bene. Allora le ho chiesto se non fosse triste o dispiaciuta. Risposta: no. Allora mi sono accertata se le volesse bene. Stavolta sì, mi ha detto. Ho risposto che anche la nonna gliene voleva tanto.
Ecco, mi ha lasciato un attimo interdetta, da un lato, ma dall'altro anche sollevata, per il fatto di essermi sembrata serena, non scossa, né traumatizzata. Del resto, la psicologa mi aveva rassicurata, o meglio, non tanto me - perché io ero già favorevole all'idea della partecipazione delle bimbe al funerale - quanto il loro papà, rispetto al fatto che assistere a una cerimonia del genere non avrebbe rappresentato un trauma per le piccole.
La sera prima del funerale, quando rincasai dal babbo e dalle nostre bimbe, dopo essere stata due giorni a Ferrara da mio padre a sbrigare con lui le questioni pragmatiche e burocratiche in un clima surreale di sconcerto, spiegai alle mie figlie quanto era successo, nel modo suggeritomi dalla psicologa.
L'immagine del bruco e della farfalla.
"La nonna non c'è più, bimbe. E sapete cosa succede alle persone che si addormentano per sempre? E' come quello che fanno i bruchi quando diventano farfalle: lasciano lì il loro bozzolo, che sarebbe come il nostro corpo, e volano via come farfalle, per il loro viaggio, non sappiamo bene dove. Ecco, la nonna è volata via per il suo viaggio, non sappiamo bene dove. Ma possiamo ricordarla, così la sentiremo vicina, e guardarla nelle foto e nei video, e parlarle e mandarle dei baci, così, verso il cielo."
Michela ha iniziato a ripetere con me la storia della farfalla, anche lei come a trovare conferma di aver compreso bene, e a lanciare baci in aria con la sua manina. Ha voluto mettere sul suo comodino una piccola cornice con la foto della nonna, che mi ha detto di piacerle molto, e che quasi ogni sera bacia prima di addormentarsi.
Matilde, durante la spiegazione della farfalla, era attenta e annuiva, per darmi un riscontro di comprensione. Però non ha commentato l'accaduto. Probabilmente ha bisogno, come in tutte le cose, dei suoi tempi di reazione, di assimilazione e di elaborazione. Com'è giusto che sia.
Ormai è quasi passato un mese e non mi sembra ancora vero.
Ho cercato risposte, ho cercato conforto, ne ho ricevuto, ma non c'è una quantità sufficiente a riempire pienamente il bisogno. Ho trovato anche un video, mai visto prima, di una psicologa, che racconta del lutto, e che mi è sembrato comunque molto vicino al mio modo di sentire.
La sento ancora così presente, sento la sua voce mentre mi parla nelle nostre chiacchierate, a volte mi vado a rivedere i suoi video, trovo le tracce delle sue conversazioni online, cose che non sapevo di lei, agende del '73 con i suoi appunti, racconti che non sapevo avesse scritto, e mi piace questo scoprire quello che è un suo mondo passato: è un modo di continuare a sentirla con me, di continuare a conoscerla.
Per questo, voglio che il suo ricordo viva in una forma speciale per noi famigliari e amici, e soprattutto per le bambine, che potranno conoscere la loro nonna ormai soltanto attraverso il suo ricordo: quello che noi, che io, farò di lei. Forse nascerà un libro, forse nascerà una storia, per ricostruire com'è stata la sua avventura nella vita, com'era il suo carattere, cosa ha imparato, e cosa ci ha insegnato.
Perché c'è stato un forte strappo, un vuoto. Una mancanza, che ancora non sembra reale.
Dopo otto mesi di sofferenza, di dolore indomabile e continuo, di tribolazioni tra farmaci e dottori, il brutto male che ha aggredito così pesantemente mia madre se l'è portata via così, nel giorno di San Valentino.
Faccio ancora fatica a rendermene pienamente conto, a realizzare che è successo veramente, perché la sua presenza è ancora così forte, così diffusa in ogni cosa, in ogni traccia che ha lasciato. Le conversazioni scritte con i suoi amici e amiche sui social, gli appunti sulla sua agenda, la programmazione sul calendario della terapia di cannabis, che purtroppo non è proseguita secondo le sue previsioni...
Ho vissuto con lei i suoi ultimi momenti, quella notte a vederla addormentata a causa della morfina, intubata con l'ossigeno, inerte e sempre più debole, è un'immagine di così grande impatto che mi rimane costantemente davanti agli occhi.
I giorni precedenti al suo ricovero finale, le visite in ospedale, le nostre chiacchierate.
Gli sguardi. I sorrisi. Gli abbracci.
Le parole. I silenzi. Pieni di sentimenti, di groppi in gola, di lacrime che scendono piano.
Quell'ultima notte, la paura di affrontare la realtà, quello che sarebbe arrivato, e intanto continuare tenerle la mano, continuare a parlarle, perché voglio credere che, pur non essendo più cosciente, abbia avvertito comunque qualcosa... una vicinanza...
La ringrazierò sempre, come ho fatto più volte parlandole nella stretta di un abbraccio, per tutto quello che mi ha dato. Anche in questi momenti estremamente difficili, ha dimostrato una forza e una consapevolezza fuori dal comune, mantenendo in ogni occasione il suo bel sorriso e anche l'ironia del suo essere scherzosa e allegra.
Non sono mancate ovviamente fasi delicate di sconforto, in cui, oltre al suo corpo, anche la sua anima arrivava ad essere davvero sfinita e avvilita.
Vederla soffrire senza poter fare nulla per aiutarla è stato un enorme dolore. E vederla andarsene senza poterla salvare è stato un qualcosa di terribilmente lacerante, però lo sarebbe stato ancor di più continuare a vederla in quelle condizioni ormai impossibili da sopportare.
Era - quanto è difficile parlare di lei al passato - una donna straordinariamente in gamba: profonda e leggera allo stesso tempo, salda, tenace, ma anche sensibile, dolce, gentile con tutti. Amata e stimata da colleghi, amici e conoscenti del paese. E da tutti noi famigliari. Perché era il pilastro della nostra famiglia, il nostro punto di riferimento. Era un po' la mamma di tutti, su di lei si poteva fare affidamento per tutto ciò di cui si aveva bisogno: ascolto, aiuto, condivisione. Ci teneva talmente tanto alle sue relazioni con gli altri, che le era dispiaciuto enormemente rendersi conto, negli ultimi giorni in cui il male ormai la stava vincendo, di non essere più in grado di rispondere ai messaggi che le arrivavano sul telefono. Si prendeva a cuore tutto e tutti. Il suo cuore era grande e bello.
A volte questa sua tendenza a mettere gli altri prima di se stessa, finiva per essere a suo discapito, perché pur di essere presente per loro, era disposta a mettere da parte i suoi bisogni.
Ho avuto il duro compito di doverlo dire alle mie figlie, anche se non è stato alla fine così difficile come me lo aspettavo.
Mi hanno vista piangere e giù di morale, soprattutto quell'ultima sera, quella in cui mi arrivò la telefonata della zia che mi avvisava di precipitarmi subito, perché le condizioni di mia mamma stavano anche loro precipitando, e i medici ci avevano detto che non sarebbe arrivata al mattino. Io e le bimbe eravamo a cena da sole in casa, e Michela, la piccola di tre anni e mezzo, vendendomi così affranta in lacrime, mi chiese:
"Mamma, perché sei triste?"
"Perché la nonna sta molto male: come vi dicevo, le medicine potenti che i dottori le stanno dando per provare a guarirla non riescono a farla guarire, perché il brutto male che le è venuto è più forte delle medicine, purtroppo, e lei si addormenterà per sempre..."
Qui ho notato le reazioni diverse delle due bambine. La piccola, molto più emotiva, o almeno quella che mi esterna di più le sue emozioni, mi ha detto:
"Oggi è una bruttissima giornata, mamma. Sono triste. Ti voglio bene."
Mentre Matilde, sette anni e mezzo, di una sensibilità direi quasi razionale, o più sottile e nascosta, ha voluto andare dritta al concetto fondamentale che le mie parole cercavano maldestramente di esprimere, dicendomi:
"Allora, mamma, lei morirà."
Con un tono a metà tra la domanda in cerca di conferma e la dichiarazione di una sentenza definitiva.
Ho dovuto confermarglielo. Poi sono partita per Ferrara, verso l'hospice dove era ricoverata da poco, per stare accanto a lei in quelle che facevo fatica a concepire come le sue ultime ore, fino a vedere il suo ultimo respiro.
Non riesco mai a capire, a sondare fino in fondo, i sentimenti di Matilde.
Ne ho avuto conferma qualche sera dopo il funerale - le bambine hanno partecipato al funerale, come da parere concordante con la nostra psicologa, per dare loro la possibilità di chiudere il cerchio, di vivere il proprio dolore, di permettergli di esprimere i loro sentimenti e dare loro il messaggio che un grande momento doloroso come questo lo si vive, lo si attraversa, poi lo si supera e se ne esce, perché il dolore esiste nella nostra vita, non lo dobbiamo negare, ma affrontare e uscirne, perché la vita poi continua a scorrere nella sua quotidianità, tra scuola, lavoro e impegni, e dobbiamo vivere questi momenti senza farci sopraffare da essi - dicevo, qualche sera dopo, parlando con Matilde, le ho chiesto come si sentisse per il fatto che la nonna non ci fosse più.
Lei mi ha risposto: bene. Allora le ho chiesto se non fosse triste o dispiaciuta. Risposta: no. Allora mi sono accertata se le volesse bene. Stavolta sì, mi ha detto. Ho risposto che anche la nonna gliene voleva tanto.
Ecco, mi ha lasciato un attimo interdetta, da un lato, ma dall'altro anche sollevata, per il fatto di essermi sembrata serena, non scossa, né traumatizzata. Del resto, la psicologa mi aveva rassicurata, o meglio, non tanto me - perché io ero già favorevole all'idea della partecipazione delle bimbe al funerale - quanto il loro papà, rispetto al fatto che assistere a una cerimonia del genere non avrebbe rappresentato un trauma per le piccole.
La sera prima del funerale, quando rincasai dal babbo e dalle nostre bimbe, dopo essere stata due giorni a Ferrara da mio padre a sbrigare con lui le questioni pragmatiche e burocratiche in un clima surreale di sconcerto, spiegai alle mie figlie quanto era successo, nel modo suggeritomi dalla psicologa.
L'immagine del bruco e della farfalla.
"La nonna non c'è più, bimbe. E sapete cosa succede alle persone che si addormentano per sempre? E' come quello che fanno i bruchi quando diventano farfalle: lasciano lì il loro bozzolo, che sarebbe come il nostro corpo, e volano via come farfalle, per il loro viaggio, non sappiamo bene dove. Ecco, la nonna è volata via per il suo viaggio, non sappiamo bene dove. Ma possiamo ricordarla, così la sentiremo vicina, e guardarla nelle foto e nei video, e parlarle e mandarle dei baci, così, verso il cielo."
Michela ha iniziato a ripetere con me la storia della farfalla, anche lei come a trovare conferma di aver compreso bene, e a lanciare baci in aria con la sua manina. Ha voluto mettere sul suo comodino una piccola cornice con la foto della nonna, che mi ha detto di piacerle molto, e che quasi ogni sera bacia prima di addormentarsi.
Matilde, durante la spiegazione della farfalla, era attenta e annuiva, per darmi un riscontro di comprensione. Però non ha commentato l'accaduto. Probabilmente ha bisogno, come in tutte le cose, dei suoi tempi di reazione, di assimilazione e di elaborazione. Com'è giusto che sia.
Ormai è quasi passato un mese e non mi sembra ancora vero.
Ho cercato risposte, ho cercato conforto, ne ho ricevuto, ma non c'è una quantità sufficiente a riempire pienamente il bisogno. Ho trovato anche un video, mai visto prima, di una psicologa, che racconta del lutto, e che mi è sembrato comunque molto vicino al mio modo di sentire.
La sento ancora così presente, sento la sua voce mentre mi parla nelle nostre chiacchierate, a volte mi vado a rivedere i suoi video, trovo le tracce delle sue conversazioni online, cose che non sapevo di lei, agende del '73 con i suoi appunti, racconti che non sapevo avesse scritto, e mi piace questo scoprire quello che è un suo mondo passato: è un modo di continuare a sentirla con me, di continuare a conoscerla.
Per questo, voglio che il suo ricordo viva in una forma speciale per noi famigliari e amici, e soprattutto per le bambine, che potranno conoscere la loro nonna ormai soltanto attraverso il suo ricordo: quello che noi, che io, farò di lei. Forse nascerà un libro, forse nascerà una storia, per ricostruire com'è stata la sua avventura nella vita, com'era il suo carattere, cosa ha imparato, e cosa ci ha insegnato.
martedì 20 novembre 2018
Perle
Lascerò spazio qui ad alcune pillole, alcuni spunti e parole, che possono essere utili per un'ulteriore occasione di riflessione.
Il primo è un video molto bello, profondo, delicato. Si tratta di una produzione francese, che può essere vista coi sottotitoli in italiano, e si chiama: Il pentolino di Antonino (Le petite casserole d'Anatole).
Racconta, attraverso la storia del bambino protagonista, di come il proprio problema, la propria difficoltà, possa sembrare un peso fastidioso, un ostacolo insormontabile, un fardello troppo grande, che col tempo diventa gigantesco, e in cui ci si finisce per rinchiudere. Ma alla fine, chi riesce a vedere oltre, chi ti vede per quello che sei, può aiutarti veramente a gestire la difficoltà, e farti uscire dal buio. Perché, anche se da quella cosa non riuscirai mai a liberarti, puoi imparare ad accoglierla, a metterla nel tuo bagaglio di vita, senza che ingombri o pesi troppo.
Il secondo, o meglio, i secondi, sono articoli ben fatti, che fanno comprendere più a fondo cosa significhi da un lato vivere il "momentaneo silenzio" che blocca le parole in gola, e dall'altro trovare modi giusti per interagire e provare a disinnescare quel meccanismo automatico di difesa. Uno parla del mutismo selettivo attraverso un'intervista alla Dr.ssa Emanuela Iacchia, l'altro invece riguarda la nuovissima Guida di A.I.Mu.Se. Associazione Italiana Mutismo Selettivo, pubblicata recentemente dalla Franco Angeli.
Terzo: la riflessione di uno psicologo, che collabora attivamente con l'Associazione nel progetto delle "vacanzine" terapeutiche, sul disturbo rappresentato nelle sceneggiature cinematografiche. Un riferimento insolito, il suo, perché non immediatamente riconoscibile, come lo è invece nella più volte citata sequenza di Sole a Catinelle, il film di Checco Zalone. Il Dott. Marino, invece, parla della ragazzina della serie Stranger Things, Undici. Per molti aspetti, una storia di superpoteri, paura, silenzi e coraggio, che si avvicina molto al percorso verso la voce dei bambini con mutismo selettivo. Una storia di amicizia, e della forza dei legami.
L'ultimo articolo, in questo spazio, è quello che racconta l'incontro presso la Commissione consiliare del Comune di Bologna, che ha accolto e ascoltato l'Associazione, con la prospettiva di unire le forze e dar vita a nuove iniziative per coinvolgere insegnanti, genitori, specialisti, nel riconoscimento del mutismo selettivo e della possibilità di dar voce al silenzio di questi bambini e ragazzi.
Infine, lascio qui una frase, che da quando l'ho sentita è diventata un mantra, per me. Una frase-simbolo. Da scolpire nella pietra e ricordarsi per sempre, costantemente. Perché la trovo molto vera. L'ha detta un'insegnante, che ho avuto il piacere di incontrare in occasione degli incontri di A.I.Mu.Se. e che chiude ogni volta il suo intervento - in cui racconta della sua esperienza vent'anni fa con un'alunna mutoselettiva - con questa perla.
"Le parole non sono sempre il mezzo per entrare in relazione, talvolta ne sono la conseguenza". (Loretta Finch, insegnante)
Il primo è un video molto bello, profondo, delicato. Si tratta di una produzione francese, che può essere vista coi sottotitoli in italiano, e si chiama: Il pentolino di Antonino (Le petite casserole d'Anatole).
Racconta, attraverso la storia del bambino protagonista, di come il proprio problema, la propria difficoltà, possa sembrare un peso fastidioso, un ostacolo insormontabile, un fardello troppo grande, che col tempo diventa gigantesco, e in cui ci si finisce per rinchiudere. Ma alla fine, chi riesce a vedere oltre, chi ti vede per quello che sei, può aiutarti veramente a gestire la difficoltà, e farti uscire dal buio. Perché, anche se da quella cosa non riuscirai mai a liberarti, puoi imparare ad accoglierla, a metterla nel tuo bagaglio di vita, senza che ingombri o pesi troppo.
Il secondo, o meglio, i secondi, sono articoli ben fatti, che fanno comprendere più a fondo cosa significhi da un lato vivere il "momentaneo silenzio" che blocca le parole in gola, e dall'altro trovare modi giusti per interagire e provare a disinnescare quel meccanismo automatico di difesa. Uno parla del mutismo selettivo attraverso un'intervista alla Dr.ssa Emanuela Iacchia, l'altro invece riguarda la nuovissima Guida di A.I.Mu.Se. Associazione Italiana Mutismo Selettivo, pubblicata recentemente dalla Franco Angeli.
Terzo: la riflessione di uno psicologo, che collabora attivamente con l'Associazione nel progetto delle "vacanzine" terapeutiche, sul disturbo rappresentato nelle sceneggiature cinematografiche. Un riferimento insolito, il suo, perché non immediatamente riconoscibile, come lo è invece nella più volte citata sequenza di Sole a Catinelle, il film di Checco Zalone. Il Dott. Marino, invece, parla della ragazzina della serie Stranger Things, Undici. Per molti aspetti, una storia di superpoteri, paura, silenzi e coraggio, che si avvicina molto al percorso verso la voce dei bambini con mutismo selettivo. Una storia di amicizia, e della forza dei legami.
L'ultimo articolo, in questo spazio, è quello che racconta l'incontro presso la Commissione consiliare del Comune di Bologna, che ha accolto e ascoltato l'Associazione, con la prospettiva di unire le forze e dar vita a nuove iniziative per coinvolgere insegnanti, genitori, specialisti, nel riconoscimento del mutismo selettivo e della possibilità di dar voce al silenzio di questi bambini e ragazzi.
Infine, lascio qui una frase, che da quando l'ho sentita è diventata un mantra, per me. Una frase-simbolo. Da scolpire nella pietra e ricordarsi per sempre, costantemente. Perché la trovo molto vera. L'ha detta un'insegnante, che ho avuto il piacere di incontrare in occasione degli incontri di A.I.Mu.Se. e che chiude ogni volta il suo intervento - in cui racconta della sua esperienza vent'anni fa con un'alunna mutoselettiva - con questa perla.
"Le parole non sono sempre il mezzo per entrare in relazione, talvolta ne sono la conseguenza". (Loretta Finch, insegnante)
venerdì 14 settembre 2018
Tra dubbi al passato e fiducia nel futuro
Quel bambino che gioca sullo scivolo lì, a due metri dal castello su cui si sta arrampicando Matilde, e che la sente esclamare, chiamare, ridere e parlare come tanti altri: mai sospetterebbe del mutismo selettivo.
Quella signora in fila dietro di noi alla cassa del supermercato, che sente Matilde mentre mi aiuta a mettere sul nastro la spesa, e mi chiede, mi chiama, mi fa gli scherzi: mai direbbe che è una bambina mutoselettiva.
Penso sempre questo, quando siamo fuori, in mezzo agli altri. Quando questi altri restano sullo sfondo, anche se vicinissimi.
Matilde sta volentieri in mezzo alla gente, circondata di bambini, circondata di persone. Quest'estate non abbiamo perso occasione di andare ovunque. In piscina con le amiche, ai compleanni dei compagni di classe, alla festa di Ferragosto con parenti e persone nuove, al centro estivo anche solo per pochi giorni, alla serata di circo con le carovane, alle sagre dei paesi dove ci sono attività per i bambini, ai laboratori del festival della letteratura nella sezione dei più piccoli.
Abbiamo chiamato la sua amica a casa e l'ho spronata all'uso della voce, che resta ancora per lo più inibito. Ma ho capito che basta davvero poco, uno stimolo entusiasmante, per attivarla.
"Perché non chiedi a Giulia se vuole vedere il video del gatto matto?" le chiedo, prendendola in disparte nella camera accanto.
Subito, si illumina in viso. Subito dopo, mi guarda perplessa. Come a dire: sì, ma come faccio?
Allora la rassicuro: "Glielo puoi dire anche all'orecchio, se vuoi".
Lei corre in salotto da Giulia e, mettendo la bocca vicino al suo orecchio, ma con voce udibilissima anche a distanza, glielo chiede.
"Vuoi vedere il video del gatto matto?"
L'amica sorride meravigliosamente come se avesse ricevuto il regalo più inaspettato, poi risponde di sì, e insieme si mettono a guardare il video.
Il gatto in questione è Minou, la gattina che da fine luglio abbiamo preso in casa con noi. Matilde ne è innamorata. Che amasse gli animali lo abbiamo sempre notato, ma l'emozione di condividere la vita quotidiana con un gatto non l'aveva mai provata. E' bello anche per noi, ritrovare questo sentimento, dopo aver già vissuto con un'altra micia.
Un animale può essere una risorsa in più, ci ha detto la nostra psicologa. Il rapporto con l'animale si pone ad un livello più profondo e, nell'interazione anche verbale con esso, si scoprono aspetti che riproducono le nostre sensazioni, i nostri vissuti.
Ho notato che Matilde, oltre ad essere molto rispettosa e premurosa con Minou, e a divertirsi facendola giocare e vedendo tutte le cose buffe che combina, è anche molto attenta al suo linguaggio. A interpretare i segnali del gatto. Me lo chiede, a volte. Oppure mi dice che lo ha imparato dal libro, uno di quelli che prendiamo in prestito dalla biblioteca.
"Mamma, cosa vuol dire quando ha le orecchie in giù?"
"Sai, mamma, quando Minou fa le fusa io le faccio le coccole, vuol dire che ne vuole ancora."
"Guarda, mamma! Quando Minou ha gli occhi così, a palla, vuol dire che è curiosa!"
Qualche sera fa, l'ho scoperta mentre giocava alla scuola con la gatta. Con tanto di lavagna e gessetti, angolo mensa, e spazio nanna. Sì, un misto tra la scuola e l'asilo. E proprio lì, dalla cuccia di stoffa con morbido cuscino, vedo Minou col suo sguardo rassegnato e sornione, mentre sta recitando la parte della piccola alunna sotto la coperta. Le mancava soltanto il ciuccio e il pigiamino, e poteva vincere il premio come miglior attrice non protagonista nella categoria animali!
Mentre aspettiamo che la scuola ricominci (dopo essersi chiusa con una meravigliosa sorpresa, di cui avevo parlato qui), ecco che mi rimetto a ripensare al passato, a quelle cose che ho fatto fatica a capire, faticato ad accettare, cose forse sbagliate. Nell'incorreggibile mania dei genitori ansiosi di sezionare il vissuto, alla ricerca di errori e colpevoli.
Dicevo, una di queste cose è la primissima indicazione ricevuta al colloquio con la psicologa di classe, che aveva fatto un'osservazione generale durante il primo anno di materna, segnalando appunto a noi genitori il sospetto di mutismo selettivo in nostra figlia. La regola aurea dell' abbassare il livello d'ansia.
A quell'epoca ero allo stadio zero di informazione, non sapevo minimamente cosa fosse il mutismo selettivo, né tantomeno come affrontarlo per risolverlo. Sapevo che si manifestava con l'impossibilità di riuscire a parlare con persone esterne alla famiglia, mentre a casa parla in modo del tutto normale, ma non sapevo assolutamente cosa fare per poterla aiutare. Soprattutto, mi chiedevo come fare ad abbassare 'sto benedetto livello d'ansia. C'è una rotella da girare, per caso, come fosse il volume della radio? Come si abbasserà mai, mi chiedevo. Nessuno me lo aveva detto.
Non insistere, certo. Non forzarla a parlare, ovviamente. Ma oltre a questo? Non mi avevano detto di rendere l'ambiente tranquillo e rilassato, di dimenticare il silenzio, e concentrarsi invece sul coinvolgimento emotivo, sulle risate, sul divertimento assoluto. Perché quando l'obiettivo non è la parola, essa compare naturalmente da sé. Ignara di ciò, vagavo nel vuoto, con questo interrogativo nuovo sulla testa.
Un'altra cosa a cui ripenso in maniera negativa è la fretta. Altra caratteristica di noi genitori ansiosi. Ma anche non. Forse può essere generalizzato a tutta la categoria.
I genitori desiderano, progettano, vogliono e attendono questi loro figli, che poi caricano di stimoli e aspettative, chiedendo loro, anche implicitamente, di dimostrare, di spiccare, di essere adeguati. Ma i figli sono semplicemente loro stessi, con le loro capacità e difficoltà, con le loro passioni e le loro fatiche, con le loro risorse e le loro paure. Dobbiamo solamente aiutarli a diventare ciò che sono.
Invece sempre più spesso abbiamo fretta di vederli corrispondere alla nostra idea, ai nostri desideri, a quello che noi vogliamo per loro. Fretta di risolvere i loro problemi. Fretta che risultino sempre adeguati, nel confronto costante con gli altri. Fretta di azzerare i loro difetti. Per renderli perfetti. Senza vedere che loro lo sono già. Perché fondamentalmente non accettiamo che abbiano imperfezioni. Abbiamo paura che non siano come gli altri, che non siano accettati. Invece poi i bambini trovano molte più risorse di noi, si fanno molti meno problemi. Accoglierli nella loro unicità, ecco il nostro migliore aiuto e compito.
Il terzo pensiero risale a un progetto in particolare, realizzato in accordo con la maestra durante l'ultimo anno di materna. Ne avevo parlato qui, e si tratta di un lavoro fatto in classe raccontando la storia di un libro che rischiava di etichettare ancora di più Matilde come "la bambina che non parla". Si poteva invece lavorare sull'empatia (mi metto nei panni degli altri e capisco che provano le mie stesse sensazioni) e sulle uguaglianze nelle differenze (siamo tutti uguali ma diversi). Per far capire ai bambini che tutti possiamo avere diverse paure, anche noi adulti, nessuno escluso, ma che insieme riusciamo ad affrontarle e che, con il giusto aiuto, passeranno.
Ma tra i dubbi del passato e le speranze nel futuro, c'è un presente fatto di serenità e gioia, perché la fiducia che lei ce la farà a superare le sue paure, sovrasta ogni ombra.
Mentre aspettiamo che la scuola ricominci (dopo essersi chiusa con una meravigliosa sorpresa, di cui avevo parlato qui), ecco che mi rimetto a ripensare al passato, a quelle cose che ho fatto fatica a capire, faticato ad accettare, cose forse sbagliate. Nell'incorreggibile mania dei genitori ansiosi di sezionare il vissuto, alla ricerca di errori e colpevoli.
Dicevo, una di queste cose è la primissima indicazione ricevuta al colloquio con la psicologa di classe, che aveva fatto un'osservazione generale durante il primo anno di materna, segnalando appunto a noi genitori il sospetto di mutismo selettivo in nostra figlia. La regola aurea dell' abbassare il livello d'ansia.
A quell'epoca ero allo stadio zero di informazione, non sapevo minimamente cosa fosse il mutismo selettivo, né tantomeno come affrontarlo per risolverlo. Sapevo che si manifestava con l'impossibilità di riuscire a parlare con persone esterne alla famiglia, mentre a casa parla in modo del tutto normale, ma non sapevo assolutamente cosa fare per poterla aiutare. Soprattutto, mi chiedevo come fare ad abbassare 'sto benedetto livello d'ansia. C'è una rotella da girare, per caso, come fosse il volume della radio? Come si abbasserà mai, mi chiedevo. Nessuno me lo aveva detto.
Non insistere, certo. Non forzarla a parlare, ovviamente. Ma oltre a questo? Non mi avevano detto di rendere l'ambiente tranquillo e rilassato, di dimenticare il silenzio, e concentrarsi invece sul coinvolgimento emotivo, sulle risate, sul divertimento assoluto. Perché quando l'obiettivo non è la parola, essa compare naturalmente da sé. Ignara di ciò, vagavo nel vuoto, con questo interrogativo nuovo sulla testa.
Un'altra cosa a cui ripenso in maniera negativa è la fretta. Altra caratteristica di noi genitori ansiosi. Ma anche non. Forse può essere generalizzato a tutta la categoria.
I genitori desiderano, progettano, vogliono e attendono questi loro figli, che poi caricano di stimoli e aspettative, chiedendo loro, anche implicitamente, di dimostrare, di spiccare, di essere adeguati. Ma i figli sono semplicemente loro stessi, con le loro capacità e difficoltà, con le loro passioni e le loro fatiche, con le loro risorse e le loro paure. Dobbiamo solamente aiutarli a diventare ciò che sono.
Invece sempre più spesso abbiamo fretta di vederli corrispondere alla nostra idea, ai nostri desideri, a quello che noi vogliamo per loro. Fretta di risolvere i loro problemi. Fretta che risultino sempre adeguati, nel confronto costante con gli altri. Fretta di azzerare i loro difetti. Per renderli perfetti. Senza vedere che loro lo sono già. Perché fondamentalmente non accettiamo che abbiano imperfezioni. Abbiamo paura che non siano come gli altri, che non siano accettati. Invece poi i bambini trovano molte più risorse di noi, si fanno molti meno problemi. Accoglierli nella loro unicità, ecco il nostro migliore aiuto e compito.
Il terzo pensiero risale a un progetto in particolare, realizzato in accordo con la maestra durante l'ultimo anno di materna. Ne avevo parlato qui, e si tratta di un lavoro fatto in classe raccontando la storia di un libro che rischiava di etichettare ancora di più Matilde come "la bambina che non parla". Si poteva invece lavorare sull'empatia (mi metto nei panni degli altri e capisco che provano le mie stesse sensazioni) e sulle uguaglianze nelle differenze (siamo tutti uguali ma diversi). Per far capire ai bambini che tutti possiamo avere diverse paure, anche noi adulti, nessuno escluso, ma che insieme riusciamo ad affrontarle e che, con il giusto aiuto, passeranno.
Ma tra i dubbi del passato e le speranze nel futuro, c'è un presente fatto di serenità e gioia, perché la fiducia che lei ce la farà a superare le sue paure, sovrasta ogni ombra.
domenica 9 settembre 2018
MOMENTANEAMENTE SILENZIOSI
Finalmente è uscita la Guida di AIMuSe per genitori, insegnanti e operatori! Un sogno che l'Associazione ha realizzato grazie all'enorme lavoro della famiglia AIMuSe e al prezioso contributo di tutti coloro che ci hanno raccontato il loro vissuto nel mutismo selettivo. Sì perchè la Guida, unica in Italia, è il frutto di nove anni di storie ascoltate, testimonianze raccolte, bambini ragazzi e adulti aiutati a superare il disturbo. Strategie che funzionano, tentativi falliti, soluzioni trovate. Un vero e proprio patrimonio di conoscenze messo a disposizione di ciascuno, e organizzato in schemi di semplicissima consultazione. Suddiviso per fasce d'età, e anche in base a chi lo sta leggendo, con consigli pratici per i genitori, strategie operative per gli insegnanti, e suggerimenti utili per gli specialisti. Una Guida esaustiva e completa, che risponde in modo davvero chiaro e preciso ad ogni domanda sul mutismo selettivo. Ogni singolo dubbio viene trattato e risolto. Nessuno si sentirà più da solo nell'affrontare il periodo in cui si è... momentaneamente silenziosi.
Buona lettura a tutti!
Dal 5 Ottobre 2018 la Guida è disponibile nelle librerie e sui canali di vendita online.
Per i Soci AIMuSe il prezzo è ridotto, scopri qui tutti i dettagli.
Per maggiori informazioni o altro, scrivimi a chiara.mistri[@]aimuse.it (senza parentesi).
Buona lettura a tutti!
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mercoledì 13 giugno 2018
Sorpresa di fine anno!
Ho il cuore che scoppia di gioia!
Matilde, al penultimo giorno di scuola, alla fine della prima elementare, si è lasciata andare con tutti!
Tutti i compagni e tutte le insegnanti: parla e risponde all'orecchio con ciascuno di loro! Pazzesco, non me lo sarei aspettata, è proprio vero che quando tutto sembra immobile, arriva il cambiamento!
Se tutto sembra fermo, è soltanto per prendere la rincorsa e iniziare a volare...
Pochi giorni prima c'è stata la festa di fine anno in classe, e nei preparativi mia figlia alzava sempre la mano quando veniva chiesto chi volesse fare quella determinata parte dello spettacolino. Una volta messa alla prova, però, Matilde ovviamente non riusciva a dire la sua frase. Allora abbiamo adottato il suggerimento della psicologa, in accordo con le insegnanti, per non far cadere nel vuoto la sua voglia di partecipare: farle fare una registrazione audio dei saluti finali, che sarebbe stata fatta ascoltare a chiusura della recita. Senza dire nulla ai compagni, che, ignari, in quel momento si sono soltanto guardati tra loro con facce interrogative, ma non hanno chiesto nulla. Dopo di che, sono partiti gli applausi finali e abbiamo festeggiato tutti insieme.
Il lunedì successivo, mi rivela in seguito la maestra, qualche compagno incuriosito ha chiesto di chi fosse quella voce ed è stato dichiarato che era la sua, quella di Matilde.
Non so se proprio da questo episodio possa essere scaturito il coraggio di farsi sentire. Perché sperimentare che l'ascolto della sua voce in classe non ha sortito conseguenze negative, che magari i bimbi mutoselettivi tendono a prefigurarsi come stravolgenti, è servito a lei in qualche modo per rendersi conto che alla fine è una cosa normale, e non c'è nulla da temere. La scelta di non dire nulla ai compagni, di non prepararli a sentire la voce sconosciuta della loro compagna silenziosa, aveva come obiettivo proprio quello di normalizzare l'avvenimento, senza creare in loro un'inutile aspettativa ansiogena, ma facendolo passare come qualcosa di assolutamente normale. Proprio come un bimbo fa quella parte, un altro bimbo fa quell'altra ancora, e lei fa i saluti finali in una modalità, quella della registrazione, che in quel momento le si confà maggiormente.
C'è stata un'anteprima, che ha preceduto questa sorpresa. Il giorno prima, appunto, all'uscita da scuola la maestra di matematica ha riferito al papà che Matilde le aveva detto una parola all'orecchio.
Andò così: durante la pausa del pranzo, nel cortile antistante la scuola, mentre tutti i bambini stavano giocando, Alice, una compagna di classe, corse dall'insegnante e le disse "Maestra Filomena, Matilde mi ha parlato nell'orecchio! Mi ha detto ciliegia!". Al che, la maestra pensò di provarci. E il suo tentativo andò a buon fine.
In quel momento i bambini, uno dopo l'altro, stavano rivolgendo all'insegnante parole d'affetto: "Filomena, io ti voglio bene!" "Anche io te ne voglio!" "Anche io!" "Anche io!".
La maestra allora, avvicinandosi a mia figlia, le chiese: "Anche tu, Matilde, mi vuoi bene?" Vedendo che annuiva, le propose: "Ti va di dirmelo?" A quel punto, Matilde prendendola per un braccio, tirò un po' verso di sé l'insegnante, avvicinandosi al suo orecchio, e le disse "SI'!".
Immagino l'emozione della maestra, bravissima a tenere dentro di sé la contentezza, per poi condividerla con noi. Ma devo dire grazie a tutte le insegnanti, da quella di italiano, a quella di inglese, passando dall'insegnante di italiano, perché sono state fin da subito estremamente disponibili, collaborative e seriamente interessate ad aiutare Matilde nel modo migliore.
C'è stata anche una battuta d'arresto, successiva a questi due giorni incredibili. L'ultimo giorno di scuola, infatti, non ha più parlato all'orecchio né delle insegnanti, né dei compagni. Sapevo di questa possibilità: infatti, come viene detto da tutti gli specialisti, non è detto che quando avviene lo "sblocco", si possa poi considerare risolto il disturbo. Anzi, il percorso è lungo, ed è solo appena iniziato. Però, la speranza che lo ripetesse, un pochino l'avevo. Ad ogni modo, niente cancellerà la certezza del grande passo che ha fatto Matilde, e sono infinitamente orgogliosa di lei.
Ma come si è sentita la protagonista di questo importante gesto?
L'intervistata mi ha sorpreso quando le ho chiesto che effetto le abbia fatto: "è stato facile!" mi ha risposto candidamente. E ha dichiarato di essersi sentita bene, felice.
E adesso che la scuola è finita?
Come facciamo a tenere in allenamento la piccola coraggiosa?
Non si può prolungare la scuola di un altro mese, vero?
Peccato.
Ci vogliono altre occasioni, per non disperdere questa preziosa esperienza nei tre lunghi mesi di pausa estiva. Vedremo al mare che succederà...
Intanto è iniziato. Godiamoci il viaggio.
Il cammino è lungo, ma la strada è quella giusta!
Matilde, al penultimo giorno di scuola, alla fine della prima elementare, si è lasciata andare con tutti!
Tutti i compagni e tutte le insegnanti: parla e risponde all'orecchio con ciascuno di loro! Pazzesco, non me lo sarei aspettata, è proprio vero che quando tutto sembra immobile, arriva il cambiamento!
Se tutto sembra fermo, è soltanto per prendere la rincorsa e iniziare a volare...
Pochi giorni prima c'è stata la festa di fine anno in classe, e nei preparativi mia figlia alzava sempre la mano quando veniva chiesto chi volesse fare quella determinata parte dello spettacolino. Una volta messa alla prova, però, Matilde ovviamente non riusciva a dire la sua frase. Allora abbiamo adottato il suggerimento della psicologa, in accordo con le insegnanti, per non far cadere nel vuoto la sua voglia di partecipare: farle fare una registrazione audio dei saluti finali, che sarebbe stata fatta ascoltare a chiusura della recita. Senza dire nulla ai compagni, che, ignari, in quel momento si sono soltanto guardati tra loro con facce interrogative, ma non hanno chiesto nulla. Dopo di che, sono partiti gli applausi finali e abbiamo festeggiato tutti insieme.
Il lunedì successivo, mi rivela in seguito la maestra, qualche compagno incuriosito ha chiesto di chi fosse quella voce ed è stato dichiarato che era la sua, quella di Matilde.
Non so se proprio da questo episodio possa essere scaturito il coraggio di farsi sentire. Perché sperimentare che l'ascolto della sua voce in classe non ha sortito conseguenze negative, che magari i bimbi mutoselettivi tendono a prefigurarsi come stravolgenti, è servito a lei in qualche modo per rendersi conto che alla fine è una cosa normale, e non c'è nulla da temere. La scelta di non dire nulla ai compagni, di non prepararli a sentire la voce sconosciuta della loro compagna silenziosa, aveva come obiettivo proprio quello di normalizzare l'avvenimento, senza creare in loro un'inutile aspettativa ansiogena, ma facendolo passare come qualcosa di assolutamente normale. Proprio come un bimbo fa quella parte, un altro bimbo fa quell'altra ancora, e lei fa i saluti finali in una modalità, quella della registrazione, che in quel momento le si confà maggiormente.
C'è stata un'anteprima, che ha preceduto questa sorpresa. Il giorno prima, appunto, all'uscita da scuola la maestra di matematica ha riferito al papà che Matilde le aveva detto una parola all'orecchio.
Andò così: durante la pausa del pranzo, nel cortile antistante la scuola, mentre tutti i bambini stavano giocando, Alice, una compagna di classe, corse dall'insegnante e le disse "Maestra Filomena, Matilde mi ha parlato nell'orecchio! Mi ha detto ciliegia!". Al che, la maestra pensò di provarci. E il suo tentativo andò a buon fine.
In quel momento i bambini, uno dopo l'altro, stavano rivolgendo all'insegnante parole d'affetto: "Filomena, io ti voglio bene!" "Anche io te ne voglio!" "Anche io!" "Anche io!".
La maestra allora, avvicinandosi a mia figlia, le chiese: "Anche tu, Matilde, mi vuoi bene?" Vedendo che annuiva, le propose: "Ti va di dirmelo?" A quel punto, Matilde prendendola per un braccio, tirò un po' verso di sé l'insegnante, avvicinandosi al suo orecchio, e le disse "SI'!".
Immagino l'emozione della maestra, bravissima a tenere dentro di sé la contentezza, per poi condividerla con noi. Ma devo dire grazie a tutte le insegnanti, da quella di italiano, a quella di inglese, passando dall'insegnante di italiano, perché sono state fin da subito estremamente disponibili, collaborative e seriamente interessate ad aiutare Matilde nel modo migliore.
C'è stata anche una battuta d'arresto, successiva a questi due giorni incredibili. L'ultimo giorno di scuola, infatti, non ha più parlato all'orecchio né delle insegnanti, né dei compagni. Sapevo di questa possibilità: infatti, come viene detto da tutti gli specialisti, non è detto che quando avviene lo "sblocco", si possa poi considerare risolto il disturbo. Anzi, il percorso è lungo, ed è solo appena iniziato. Però, la speranza che lo ripetesse, un pochino l'avevo. Ad ogni modo, niente cancellerà la certezza del grande passo che ha fatto Matilde, e sono infinitamente orgogliosa di lei.
Ma come si è sentita la protagonista di questo importante gesto?
L'intervistata mi ha sorpreso quando le ho chiesto che effetto le abbia fatto: "è stato facile!" mi ha risposto candidamente. E ha dichiarato di essersi sentita bene, felice.
E adesso che la scuola è finita?
Come facciamo a tenere in allenamento la piccola coraggiosa?
Non si può prolungare la scuola di un altro mese, vero?
Peccato.
Ci vogliono altre occasioni, per non disperdere questa preziosa esperienza nei tre lunghi mesi di pausa estiva. Vedremo al mare che succederà...
Intanto è iniziato. Godiamoci il viaggio.
Il cammino è lungo, ma la strada è quella giusta!
lunedì 7 maggio 2018
In bilico
Scriverò un po' di come mi sento.
Forse ne ho bisogno, in questo periodo.
E' una fase, questa, in cui tutto sta filando via liscio. Dopo le incertezze dei primi tempi, delle prime settimane di scuola, Matilde ha consolidato le sue relazioni e le sue modalità. Parla nell'orecchio di Giulia, la nuova compagna di classe con cui ha legato molto. Fa volentieri le videoregistrazioni dei compiti di lettura, da spedire via telefono all'insegnante di italiano.
Ha continuato ad andare a danza, alle feste di compleanno, a casa di amiche, che abbiamo invitato a nostra volta da noi.
Negli ultimi mesi tutto è andato bene, senza inciampi né slanci.
Tutto è tranquillo. Troppo tranquillo.
In questa fase, mi sento sempre più in bilico tra due sensazioni: da una parte, l'aspettare senza forzare, nel rispetto dei suoi tempi, e dall'altra invece la spinta ad accelerare, per trovare uno stimolo alla parola.
Le insegnanti durante il colloquio mi chiedono cosa possono fare. Io mi trovo impegnata a organizzare un incontro A.I.Mu.Se. proprio a Castelfranco, al quale parteciperanno loro, le tre maestre. Può sembrare strano: parlo di mutismo selettivo come referente regionale, però poi ho difficoltà a parlare del mutismo selettivo di mia figlia. Sento ancora, io, un certo disagio nel fare i conti con questo problema, una certa fatica che continua a presentarsi, e me ne sono accorta in un preciso momento, durante un episodio successo qualche giorno prima.
Stavo accompagnando Matilde a scuola in orario posticipato, quando mi si avvicina una bidella, che approfitta per dirmi qualcosa su Matilde, in sua assenza.
"E' bellissima, complimenti, ma è molto chiusa... Un giorno le ho detto sei bellissima come ti chiami, e lei non ha risposto. Anche le maestre mi hanno detto che non parla, parla solo coi genitori".
Io, prima di quel momento, non avevo mai avuto occasione di scambio con le bidelle, in generale. Sinceramente avrei voluto sorvolare sull'argomento, proprio perché provo disagio nel doverne parlare a persone - diciamo così - esterne, che non siano direttamente a contatto con Matilde, come invece lo sono insegnanti o parenti. Forse sbaglio io a partire diffidente: non so fino a che punto queste persone possano capire le mie spiegazioni, e soprattutto non so mai bene come porre la questione, quali parole usare. Parole, appunto.
Ad ogni modo, alla bidella ho accennato molto brevemente al mutismo selettivo, dicendo che è un blocco dovuto all'ansia, soprattutto quando la bambina si sente chiamata in causa, e che ha bisogno dei suoi tempi. Avrei dovuto aggiungere che non bisogna forzarla, ma lì per lì non mi è venuto. Mi ha detto che anche un'altra bambina della scuola era così timida, ma adesso questa bambina parla anche coi muri. Ho precisato che Matilde invece non è timida, perché dimostra di voler stare in gruppo e divertirsi, alle recite, alle feste, al corso di danza, agli spettacoli. Ho aggiunto che anche alla materna non parlava con le maestre ma con una o due amichette sì, nell'orecchio. E adesso alle elementari ha una compagna di classe con cui ha legato molto, e alla quale parla all'orecchio. La bidella mi dice che lo sa, tramite le insegnanti.
E a questo punto nasce spontanea in me una domanda: perché questa persona me lo sta chiedendo? Era già informata: voleva dunque un confronto diretto con me? Me lo ha detto perché pensava non sapessi della difficoltà di mia figlia a scuola? O perché stava cercando di sapere come fare e come comportarsi con lei?
Ne ho parlato al telefono con la nostra psicologa, e mi confronterò separatamente con lei, per cercare di capire cosa mi faccia sentire a disagio, cosa e quanto c'è di me nelle risposte che do su Matilde, cosa mi spinga a voler sempre giustificare mia figlia rispetto al disturbo che ha.
Avevo consegnato in settembre alle insegnanti il Kit ècole, la guida che a quei tempi l'Associazione A.I.Mu.Se. era autorizzata a mettere a disposizione, con diversi consigli pratici, anche se strutturati più per la fase della prima infanzia.
Al colloquio provo a dare loro un paio di suggerimenti, che avevo discusso insieme alla psicologa. Il primo ha l'obiettivo di creare un ambiente protetto e una relazione "a tu per tu" per favorire la parola e la voce. Per far sì che non sembri un tentativo fatto appositamente nei confronti di Matilde, si tratterebbe di far uscire dall'aula un alunno alla volta, in un momento di compresenza delle insegnanti, con la scusa di far fare la lettura di un brano in un'aula separata, magari motivando con la necessità delle insegnanti di verificare il livello raggiunto. Limitandosi poi alla semplice lettura di un testo, la richiesta nei confronti del bambino è meno impegnativa e la sua produzione verbale può così risultare più facilitata, senza che debba lui rispondere a domande o fare un discorso. Sottopongo fiduciosamente alle insegnanti questo consiglio, anche se poi riferisco loro che il mio tentativo di sondare il terreno con Matilde, provando a proporle l'idea di un esperimento del genere, ha avuto esito negativo: lei dice che non se la sente ancora. E torna allora il dubbio rispetto ai tempi da rispettare: attendere o forzare?
Anche il secondo suggerimento non è detto che funzioni, sebbene dal racconto che mi è stato riferito si deduca che grazie ad esso si sia sbloccata una bambina mutoselettiva. L'ambiente stavolta è la palestra di scuola: durante l'ora di ginnastica, dopo aver fatto correre a più non posso i bambini - lo sfogo fisico serve a rilassarsi e liberare la mente - l'insegnante li fa sedere in cerchio a terra, e dà il segnale di gridare una vocale con maggiore intensità quanto più la docente stessa alza il suo braccio, come fosse un misuratore di suono, un termometro della voce.
I piccoli passi non iniziano da un parola. Iniziano da un suono, da un soffio, da un sssssssssss... che più avanti potrà diventare un SI'...
Forse ne ho bisogno, in questo periodo.
E' una fase, questa, in cui tutto sta filando via liscio. Dopo le incertezze dei primi tempi, delle prime settimane di scuola, Matilde ha consolidato le sue relazioni e le sue modalità. Parla nell'orecchio di Giulia, la nuova compagna di classe con cui ha legato molto. Fa volentieri le videoregistrazioni dei compiti di lettura, da spedire via telefono all'insegnante di italiano.
Ha continuato ad andare a danza, alle feste di compleanno, a casa di amiche, che abbiamo invitato a nostra volta da noi.
Negli ultimi mesi tutto è andato bene, senza inciampi né slanci.
Tutto è tranquillo. Troppo tranquillo.
In questa fase, mi sento sempre più in bilico tra due sensazioni: da una parte, l'aspettare senza forzare, nel rispetto dei suoi tempi, e dall'altra invece la spinta ad accelerare, per trovare uno stimolo alla parola.
Le insegnanti durante il colloquio mi chiedono cosa possono fare. Io mi trovo impegnata a organizzare un incontro A.I.Mu.Se. proprio a Castelfranco, al quale parteciperanno loro, le tre maestre. Può sembrare strano: parlo di mutismo selettivo come referente regionale, però poi ho difficoltà a parlare del mutismo selettivo di mia figlia. Sento ancora, io, un certo disagio nel fare i conti con questo problema, una certa fatica che continua a presentarsi, e me ne sono accorta in un preciso momento, durante un episodio successo qualche giorno prima.
Stavo accompagnando Matilde a scuola in orario posticipato, quando mi si avvicina una bidella, che approfitta per dirmi qualcosa su Matilde, in sua assenza.
"E' bellissima, complimenti, ma è molto chiusa... Un giorno le ho detto sei bellissima come ti chiami, e lei non ha risposto. Anche le maestre mi hanno detto che non parla, parla solo coi genitori".
Io, prima di quel momento, non avevo mai avuto occasione di scambio con le bidelle, in generale. Sinceramente avrei voluto sorvolare sull'argomento, proprio perché provo disagio nel doverne parlare a persone - diciamo così - esterne, che non siano direttamente a contatto con Matilde, come invece lo sono insegnanti o parenti. Forse sbaglio io a partire diffidente: non so fino a che punto queste persone possano capire le mie spiegazioni, e soprattutto non so mai bene come porre la questione, quali parole usare. Parole, appunto.
Ad ogni modo, alla bidella ho accennato molto brevemente al mutismo selettivo, dicendo che è un blocco dovuto all'ansia, soprattutto quando la bambina si sente chiamata in causa, e che ha bisogno dei suoi tempi. Avrei dovuto aggiungere che non bisogna forzarla, ma lì per lì non mi è venuto. Mi ha detto che anche un'altra bambina della scuola era così timida, ma adesso questa bambina parla anche coi muri. Ho precisato che Matilde invece non è timida, perché dimostra di voler stare in gruppo e divertirsi, alle recite, alle feste, al corso di danza, agli spettacoli. Ho aggiunto che anche alla materna non parlava con le maestre ma con una o due amichette sì, nell'orecchio. E adesso alle elementari ha una compagna di classe con cui ha legato molto, e alla quale parla all'orecchio. La bidella mi dice che lo sa, tramite le insegnanti.
E a questo punto nasce spontanea in me una domanda: perché questa persona me lo sta chiedendo? Era già informata: voleva dunque un confronto diretto con me? Me lo ha detto perché pensava non sapessi della difficoltà di mia figlia a scuola? O perché stava cercando di sapere come fare e come comportarsi con lei?
Ne ho parlato al telefono con la nostra psicologa, e mi confronterò separatamente con lei, per cercare di capire cosa mi faccia sentire a disagio, cosa e quanto c'è di me nelle risposte che do su Matilde, cosa mi spinga a voler sempre giustificare mia figlia rispetto al disturbo che ha.
Avevo consegnato in settembre alle insegnanti il Kit ècole, la guida che a quei tempi l'Associazione A.I.Mu.Se. era autorizzata a mettere a disposizione, con diversi consigli pratici, anche se strutturati più per la fase della prima infanzia.
Al colloquio provo a dare loro un paio di suggerimenti, che avevo discusso insieme alla psicologa. Il primo ha l'obiettivo di creare un ambiente protetto e una relazione "a tu per tu" per favorire la parola e la voce. Per far sì che non sembri un tentativo fatto appositamente nei confronti di Matilde, si tratterebbe di far uscire dall'aula un alunno alla volta, in un momento di compresenza delle insegnanti, con la scusa di far fare la lettura di un brano in un'aula separata, magari motivando con la necessità delle insegnanti di verificare il livello raggiunto. Limitandosi poi alla semplice lettura di un testo, la richiesta nei confronti del bambino è meno impegnativa e la sua produzione verbale può così risultare più facilitata, senza che debba lui rispondere a domande o fare un discorso. Sottopongo fiduciosamente alle insegnanti questo consiglio, anche se poi riferisco loro che il mio tentativo di sondare il terreno con Matilde, provando a proporle l'idea di un esperimento del genere, ha avuto esito negativo: lei dice che non se la sente ancora. E torna allora il dubbio rispetto ai tempi da rispettare: attendere o forzare?
Anche il secondo suggerimento non è detto che funzioni, sebbene dal racconto che mi è stato riferito si deduca che grazie ad esso si sia sbloccata una bambina mutoselettiva. L'ambiente stavolta è la palestra di scuola: durante l'ora di ginnastica, dopo aver fatto correre a più non posso i bambini - lo sfogo fisico serve a rilassarsi e liberare la mente - l'insegnante li fa sedere in cerchio a terra, e dà il segnale di gridare una vocale con maggiore intensità quanto più la docente stessa alza il suo braccio, come fosse un misuratore di suono, un termometro della voce.
I piccoli passi non iniziano da un parola. Iniziano da un suono, da un soffio, da un sssssssssss... che più avanti potrà diventare un SI'...
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