sabato 29 luglio 2017

Ride Maty ride!

"E il mio cavallo è tutto nero. Si chiama Topolino".
"Ma che bello! E tu salivi sopra alla sella?"
"Sì, e poi ci mettevano anche un'altra cosa, tipo copertina, nella pancia. Sai come si chiama?"
"Mmm, no, io conosco solo la sella, le briglie..."
"Si chiama sottopancia!"
"Ah, giusto. E mettevi anche i piedi nelle... come si chiamano? Staffe?"
"Sì. E mettevo anche il caschetto".
"Per non farti male se cadi, giusto. Ma lo spazzolavi pure, il cavallo Topolino?"
"Solo fin dove arrivavo..."
"Già, fin dove arrivi... Senti, ma il tuo cavallo ha fatto anche la cacca?"
"No! L'ha fatta l'altro cavallo, quello del bambino. Sai come si chiama?"
"No..."
"Horus! Che è tutto nero con una macchia bianca sul muso".
"Ah, bello!"
"E poi l'altro cavallo si chiama Calimero. Lui è tutto tutto nero invece".
"Proprio come Calimero, il pulcino nero!"
"Sì! E sai dove stava Topolino nella stalla? Vicino a Calimero, ma non vicino di fianco, nella fila dall'altra parte..."
"Ah, di fronte".
"Sì, ma Topolino era il primo e Calimero l'ultimo. E poi c'era una stanza dove ci sono tutte le cose che servono per i cavalli..."

Mi piace quando Matilde mi racconta le cose.
Mi piace davvero, e glielo dico.
Lei mi fa quello sguardo e mi sorride.
Sor-ride. Ride come "to ride", cavalcare, in inglese.
Sì, perché quello di cui parliamo è la settimana che ha trascorso al centro estivo equestre, e che si è da poco conclusa. 
L'idea del centro estivo è stata della nostra psicologa. Noi non ci avevamo mai pensato finora: ogni estate io e il papà ci organizziamo per tenere le bambine in modo tale da non averne bisogno. Appena ce lo ha proposto, invece, abbiamo subito trovato più che giusta la motivazione: spezzare il lungo periodo vacanziero con un'esperienza nuovamente a contatto con coetanei e altri bambini, con cui condividere attività e giochi. 
L'idea di abbinarlo ai cavalli è venuta a me, non appena ho visto il volantino delle proposte per i centri estivi. Quella cavalcata di Matilde di qualche anno prima sul pony "Biscottino" è rimasta per lei un'esperienza entusiasmante.
Matilde, ti piacerebbe andare qualche giorno in una specie di scuola estiva dove ci sono i cavalli e vi fanno cavalcare? Le piacerebbe.
Bene, andiamo a prendere informazioni. Arriviamo al maneggio segnalato dopo aver percorso diversi svincoli e stradine strette di campagna. Siamo solo io e il papà, il posto ci sembra bello, troviamo la referente sotto il grande capannone aperto dove liberano i cavalli sul terreno sabbioso. E' Sara, una ragazza giovane e grintosa, tatuaggi e piercing, già madre di tre figlie quasi adolescenti. E' una delle "insegnanti" del centro estivo, quella che si occuperà anche di Matilde per le cinque mattinate che vogliamo prenotare. Mentre parliamo - io le chiedo se ci sono disponibilità di posti, lei mi racconta come si svolgerà la giornata, io domando cosa occorre portare, lei mi dà tutte le indicazioni - in realtà io penso a come devo dirglielo. 
Cosa le dico della difficoltà di Matilde? Del suo mutismo selettivo? Come glielo spiego, senza risultare troppo didascalica o prolissa?
E' questo l'aspetto che mi mette più ansia, appunto. Il dover informare gli altri, coloro che avranno a che fare col silenzio di Matilde. Perché non so come reagiranno, se riuscirò a far passare il giusto messaggio, se saranno collaborativi oppure se non capiranno la questione. 
Il consiglio della nostra psicologa mi viene ancora una volta in aiuto: dille semplicemente che è una bambina piuttosto timida e, se non risponderà, di non insistere nel richiederglielo
Sì, ok, facile. Ce la posso fare. 
Ma quando siamo lì, no, non mi viene, allora rimando, e mi dico: ok, glielo dirò appena si presenta l'occasione, quando magari inizierà, adesso è ancora presto. 

La prima mattina arriva, e ad accompagnare Matilde andiamo tutti: mamma, papà e sorellina. Mi sembra entusiasta, curiosa e pronta a scoprire questa nuova esperienza.
Entriamo nella stanza dell'accoglienza, ci sono anche altri bambini. L'atmosfera è rilassata, la campagna mette un senso di pace. 
Ci salutiamo e presentiamo. A sua volta, Sara ci presenta gli altri "compagni" del centro: due gemelle di circa nove o dieci anni, sue figlie, un'altra bambina di poco più grande di Matilde, e un ragazzino. Si guardano a vicenda, ma nessuno parla. 
Il papà stempera il silenzio e l'imbarazzo con una battuta: "Non siamo molto chiacchieroni, noi!"
"Tranquilli, anche qui non lo siamo!" risponde dall'altra parte la nostra referente.
Tiro allora un sospiro di sollievo. Bene, questo mi rassicura: so che c'è una persona comprensiva ad avere a che fare con Matilde.
Dopo un breve scambio di altre informazioni, la salutiamo e mentre ci allontaniamo vedo già una delle gemelle che la prende per mano. 
Dentro ho un miscuglio di sensazioni: timore, speranza, dubbi, curiosità, paura, fiducia.
Tutto si scioglie col primo riscontro positivo. La prima giornata - mi riferisce il papà mentre sono al lavoro - è andata benissimo. 
E ne ho ulteriore conferma la mattina dopo, quando Matilde la accompagno io. 
"Ciao! Buongiorno!"
"Ciao Matilde! Vieni qua!" 
E' Greta, la gemella che si è subito affezionata a mia figlia, ad accoglierla appena arriviamo.
Poi, rivolta a me, dice: "Sai che Matilde parla solo con me?"
Sono sorpresa e contenta: mi fa piacere che in un solo giorno abbia familiarizzato già con una delle bambine. 
Scambio due parole anche con sua mamma. Sara mi conferma che va tutto bene, è brava e le piace fare le attività coi cavalli, ma - e c'è sempre quel ma - "mi fa strano che non parli, non parla proprio".
Sì, lo so. Penso allora di cogliere la palla al balzo per accennare alla questione, poi però mi accorgo che Matilde e la altre bambine sono ancora intorno a noi, quindi preferisco rimandare, e lì per lì, al posto di tutto quello che vorrei dire, mi esce soltanto un VascoRossiano "eeeh". 
L'occasione di approfondire un po' di più arriva - e quando sennò? - proprio l'ultimo giorno. 
L'ultimo giorno accade anche una cosa strana. Finora è andato tutto bene, soltanto il giorno prima è successo che a Matilde sia venuto da piangere perché le era venuta nostalgia della mamma. Ci sta. A scoprire il motivo delle lacrime è stata proprio Greta, la sua portavoce. Dicevo, accade una cosa insolita ma in fondo comprensibile, che avevo già visto e vissuto sicuramente in qualche altra occasione, ma che in quel momento mi ha colto di sorpresa.
Quella mattina arriviamo al maneggio un po' in ritardo; il gruppetto di bambini si stava già avviando lungo la stradina che porta ai cavalli. Io saluto Matilde, che si va a unire subito a loro, e mi fermo più indietro a parlare con la referente. Ho con me lo zainetto che preparavo tutti i giorni per mia figlia, con acqua, crackers e fazzoletti, e lo do a Sara, che lo avrebbe posato come sempre sul tavolo della sala d'accoglienza. 
Mentre stiamo parlando, mi volto e vedo Matilde che corre verso di noi. E sta piangendo. Continuando di corsa e coi singhiozzi, strappa di mano all'insegnante il suo zainetto e fugge via velocissima per raggiungere di nuovo il gruppetto. Io la rincorro e la chiamo, voglio sapere che cosa le è successo, anche se lo so già, ma lei niente, va avanti e si ferma solo quando Greta le va incontro e l'abbraccia. 
Torno indietro verso Sara, allargando le braccia, perplessa e rassegnata. Voleva lo zainetto, e quando vuole qualcosa senza riuscire a dirlo, anziché le parole, le escono le lacrime.
"Ma stava piangendo" mi fa lei.
"Sì, ma non so cosa le sia preso, voleva lo zainetto. Adesso mi sembra già tutto passato. A volte fa così, mi hanno detto che anche ieri piangeva perché voleva la mamma..."
"Sì, ieri ho visto che tutto d'un tratto è scoppiata a piangere, poi Greta le è andata vicino e Matilde le ha detto che era per quel motivo. Il fatto è che proprio non parla..."
"Sì, infatti ci stiamo lavorando, su questo suo mutismo selettivo. A casa ci racconta tutto, ma a scuola, in tre anni di materna, per dirti, non ha mai parlato con le maestre. Con alcuni compagni sì. Comunque, è una cosa per cui ci vorrà il suo tempo. Mi stavi dicendo della prossima settimana, allora?"
"Sì, viste le richieste che abbiamo ricevuto, prolungheremo di un'altra settimana il centro estivo. Se vi va, fatemi sapere se ci sarete!"
"Sì, d'accordo, grazie. Ne parlerò e ti saprò dire entro stasera!"

Proposta bocciata.
"Matilde, ascoltami, ti devo chiedere una cosa. La scuola dei cavalli sarebbe finita, oggi era l'ultimo giorno, ma Sara mi ha detto che la faranno ancora la prossima settimana. Tu vorresti tornarci per altri cinque giorni, oppure sei stanca e vuoi stare a casa? Scegli quello che vuoi, senza problemi".
"Sono stanca..."
"Va bene, allora staremo a casa. Ma ti è piaciuto andarci?"
"Sì!"
E questo è l'importante. 
Un piccolo bagaglio in più, con cui continuare il tuo percorso sul cammino della crescita.

 




lunedì 3 luglio 2017

Rispettare il silenzio

Il silenzio spiazza. 
Il silenzio mette a disagio.
Il silenzio fa paura. 
Perché fa cadere nel vuoto le parole. Ti fa affacciare al bordo di uno spazio diverso. 
Ma non necessariamente fatto di assenza. Uno spazio che è altro, un universo che ha le sue regole, la sua pienezza. Un mondo da scoprire. 
La vertigine spaventa. Ma solo superandola puoi vedere oltre. Puoi sentire oltre. 
Perché il silenzio ha la sua voce. Il silenzio parla.

Sta per finire la scuola, ma non solo: sta per finire un ciclo, quello della scuola materna.
Matilde continua ad essere la bambina dolce, serena e giocosa di sempre. 
Alla festa di fine anno ha partecipato coi suoi compagni alle coreografie preparate dalle maestre, sempre precisa e impeccabile. E anche molto disinvolta. Quando si tratta di muoversi con il corpo lei è sempre in prima linea. Le piace molto.
La nostra psicologa ci ha infatti consigliato di continuare a proporle attività che la coinvolgano sul piano corporeo, che le possano dare possibilità di espressione senza dover utilizzare per forza il canale verbale per comunicare.
Alla festa di fine anno è successa anche un'altra cosa: abbiamo fatto una sorpresa per le maestre, che è stata una sorpresa per tutti. Da un suggerimento azzeccatissimo della nostra psicologa, ho proposto alle mamme di realizzare, come regalo di fine anno alle maestre, un videomessaggio collettivo di tutti i bambini della classe coi loro saluti alle insegnanti. L'idea ha avuto successo: ogni genitore ci ha inviato il filmato fatto al proprio figlio e, dopo averli raccolti tutti, il mio compagno ne ha fatto un ottimo video editing, aggiungendo musiche di sottofondo e bellissimi effetti grafici. 
Potrebbe essere un modo - ci diceva la nostra terapeuta - di far entrare la voce di Matilde nell'ambiente scolastico, mediata in questo caso da un video, in un contesto però in cui non sia lei l'unica ad esporsi, sottolineando così nuovamente la sua "diversità", ma che sia invece sullo stesso piano di tutti gli altri bambini, in una situazione in cui a tutti è richiesto di fare la stessa cosa.
Il nostro grande papà però ha una marcia in più: ha avuto una magnifica trovata. Io avevo preparato un semplice testo introduttivo, che avevamo inizialmente fatto scorrere sullo schermo, accompagnato da uno sfondo musicale. Invece lui ha pensato: proviamo a farlo recitare a Matilde! Quel giorno mia figlia era particolarmente disponibile a collaborare, il mio compagno le ha proposto la cosa, e lei ha accettato volentieri di ripetere e farsi registrare. E' bastato poi qualche ritocco nel montaggio et voilà: la voce di Matilde fuoricampo che "legge" il testo, mentre scorrono le parole sullo schermo.
E così, quella sera, dopo tutte le esibizioni e la cerimonia della consegna delle pergamene ai bambini dell'ultimo anno, ci siamo raccolti tutti nel grande atrio, davanti alla lavagna multimediale, per annunciare la sorpresa. L'incredulità e la meraviglia che spunta nei visi quando inizia il video con una vocina delicata e misteriosa che recita: "Care maestre, un altro anno è trascorso e siamo cresciuti tanto, anche grazie a voi. Abbiamo vissuto insieme condividendo risate e fatiche, con la gioia d'imparare gli uni dagli altri...". Un brusio di sottofondo che domanda di chi sia quella voce. Che emozione negli occhi delle maestre! E soprattutto lo stupore negli altri compagni. 
Erano tutti radunati a terra, seduti vicini. Matilde era tranquilla e felice di stare in mezzo a loro; ha soltanto abbassato la testa per l'imbarazzo di vedersi durante i suoi dieci secondi di video. 
Credo che questa cosa abbia fatto bene a lei, ma di più ai suoi compagni. Perché - confrontandomi anche con la psicologa - per lei ha potuto rappresentare una sorta di "rivincita", qualcosa di cui esserne orgogliosa. Gli altri bambini, invece, hanno potuto avere una dimostrazione diretta, una risposta immediata alle loro domande. Hanno potuto conoscere - seppure per un attimo - la Matilde che conosciamo solo noi sei, due genitori e quattro nonni.
Emma, una delle sue compagne, durante la cena di classe, mentre eravamo tutti nel cortile del locale in attesa della pizza, mi fa, riferendosi a Matilde: "Lo sai che qualche volta ci parla nelle orecchie? E che una volta ha pianto perché le mancava la forchetta per mangiare!" Scoprire qualche retroscena della vita scolastica è davvero qualcosa di prezioso: conoscere le dinamiche che si instaurano in classe mi fa capire meglio com'è mia figlia.
E poi c'è da dire che i bambini, in generale, sono molto più semplici, autentici e spontanei. Hanno un'altra visione delle cose: ai loro occhi, una difficoltà che a noi sembra insormontabile, semplicemente non esiste, perché trovano altre risorse per gestirla e superarla. 
Non diventa un problema, ecco. 
Sanno stare con le diversità, in modo molto naturale.
Invece gli adulti trovano sempre l'occasione per sottolineare, far notare, ricalcare le differenze. E così mi sento infastidita ancora una volta dal commento di una mamma, non una qualunque o una estranea, ma una alla quale avevo avuto modo di spiegare nel dettaglio tutto il nostro percorso. Capisco che i commenti vengono fatti con assoluta buonafede, ci mancherebbe, ma mi chiedo cosa possano aggiungere, cosa possano significare... Sono semplici battute, certo, che però io non riesco ancora a ignorare. 
"Matildeee! Matildeee! Ma lo sai che io ho sentito la tua voce?!"

Per quanto uno lo provi a spiegare, lo provi a capire, lo provi a studiare, ne abbia conoscenza e competenza, non riuscirà mai a sentirlo, a provare come ci si senta. 
Il mutismo selettivo è un'esperienza
Un'esperienza personale
Questa affermazione mi ha colpito in modo particolare, ancora di più perché l'ha detta una ragazza speciale, che è anche la referente regionale dell'Umbria della nostra associazione A.I.Mu.Se. Ed è una ex-muta selettiva, che ha superato nel corso della sua adolescenza questa difficoltà.
Durante la riunione di noi referenti, che si è tenuta a Bologna a fine aprile, a seguito del convegno nazionale dell'Associazione, si parlava di come ci sia a volte, nei ragazzi più grandi, una consapevolezza diversa e a volte un vero e proprio rifiuto dell'aiuto terapeutico. E in un certo senso è comprensibile. 
Entrare "a gamba tesa" in questo aspetto è una forzatura non priva di conseguenze. Si tratta comunque di una fase del vissuto di quella persona. 
Che non va sottovalutata, ma nemmeno rimossa. 
Occorre rispettarla
Ed è anche per questo che sono contenta dell'approccio terapeutico che abbiamo intrapreso, perché tiene proprio conto di questa visione, che io, personalmente, condivido.










lunedì 3 aprile 2017

La zona di comfort

Matilde farà sempre più fatica.
Non fatica a parlare, a tirare fuori la voce in presenza di altri. 
Ma a trattenersi dal non farlo.
Ha talmente tanta voglia di comunicare, con le amiche, coi compagni, con la maestra, col cuginetto, con chi la coinvolge, che prima o poi le sfuggirà qualche parola.
Lascerà il controllo.
Uscirà dal silenzio.
Un silenzio pressoché incomprensibile, che a tratti mi appare come una scelta, una presa di posizione. Anche se so che il mutismo selettivo non ha a che fare con qualcosa di intenzionale, oppositivo o manipolatorio.
A proposito del cuginetto, col quale ha smesso di parlare da un giorno all'altro (e anche qui: perché prima sì e poi no? cosa fa scattare il meccanismo?), una volta proposi a Matilde di domandargli una cosa banale su uno dei suoi giocattoli, e lei, con naturalezza e quasi una nota di ovvietà, mi rispose: "Ma io non parlo con Andrea". 
Come se avesse detto: ma io non ho i capelli biondi. 
Un dato di fatto. Un dato oggettivo.
Mi spiazzò. Ci pensai molto, su questa sua affermazione.
Lì per lì cercai di approfondire, per tastare il terreno, con cautela. Ma poco dopo, alle mie domande si stancò presto, voltandosi infastidita. Cambiai allora discorso.
Non so fino a che punto sia lei a decidere. 
Non so quanto ci sia di volontà e quanto di risposta istintiva al contesto.
Certamente, un meccanismo di difesa, di protezione, si attiva.
Con la nostra psicologa, durante lo scorso incontro, abbiamo parlato di questa sua tendenza a voler restare nella zona di comfort
L'esempio più evidente si manifesta nelle sue abitudini alimentari. Matilde ha ridotto progressivamente i cibi preferiti, fino a selezionare sei o sette piatti che fanno parte del suo menu. Sempre e solo quelli. 
A scuola, poi, la restrizione alimentare tocca il suo apice: ogni giorno dobbiamo prenotarle un pasto in bianco. Se quel giorno ci dimentichiamo, e le arriva sulla tavola un piatto di lasagne, o un risotto alla zucca, o anche una minestra di legumi (suo piatto preferito in assoluto, che a casa spazzola via di gran gusto) che però non è come vuole lei (leggi: presenza disturbante di pezzetti di carotina) è fatta: si mette a piangere. 
E questo, ci spiegava la psicologa, ha strettamente a che fare col discorso della difesa, della zona di comfort, della prudenza. Del proteggersi evitando di esporsi, evitando di provare, evitando di rischiare. 
Rischio e controllo.
Esplorazione e protezione.
Prudenza e coraggio.
E' su questo, che occorre lavorare. Insieme.
Sperimentare. Senza paura. Far capire che, se si esce dai binari conosciuti, non è vero che potrebbe succedere qualcosa di spaventoso, anzi: si possono scoprire nuove cose. Nuovi sapori, nuove esperienze, nuove capacità. Cose belle. Cose che ti arricchiscono.
E questo aspetto fa riflettere anche me. Su di me.
Io sono così: tendo a voler tenere tutto sotto controllo, ad andare in crisi quando le cose non vanno nel verso desiderato. Quando le cose sfuggono alla mia previsione.
Che sciocca! Lo so benissimo che le cose seguono il loro corso, e non il mio. Eppure mi comporto così. 
La psicologa l'ha capito benissimo, conoscendomi in quelle poche manciate di minuti al mese, e senza che glielo dicessi io esplicitamente. Nell'ultimo incontro ci fu un mio piccolo sfogo, a proposito di un episodio che mi ha ferita, per via di una frase pronunciata nei confronti di Matilde da parte di suo padre, suonata alle mie orecchie come infelice, quando in realtà non lo era. La frase, adesso decontestualizzata, era questa: "Se a scuola non parli, nessuno ti capirà".
Raccontai della frase, e del contesto, alla dottoressa.
"Io ci sono rimasta male" - le dissi. "Mi sono voltata verso il mio compagno e l'ho fulminato con lo sguardo. Perché mi sono sentita delusa: era come se non avesse più considerato tutto il percorso che avevamo fatto fin lì, e che stiamo facendo. Tutte le accortezze, i suggerimenti, i consigli su cosa fare, cosa non fare, cosa dire e non dire. Insomma, sarà anche perché quella sera ero un po' giù, un po' preoccupata, fatto sta che mi sono scese le lacrime".
"Ma guardi che la frase non è negativa, anzi!"
"Sì, ma magari sarebbe stato meglio volgerla in positivo, ad esempio: Vedrai che quando a scuola parlerai, tutti ti capiranno".
"Certo, quello sicuramente. Ma va anche bene farle notare la conseguenza dei suoi comportamenti. Come ad esempio nelle abitudini alimentari. Quando le proponete un cibo che lei rifiuta di assaggiare, potete dirle: che peccato che non lo vuoi assaggiare, non sai cosa ti perdi, se non lo assaggi non potrai scoprire se ti piace".
"Sì, alla fine mi sono resa conto che ho avuto una reazione esagerata, e che non aveva sbagliato il mio compagno. Mi sono sfogata anche sul gruppo dei referenti dell'Associazione di cui faccio parte, e i messaggi che mi hanno scritto sono stati tutti del tipo: forza e coraggio, essere genitori significa fare qualcosa di giusto in mezzo ad un mare di errori, oppure parlatene tra voi con calma, a mente fredda, e comunque quella frase non ha nulla di sbagliato, alla fine le ha detto la verità e a volte fa anche bene mettersi davanti alla realtà, o ancora tranquilla, può succedere che a volte si dicano frasi infelici, e la prossima volta potrebbe capitare anche a te..."
Qui la psicologa mi interrompe.
"No. A lei non potrebbe mai capitare. Assolutamente".
La guardo perplessa, poi confermo. Lo ammetto
"Sì, in effetti. Non è che mi ritenga infallibile, ma sono troppo attenta a tenere tutto sotto controllo..."
"Ma guardi che Matilde crescerà, e crescendo verrà a trovarsi in mille situazioni, dove incontrerà mille persone, che le faranno ogni tipo di osservazione. E lei non potrà intervenire su tutto, controllare ogni cosa e ogni parola. Ma questo ben venga!"
E' vero. Mi arrendo all'evidenza. E' proprio così, e non ci potrò fare nulla.
E poi ne prendo atto. Sono come lei. 
O meglio, Matilde è come me, in questo. 
Del resto, come si dice? La mela non cade lontana dall'albero.
Queste sedute fanno bene anche a me. Anzi, soprattutto a me. Riflettere, cambiare prospettiva sulle cose, mettersi nei panni di altri, provare a capire come ci si sente e a sentire come altri si sentono.
Mica semplice. 
Ma importantissimo.

P.S. Il blog si prende un periodo di pausa, a causa di impegni lavorativi della scrivente. Ma non abbandono qui. Altre cose sono già in attesa di vivere su queste pagine... 








domenica 12 marzo 2017

Il silenzio che ti smaschera

E' proprio così.
E' come se lei ti smascherasse. 
Smaschera le tue intenzioni.
In un certo senso, di fronte a Matilde, è come se ti ritrovassi nudo.
Senza protezioni, senza maschere.
E' come se avesse delle antenne
Per sentire chi sei, come ti poni, cosa le chiedi, cosa ti aspetti.
E lo avverte.
Non le sfugge niente.
E' estremamente attenta e sensibile.
Ogni sfumatura, lei la coglie.

Sono reduce in questi giorni dai primi due eventi organizzati da me in qualità di referente regionale dell'Associazione A.I.Mu.Se. sul tema del mutismo selettivo.
Per la prima volta, in Emilia-Romagna, ci si incontra e si condividono percorsi, esperienze, casi. Per conoscersi e conoscere questo disturbo, e per sapere come affrontarlo, sia a scuola che in famiglia.
E quello che mi porto a casa sono delle belle sensazioni. 
Non solo per aver incoraggiato genitori e insegnanti, che si sentono disorientati di fronte al silenzio dei loro bambini e alunni, a trovare strategie per superare le difficoltà. Ma anche per aver trovato, lì, un sentimento di vicinanza e di condivisione.
Esco da questi incontri sempre più arricchita.
Per me, è un'esperienza di crescita.
In particolare, di tutto quel che è stato detto, mi sono rimaste impresse un paio di immagini.

La prima è quella tipica di quando se ne parla in ambito psicoterapeutico: quella dell' iceberg.
Tutti sappiamo cos'è un'iceberg: una montagna di ghiaccio, che emerge dall'acqua per una punta, mentre la maggior parte rimane sommersa. Invisibile. Eppure c'è.
Nel caso del mutismo selettivo, la punta dell'iceberg è il silenzio, la mancanza della parola, che spicca su tutto. E purtroppo, si tende a vedere soltanto quel che manca, invece di concentrarsi su tutto quell'altro che c'è.
E, sotto l'acqua, c'è tutto un mondo. Un mondo di cose positive, da valorizzare, e negative, su cui lavorare. Da un lato, sensibilità, attenzione, generosità, talento, espressività, interesse, curiosità. Dall'altro, paura, vergogna, bassa autostima, inadeguatezza, impotenza, insicurezza, timore del giudizio.
La punta dell'iceberg, quello che vediamo - il silenzio, l'inibizione comportamentale - è una reazione istintiva.  
Come il gatto che viene abbagliato dalle luci delle auto che lo sorprendono sulla strada. La sua reazione immediata è quella di bloccarsi, o scappare.
Così come questo istinto animale scatta di fronte alla percezione di un pericolo, il silenzio dei bambini con mutismo selettivo funziona come una difesa.
Una strategia di difesa dall'incapacità percepita di far fronte all'ambiente.
Quest'incapacità, attenzione, è soltanto percepita, non reale. Così come quel particolare ambiente, quel particolare contesto, viene percepito in qualche modo come minaccioso. Questa percezione di pericolo deriva da nessuna cosa se non dal "brutto film" che questi bambini immaginano nella loro mente.
Ed è su questo che occorre lavorare. Non tanto sulla produzione di parole, quanto sulla percezione del mondo che li circonda. 
Quello di cui hanno bisogno, allora, è di andare nel mondo con tranquillità. Occorre incoraggiare la loro esplorazione. Devono poter sviluppare fiducia: nei confronti delle loro capacità, nei confronti dell'ambiente, nei confronti degli altri.
La risposta sta sempre nella relazione.

La seconda immagine è una metafora
Chiedere a un bambino muto selettivo di parlare, è come chiedere a una persona che è a letto con le gambe ingessate di andare in cucina a prendere l'acqua.
Soltanto per il fatto che parlare è una cosa naturale, non vuol dire che sia possibile per tutti, facendo appello alla propria volontà.
Questi bambini vorrebbero parlare, ma non ci riescono.
Il fatto è che usare le parole per comunicare ci sembra una cosa talmente scontata e fattibile, che ci manda in crisi il non capire perché una persona in un contesto lo faccia e in un'altro no.
Invece, le parole non sono sempre il mezzo per entrare in relazione. Spesso, ne sono la conseguenza.








giovedì 9 febbraio 2017

Vivere le emozioni

Un altro passo in avanti. Da parte sua.
E un'altra scoperta importante. Da parte mia.
Matilde, ogni volta che non me lo aspetto, mi sorprende.
E allora io capisco molte cose.
Capisco che devo essere fiduciosa. Stare tranquilla e smettere definitivamente di preoccuparmi.
Non ce n'è bisogno: me lo dimostra lei. Con i fatti, con quello che fa, con il suo comportamento, è come se mi dicesse: mamma, io aspetto solo le occasioni giuste per me, per sentirmi in grado di lasciarmi andare.
Ed è così.
Un episodio recente lo fa capire più di mille spiegazioni.
La accompagno a scuola, un mattino come gli altri. Anzi, no. Siamo in ritardo e corriamo per entrare in tempo negli ultimi cinque minuti. Matilde è particolarmente eccitata, perché finalmente esaudisco un suo desiderio: quello di portare in classe un CD musicale che le piace molto. Lo vuole far ascoltare alla sua amica del cuore. E' emozionata per questo, per il fatto di condividere un qualcosa a cui tiene.
Mentre la aiuto a spogliarsi nell'atrio della scuola, mi indica la bacheca della sua classe, dove vengono sempre affissi i lavoretti della settimana, giorno per giorno, realizzati da qualche bambino, a turno. Questa volta c'è il suo. Anzi, ce ne sono due, visto che è venerdì e la settimana è quasi finita.
L'atrio è ormai vuoto, tutti i bambini sono già entrati, noi siamo gli ultimi.
Dalle porte aperte delle varie classi si sente il vociare forte di bimbi e maestre. In qualsiasi istante potrebbe comparire qualcuno.
Ma in quel momento siamo sole.
"Cosa vuoi farmi vedere, Matilde? Ah, ma è il tuo disegno! Che bello! Vediamo: che cos'è? La lettera U!"
"Mamma, guarda, ho fatto anche l'uva!"
"Ah è vero! E quell'altro là? E' sempre tuo, che brava!"
"Sì, e ho messo anche l'1!"
Lo dice a voce udibile, chiaramente e distintamente. Io sono a un metro da lei.
Stiamo conversando normalmente, come facciamo a casa.
Solo che siamo nell'atrio - vuoto - della scuola. Luogo in cui la voce non era mai uscita in questo modo, nemmeno per sbaglio. I primi tempi il silenzio era quasi totale. Ultimamente ha preso a sussurrare, un po' alle amiche, e a me, per dirmi le cose all'orecchio o naso contro naso, coprendosi con le mani, oppure coi miei capelli. 
Invece, quel giorno, le parole sono uscite. Così. Naturalmente. 
Cos'è stato a permetterle di farlo? Quale chiave si è mossa dentro di lei?
Io l'ho vista estremamente radiosa, contenta. Sciolta. Talmente tanto che - forse - non aveva più altri pensieri. Il pensiero del controllo. Ha spostato l'attenzione da quello. Era completamente concentrata sul suo obiettivo: portare a scuola quel CD musicale. Senza pensare a nient'altro.
E questo mi fa capire finalmente che cosa significa quell'imperativo che fin dal primo incontro con la psicologa di classe, che ipotizzò il mutismo selettivo in Matilde, risuona dentro di me: abbassare il livello d'ansia
Mi chiedevo: ma come si farà, ad abbassare 'sto livello d'ansia? Che devo fare? 
Ed ecco la risposta: vivere. 
Anzi, vivere le emozioni
Sentirle, suscitarle, condividerle.
Le emozioni sono un veicolo di comunicazione. Di relazione.
Ed ecco l'altra cosa importante che ho imparato, in questo cammino che in un certo senso ringrazio per avere la possibilità di percorrere. Sì perché, per quanta fatica si viva  - fatica emotiva - e per quanta pazienza ci occorra, non avrei avuto altrimenti occasione di interrogarmi così a fondo, conoscere persone profonde e guardare oltre, scambiare con altri e trovare parti di sé stessi, imparare nuove cose e fare tesoro di nuove lezioni.
L'ho capito dopo l'osservazione a casa, da parte della psicologa che ci sta seguendo da pochi mesi. 
Per Matilde, quel giorno sarebbe venuta a trovarci una maestra di un altro paese, che avevamo conosciuto io e papà in una determinata situazione, e che sarebbe passata per un saluto e un caffè. Durante quell'ora di visita, Matilde si è comportata in modo naturale e disinvolto. Nei limiti del suo silenzio, ovviamente - ma nemmeno un silenzio totale, perché le sue risate si sentivano eccome - l'atmosfera è stata da subito molto serena e amichevole. Familiare
C'era una persona estranea, mai vista, in casa nostra, ma lei non ha avuto il minimo problema a far vedere la sua cameretta, a mostrare i suoi giochi preferiti - quando invece, mi raccontava la dottoressa, alcuni bambini presso i quali è andata in visita non permettevano minimamente di avvicinarsi alle proprie cose. Matilde era contenta di condividere. Interagiva, anche. Indicando le cose, ridendo alle battute, alle "strapazzate" del papà, alle facce buffe della sorellina. 
In questo clima disteso e colloquiale, Matilde aveva voglia di relazionarsi. Era evidente. Come coi parenti, il suo comportamento non è quello di chi si sottrae allo scambio, anzi. La psicologa era a livello dei parenti.
E osservando io l'approccio di questa "maestra" inventata, di questa giovane mamma - perché la dottoressa ha circa la mia età e un figlio più di me - e confrontandomi, in separata sede, con lei, mi rendo conto di una cosa importante. Ne prendo consapevolezza.
L'obiettivo - mi viene da realizzare - non è quello di parlare, o di farla parlare, ma quello di capirsi, di comprendersi
Se il canale verbale è temporaneamente bloccato, in attesa che trovi le sue occasioni di sblocco, esistono mille altri modi per intendersi. 
E tanto basta, per il momento.
Solo con chi rispetta i suoi tempi, con chi ha la pazienza di conoscerla, senza aspettarsi nulla, ma soltanto con la voglia di scambiare emozioni con lei, Matilde saprà essere la bambina spensierata che è. 
Con chi si mette al suo livello, con chi si sintonizza sulla sua modalità interiore, lei avrà possibilità di lasciarsi andare. 



venerdì 20 gennaio 2017

Paura di sbagliare

"Credo che sia proprio quello, il suo vero punto debole" ci dice la psicologa. "Il fatto di non concedersi mai la possibilità di sbagliare". 
Non tanto il suo silenzio con gli altri, quindi, quanto il difendersi dall'eventualità di un errore.
Torniamo sempre . L'auto-disciplina di Matilde. 
Il suo perfezionismo.
E infatti, chiudersi nel silenzio durante le ore a scuola, oppure con persone diverse da quelle con cui parla abitualmente, sembra di fatto un meccanismo di difesa per mantenere un controllo sulla paura di sbagliare. 
Su quell' agitazione, come una volta mi disse lei stessa. 
Probabilmente, mia figlia considera le possibili conseguenze delle sue azioni in un modo distorto. Immagina che succeda qualcosa di irreparabile, forse, qualcosa di catastrofico. E soprattutto non accetta che non sia come voleva lei
Si arrabbia quando un Lego non si incastra nel modo in cui voleva metterlo lei, si infastidisce quando sul disegno fa una sbavatura fuori dal contorno, piange lacrime di delusione quando non interpretiamo subito un suo desiderio (voglio guardare un altro cartone animato, voglio giocare col papà, non voglio che la sorellina prenda i miei giochi, quelli con cui adesso sto giocando). 
Ovviamente, la paura di sbagliare è anche mia
Come genitore, intendo. 
E forse è proprio la paura di sbagliare a farmi sbagliare!
Domande me ne sono poste, tante: e se fossi io a trasmetterle questo senso di catastrofismo? Questa intolleranza verso l'imperfezione? Oddio, a me non sembra... vuoi vedere che involontariamente sono stata io? 
Ecco il solito senso di colpa. 
Poi mi analizzo e penso che no: se sbaglio e me ne accorgo, glielo faccio notare, e ne rido insieme a Matilde. Se dico una cosa al posto di un'altra, se metto in forno il latte e in frigo i biscotti, se mi confondo coi nomi o con gli oggetti, dico: "Vedi, Matilde, che mamma sbadata! Ho sbagliato anche stavolta!" E ride divertita come me. 
Tornando alla psicologa, devo dire che è rimasta piacevolmente sorpresa, tanto quanto me, al racconto di quel nuovo progresso di Matilde, nel pronunciare parole davanti agli altri. 
Quel parlare in una lingua strana, il gneggnè, o gneggnese. Dice, la psicologa, che è una tecnica applicata proprio nella terapia. Si fanno vocalizzi, o imitazioni dei versi animaleschi, per cominciare a familiarizzare col suono della propria voce in presenza di altre persone. 
"Vostra figlia trova davvero delle strategie meravigliose! Da notare, però, che si tratta sempre di un modo per non rischiare: posso abbassare il mio livello d'ansia, perché di fatto sto comunicando e rompendo il mio silenzio, ma quella voce non è la mia, la sto mimando. In questo modo, io resto al sicuro".
Ed è così: un modo di entrare in comunicazione non pericoloso, sopportabile. 
Un compromesso. 
Piano, piano, piccoli passi. I piedi nell'acqua.
Io credo in lei.
Noi, crediamo in lei.
Prossimo incontro sarà l'osservazione a casa da parte della psicologa. 
Diremo a Matilde che verrà a trovarci una maestra, che insegna a bambini di un altra città qui vicino, e che abbiamo conosciuto qui e là, eccetera. Viene a trovare noi genitori, non lei. Noi svolgeremo le nostre normali attività quotidiane, la psicologa interagirà con un genitore alla volta, per lasciare l'altro insieme alle bambine e vedere come si svolgerà la comunicazione. Magari proverà a darci qualche piccola indicazione per guidare l'osservazione, ma sarà una cosa breve e tranquilla. 
Sono molto curiosa, e non vedo l'ora anche di poter svelare un progetto che ha a che fare con la comunicazione, e che più avanti spero riusciremo a realizzare... Sorpresa...!



martedì 10 gennaio 2017

Chissà se va? Ma sì che va

Neanche me ne sono accorta.
Vedi? E' proprio così.
Succede quando il livello di attenzione rivolto su di lei, si abbassa.
Quando non le si richiede una performance vocale in maniera singola e individuale, ma quando invece si partecipa assieme ad un gioco. 
Quando non sei solo tu a farlo, ma siamo coinvolti tutti
Le ansie da prestazione, allora, spariscono. E le parole, fluiscono. 

Vacanze natalizie trascorse a casa dai nonni. Visite giornaliere di parenti vari, coi quali Matilde interagisce da sempre senza pronunciare parole. Coi nonni sì, invece. Tutti i nonni. Oltre a noi genitori. 
Siamo tutti in cucina, tranne mia zia Patrizia, che è nella stanza accanto insieme alla sorellina baby. Matilde le raggiunge di là. Io resto in cucina, distratta da un'altra conversazione. La sento ridere e scherzare. Ma me ne accorgo soltanto quando vado a vedere cosa succede.
"Gnugno, Gnue, Gne, Gnaggno, Gnignue, Gnei..."
Matilde parla. Sta dicendo delle parole.
O meglio: sta contando da uno a venti. In una lingua strana, devo dire: il gneggnese.
Anzi, contano in modo alternato, lei e mia zia. Giocano a chi sa dire il numero successivo senza sbagliare. 
Le sorrido, mi metto a giocare con loro, faccio giocare la sorellina con la torcia, cose normali. Ma dentro di me gioisco: evviva, un gran bel passo avanti!
La cosa si ripete anche nei giorni seguenti, in altre occasioni, in altre case, con altri parenti. 
Sono convinta che gradualmente la sua sensazione di agitazione nel provare a parlare davanti agli altri scemerà. Piccoli passi, appunto. Tempo al tempo. 
Ma, nel frattempo, è fondamentale che le persone intorno a lei dimostrino di non essere preoccupate, o impazienti, o insistenti. Di non trasmetterle l'idea che "lei è la bambina che non parla". Perché sappiamo che è una condizione transitoria
Stiamo transitando attraverso il mutismo selettivo.

Ed è proprio questo, il punto. 
Mi sono accorta che averne parlato, o meglio scritto, in questo blog, potrebbe aver aumentato la preoccupazione di alcuni nostri cari: ma è una malattia? Guarirà? Oddio, non sa parlare? E' muta? Oppure può essere che siano ancora convinti che il mutismo - selettivo eh, perché lei parla eccome! - sia una sua scelta, che lei decida volontariamente con chi parlare e con chi no, quando farlo e quando no. 
E qui si apre l'aspetto cruciale della questione: noi conosciamo una Matilde che non è la Matilde che conoscono gli altri. Noi la vediamo una bambina assolutamente normale e spensierata. Gli altri vedono una bambina ammutolita: forse timida? Forse intimorita? Forse inibita? Forse maleducata? Forse ritardata? Forse oppositiva? No. Agitata
Agitata per quella performance linguistica a cui accennavo. Ma per il resto lei è tranquilla
Due versioni della stessa bambina, dunque. 
Ma d'altra parte, anch'io ho due versioni di me stessa, se non di più. E certamente molti altri di noi le avranno. A casa conoscono la vera Chiara, con pregi e difetti spudoratamente manifestati. Mentre fuori, dipende. Dipende dalle persone con cui sono. Con la mia più cara amica, sono me stessa anche nei miei angoli più nascosti. In situazioni informali e amichevoli, sono una Chiara pacata ma conviviale. In altre situazioni meno familiari, sono diversa ancora. Più riservata e misteriosa. Mi faccio quasi affatto conoscere.
Questo per dire che non è assolutamente strano che si conoscano aspetti diversi in contesti diversi, parlando di elementi del carattere di una stessa persona. E' appena uscito un libro sul mutismo selettivo che si intitola proprio così: "Senza parole. Bambini diversi in contesti diversi" (ho volutamente tolto il link, perché purtroppo non tutti i testi sul tema sono raccomandabili, e non meritano di essere più di tanto approfonditi). Ma, a mio avviso, si sarebbe dovuto piuttosto chiamare: bambini con modalità relazionali diverse in contesti diversi. Perché la chiave è proprio relazionale.

Ad ogni modo, le sedute con la psicologa riprenderanno regolarmente dopo la pausa natalizia. A breve incontrerà anche le maestre di Matilde.
Nei nostri incontri precedenti, la psicologa ci aveva suggerito degli esercizi respiratori da fare insieme a nostra figlia. Inspirare col naso, espirare con la bocca. Mettere una mano sulla pancia per sentire un ipotetico palloncino che si gonfia con l'aria che inspiriamo. E poi si sgonfia quando buttiamo fuori l'aria. Fare delle smorfie col viso, muovere tutti i muscoli della faccia. Quelli che, per sei o sette ore a scuola, non utilizza mai. 
Cominciare ad allenare il suo apparato fonatorio proprio con una serie di esercizi fisici. 
Così come, in piedi una di fronte all'altra, inspirare e poi, durante l'espirazione, emettere i suoni delle vocali, una per volta. Per iniziare a familiarizzare con l'emissione di suoni. E sentire quale parte del corpo vibra di più. Giocare a indovinare quale punto della gola o del petto vibrerà con la lettera A. Oppure con la E. O con la O. E così via.
Le abbiamo anche mostrato un paio di disegni recenti di Matilde. Nel primo, in particolare, aveva colorato l'intero cielo di blu e nel bordo inferiore una striscia marrone di terra; aveva disegnato al centro del foglio un tronco altissimo, che in realtà era un fiore cresciuto a dismisura; nell'angolo a sinistra una bambina tratteggiata con il colore nero, e a destra due fiori piccoli, colorati, normali. Avevo chiesto a Matilde quale fosse lei. Immaginavo mi rispondesse la bambina, invece lei indicò come sé stessa il secondo dei fiorellini sulla destra. 
La psicologa, dopo aver commentato con apprezzamento e stupore le capacità grafiche e artistiche di Matilde, ci ha spiegato che tutti gli elementi del disegno rappresentano parti di lei stessa. Ci ha suggerito di provare a far dialogare gli elementi tra loro, chiedendo a Matilde cosa potrebbe dire la bambina al fiore, o il fiore cresciuto al fiore piccolo, o alla figura della bimba. 
Visto che è poi una bambina molto precisa e auto-disciplinata, la dottoressa ci ha chiesto di provare a interromperla in una attività di disegno, proprio nel momento in cui la vediamo più concentrata. Con una scusa qualsiasi: per favore, vieni ad aiutarmi a preparare la tavola. Per vedere come reagisce. 
Com'è andata? La prima volta non ne ha voluto sapere. Mi ha girato le spalle, infastidita, e ha continuato a colorare. La seconda volta, invece, mi ha seguita ed è venuta con me a stendere la sua biancheria. Subito dopo, però, è corsa via, a terminare il disegno.

I pensieri, le emozioni, non sono soltanto quelle dette... ma anche quelle scritte... o disegnate...