lunedì 3 aprile 2017

La zona di comfort

Matilde farà sempre più fatica.
Non fatica a parlare, a tirare fuori la voce in presenza di altri. 
Ma a trattenersi dal non farlo.
Ha talmente tanta voglia di comunicare, con le amiche, coi compagni, con la maestra, col cuginetto, con chi la coinvolge, che prima o poi le sfuggirà qualche parola.
Lascerà il controllo.
Uscirà dal silenzio.
Un silenzio pressoché incomprensibile, che a tratti mi appare come una scelta, una presa di posizione. Anche se so che il mutismo selettivo non ha a che fare con qualcosa di intenzionale, oppositivo o manipolatorio.
A proposito del cuginetto, col quale ha smesso di parlare da un giorno all'altro (e anche qui: perché prima sì e poi no? cosa fa scattare il meccanismo?), una volta proposi a Matilde di domandargli una cosa banale su uno dei suoi giocattoli, e lei, con naturalezza e quasi una nota di ovvietà, mi rispose: "Ma io non parlo con Andrea". 
Come se avesse detto: ma io non ho i capelli biondi. 
Un dato di fatto. Un dato oggettivo.
Mi spiazzò. Ci pensai molto, su questa sua affermazione.
Lì per lì cercai di approfondire, per tastare il terreno, con cautela. Ma poco dopo, alle mie domande si stancò presto, voltandosi infastidita. Cambiai allora discorso.
Non so fino a che punto sia lei a decidere. 
Non so quanto ci sia di volontà e quanto di risposta istintiva al contesto.
Certamente, un meccanismo di difesa, di protezione, si attiva.
Con la nostra psicologa, durante lo scorso incontro, abbiamo parlato di questa sua tendenza a voler restare nella zona di comfort
L'esempio più evidente si manifesta nelle sue abitudini alimentari. Matilde ha ridotto progressivamente i cibi preferiti, fino a selezionare sei o sette piatti che fanno parte del suo menu. Sempre e solo quelli. 
A scuola, poi, la restrizione alimentare tocca il suo apice: ogni giorno dobbiamo prenotarle un pasto in bianco. Se quel giorno ci dimentichiamo, e le arriva sulla tavola un piatto di lasagne, o un risotto alla zucca, o anche una minestra di legumi (suo piatto preferito in assoluto, che a casa spazzola via di gran gusto) che però non è come vuole lei (leggi: presenza disturbante di pezzetti di carotina) è fatta: si mette a piangere. 
E questo, ci spiegava la psicologa, ha strettamente a che fare col discorso della difesa, della zona di comfort, della prudenza. Del proteggersi evitando di esporsi, evitando di provare, evitando di rischiare. 
Rischio e controllo.
Esplorazione e protezione.
Prudenza e coraggio.
E' su questo, che occorre lavorare. Insieme.
Sperimentare. Senza paura. Far capire che, se si esce dai binari conosciuti, non è vero che potrebbe succedere qualcosa di spaventoso, anzi: si possono scoprire nuove cose. Nuovi sapori, nuove esperienze, nuove capacità. Cose belle. Cose che ti arricchiscono.
E questo aspetto fa riflettere anche me. Su di me.
Io sono così: tendo a voler tenere tutto sotto controllo, ad andare in crisi quando le cose non vanno nel verso desiderato. Quando le cose sfuggono alla mia previsione.
Che sciocca! Lo so benissimo che le cose seguono il loro corso, e non il mio. Eppure mi comporto così. 
La psicologa l'ha capito benissimo, conoscendomi in quelle poche manciate di minuti al mese, e senza che glielo dicessi io esplicitamente. Nell'ultimo incontro ci fu un mio piccolo sfogo, a proposito di un episodio che mi ha ferita, per via di una frase pronunciata nei confronti di Matilde da parte di suo padre, suonata alle mie orecchie come infelice, quando in realtà non lo era. La frase, adesso decontestualizzata, era questa: "Se a scuola non parli, nessuno ti capirà".
Raccontai della frase, e del contesto, alla dottoressa.
"Io ci sono rimasta male" - le dissi. "Mi sono voltata verso il mio compagno e l'ho fulminato con lo sguardo. Perché mi sono sentita delusa: era come se non avesse più considerato tutto il percorso che avevamo fatto fin lì, e che stiamo facendo. Tutte le accortezze, i suggerimenti, i consigli su cosa fare, cosa non fare, cosa dire e non dire. Insomma, sarà anche perché quella sera ero un po' giù, un po' preoccupata, fatto sta che mi sono scese le lacrime".
"Ma guardi che la frase non è negativa, anzi!"
"Sì, ma magari sarebbe stato meglio volgerla in positivo, ad esempio: Vedrai che quando a scuola parlerai, tutti ti capiranno".
"Certo, quello sicuramente. Ma va anche bene farle notare la conseguenza dei suoi comportamenti. Come ad esempio nelle abitudini alimentari. Quando le proponete un cibo che lei rifiuta di assaggiare, potete dirle: che peccato che non lo vuoi assaggiare, non sai cosa ti perdi, se non lo assaggi non potrai scoprire se ti piace".
"Sì, alla fine mi sono resa conto che ho avuto una reazione esagerata, e che non aveva sbagliato il mio compagno. Mi sono sfogata anche sul gruppo dei referenti dell'Associazione di cui faccio parte, e i messaggi che mi hanno scritto sono stati tutti del tipo: forza e coraggio, essere genitori significa fare qualcosa di giusto in mezzo ad un mare di errori, oppure parlatene tra voi con calma, a mente fredda, e comunque quella frase non ha nulla di sbagliato, alla fine le ha detto la verità e a volte fa anche bene mettersi davanti alla realtà, o ancora tranquilla, può succedere che a volte si dicano frasi infelici, e la prossima volta potrebbe capitare anche a te..."
Qui la psicologa mi interrompe.
"No. A lei non potrebbe mai capitare. Assolutamente".
La guardo perplessa, poi confermo. Lo ammetto
"Sì, in effetti. Non è che mi ritenga infallibile, ma sono troppo attenta a tenere tutto sotto controllo..."
"Ma guardi che Matilde crescerà, e crescendo verrà a trovarsi in mille situazioni, dove incontrerà mille persone, che le faranno ogni tipo di osservazione. E lei non potrà intervenire su tutto, controllare ogni cosa e ogni parola. Ma questo ben venga!"
E' vero. Mi arrendo all'evidenza. E' proprio così, e non ci potrò fare nulla.
E poi ne prendo atto. Sono come lei. 
O meglio, Matilde è come me, in questo. 
Del resto, come si dice? La mela non cade lontana dall'albero.
Queste sedute fanno bene anche a me. Anzi, soprattutto a me. Riflettere, cambiare prospettiva sulle cose, mettersi nei panni di altri, provare a capire come ci si sente e a sentire come altri si sentono.
Mica semplice. 
Ma importantissimo.

P.S. Il blog si prende un periodo di pausa, a causa di impegni lavorativi della scrivente. Ma non abbandono qui. Altre cose sono già in attesa di vivere su queste pagine... 








domenica 12 marzo 2017

Il silenzio che ti smaschera

E' proprio così.
E' come se lei ti smascherasse. 
Smaschera le tue intenzioni.
In un certo senso, di fronte a Matilde, è come se ti ritrovassi nudo.
Senza protezioni, senza maschere.
E' come se avesse delle antenne
Per sentire chi sei, come ti poni, cosa le chiedi, cosa ti aspetti.
E lo avverte.
Non le sfugge niente.
E' estremamente attenta e sensibile.
Ogni sfumatura, lei la coglie.

Sono reduce in questi giorni dai primi due eventi organizzati da me in qualità di referente regionale dell'Associazione A.I.Mu.Se. sul tema del mutismo selettivo.
Per la prima volta, in Emilia-Romagna, ci si incontra e si condividono percorsi, esperienze, casi. Per conoscersi e conoscere questo disturbo, e per sapere come affrontarlo, sia a scuola che in famiglia.
E quello che mi porto a casa sono delle belle sensazioni. 
Non solo per aver incoraggiato genitori e insegnanti, che si sentono disorientati di fronte al silenzio dei loro bambini e alunni, a trovare strategie per superare le difficoltà. Ma anche per aver trovato, lì, un sentimento di vicinanza e di condivisione.
Esco da questi incontri sempre più arricchita.
Per me, è un'esperienza di crescita.
In particolare, di tutto quel che è stato detto, mi sono rimaste impresse un paio di immagini.

La prima è quella tipica di quando se ne parla in ambito psicoterapeutico: quella dell' iceberg.
Tutti sappiamo cos'è un'iceberg: una montagna di ghiaccio, che emerge dall'acqua per una punta, mentre la maggior parte rimane sommersa. Invisibile. Eppure c'è.
Nel caso del mutismo selettivo, la punta dell'iceberg è il silenzio, la mancanza della parola, che spicca su tutto. E purtroppo, si tende a vedere soltanto quel che manca, invece di concentrarsi su tutto quell'altro che c'è.
E, sotto l'acqua, c'è tutto un mondo. Un mondo di cose positive, da valorizzare, e negative, su cui lavorare. Da un lato, sensibilità, attenzione, generosità, talento, espressività, interesse, curiosità. Dall'altro, paura, vergogna, bassa autostima, inadeguatezza, impotenza, insicurezza, timore del giudizio.
La punta dell'iceberg, quello che vediamo - il silenzio, l'inibizione comportamentale - è una reazione istintiva.  
Come il gatto che viene abbagliato dalle luci delle auto che lo sorprendono sulla strada. La sua reazione immediata è quella di bloccarsi, o scappare.
Così come questo istinto animale scatta di fronte alla percezione di un pericolo, il silenzio dei bambini con mutismo selettivo funziona come una difesa.
Una strategia di difesa dall'incapacità percepita di far fronte all'ambiente.
Quest'incapacità, attenzione, è soltanto percepita, non reale. Così come quel particolare ambiente, quel particolare contesto, viene percepito in qualche modo come minaccioso. Questa percezione di pericolo deriva da nessuna cosa se non dal "brutto film" che questi bambini immaginano nella loro mente.
Ed è su questo che occorre lavorare. Non tanto sulla produzione di parole, quanto sulla percezione del mondo che li circonda. 
Quello di cui hanno bisogno, allora, è di andare nel mondo con tranquillità. Occorre incoraggiare la loro esplorazione. Devono poter sviluppare fiducia: nei confronti delle loro capacità, nei confronti dell'ambiente, nei confronti degli altri.
La risposta sta sempre nella relazione.

La seconda immagine è una metafora
Chiedere a un bambino muto selettivo di parlare, è come chiedere a una persona che è a letto con le gambe ingessate di andare in cucina a prendere l'acqua.
Soltanto per il fatto che parlare è una cosa naturale, non vuol dire che sia possibile per tutti, facendo appello alla propria volontà.
Questi bambini vorrebbero parlare, ma non ci riescono.
Il fatto è che usare le parole per comunicare ci sembra una cosa talmente scontata e fattibile, che ci manda in crisi il non capire perché una persona in un contesto lo faccia e in un'altro no.
Invece, le parole non sono sempre il mezzo per entrare in relazione. Spesso, ne sono la conseguenza.








giovedì 9 febbraio 2017

Vivere le emozioni

Un altro passo in avanti. Da parte sua.
E un'altra scoperta importante. Da parte mia.
Matilde, ogni volta che non me lo aspetto, mi sorprende.
E allora io capisco molte cose.
Capisco che devo essere fiduciosa. Stare tranquilla e smettere definitivamente di preoccuparmi.
Non ce n'è bisogno: me lo dimostra lei. Con i fatti, con quello che fa, con il suo comportamento, è come se mi dicesse: mamma, io aspetto solo le occasioni giuste per me, per sentirmi in grado di lasciarmi andare.
Ed è così.
Un episodio recente lo fa capire più di mille spiegazioni.
La accompagno a scuola, un mattino come gli altri. Anzi, no. Siamo in ritardo e corriamo per entrare in tempo negli ultimi cinque minuti. Matilde è particolarmente eccitata, perché finalmente esaudisco un suo desiderio: quello di portare in classe un CD musicale che le piace molto. Lo vuole far ascoltare alla sua amica del cuore. E' emozionata per questo, per il fatto di condividere un qualcosa a cui tiene.
Mentre la aiuto a spogliarsi nell'atrio della scuola, mi indica la bacheca della sua classe, dove vengono sempre affissi i lavoretti della settimana, giorno per giorno, realizzati da qualche bambino, a turno. Questa volta c'è il suo. Anzi, ce ne sono due, visto che è venerdì e la settimana è quasi finita.
L'atrio è ormai vuoto, tutti i bambini sono già entrati, noi siamo gli ultimi.
Dalle porte aperte delle varie classi si sente il vociare forte di bimbi e maestre. In qualsiasi istante potrebbe comparire qualcuno.
Ma in quel momento siamo sole.
"Cosa vuoi farmi vedere, Matilde? Ah, ma è il tuo disegno! Che bello! Vediamo: che cos'è? La lettera U!"
"Mamma, guarda, ho fatto anche l'uva!"
"Ah è vero! E quell'altro là? E' sempre tuo, che brava!"
"Sì, e ho messo anche l'1!"
Lo dice a voce udibile, chiaramente e distintamente. Io sono a un metro da lei.
Stiamo conversando normalmente, come facciamo a casa.
Solo che siamo nell'atrio - vuoto - della scuola. Luogo in cui la voce non era mai uscita in questo modo, nemmeno per sbaglio. I primi tempi il silenzio era quasi totale. Ultimamente ha preso a sussurrare, un po' alle amiche, e a me, per dirmi le cose all'orecchio o naso contro naso, coprendosi con le mani, oppure coi miei capelli. 
Invece, quel giorno, le parole sono uscite. Così. Naturalmente. 
Cos'è stato a permetterle di farlo? Quale chiave si è mossa dentro di lei?
Io l'ho vista estremamente radiosa, contenta. Sciolta. Talmente tanto che - forse - non aveva più altri pensieri. Il pensiero del controllo. Ha spostato l'attenzione da quello. Era completamente concentrata sul suo obiettivo: portare a scuola quel CD musicale. Senza pensare a nient'altro.
E questo mi fa capire finalmente che cosa significa quell'imperativo che fin dal primo incontro con la psicologa di classe, che ipotizzò il mutismo selettivo in Matilde, risuona dentro di me: abbassare il livello d'ansia
Mi chiedevo: ma come si farà, ad abbassare 'sto livello d'ansia? Che devo fare? 
Ed ecco la risposta: vivere. 
Anzi, vivere le emozioni
Sentirle, suscitarle, condividerle.
Le emozioni sono un veicolo di comunicazione. Di relazione.
Ed ecco l'altra cosa importante che ho imparato, in questo cammino che in un certo senso ringrazio per avere la possibilità di percorrere. Sì perché, per quanta fatica si viva  - fatica emotiva - e per quanta pazienza ci occorra, non avrei avuto altrimenti occasione di interrogarmi così a fondo, conoscere persone profonde e guardare oltre, scambiare con altri e trovare parti di sé stessi, imparare nuove cose e fare tesoro di nuove lezioni.
L'ho capito dopo l'osservazione a casa, da parte della psicologa che ci sta seguendo da pochi mesi. 
Per Matilde, quel giorno sarebbe venuta a trovarci una maestra di un altro paese, che avevamo conosciuto io e papà in una determinata situazione, e che sarebbe passata per un saluto e un caffè. Durante quell'ora di visita, Matilde si è comportata in modo naturale e disinvolto. Nei limiti del suo silenzio, ovviamente - ma nemmeno un silenzio totale, perché le sue risate si sentivano eccome - l'atmosfera è stata da subito molto serena e amichevole. Familiare
C'era una persona estranea, mai vista, in casa nostra, ma lei non ha avuto il minimo problema a far vedere la sua cameretta, a mostrare i suoi giochi preferiti - quando invece, mi raccontava la dottoressa, alcuni bambini presso i quali è andata in visita non permettevano minimamente di avvicinarsi alle proprie cose. Matilde era contenta di condividere. Interagiva, anche. Indicando le cose, ridendo alle battute, alle "strapazzate" del papà, alle facce buffe della sorellina. 
In questo clima disteso e colloquiale, Matilde aveva voglia di relazionarsi. Era evidente. Come coi parenti, il suo comportamento non è quello di chi si sottrae allo scambio, anzi. La psicologa era a livello dei parenti.
E osservando io l'approccio di questa "maestra" inventata, di questa giovane mamma - perché la dottoressa ha circa la mia età e un figlio più di me - e confrontandomi, in separata sede, con lei, mi rendo conto di una cosa importante. Ne prendo consapevolezza.
L'obiettivo - mi viene da realizzare - non è quello di parlare, o di farla parlare, ma quello di capirsi, di comprendersi
Se il canale verbale è temporaneamente bloccato, in attesa che trovi le sue occasioni di sblocco, esistono mille altri modi per intendersi. 
E tanto basta, per il momento.
Solo con chi rispetta i suoi tempi, con chi ha la pazienza di conoscerla, senza aspettarsi nulla, ma soltanto con la voglia di scambiare emozioni con lei, Matilde saprà essere la bambina spensierata che è. 
Con chi si mette al suo livello, con chi si sintonizza sulla sua modalità interiore, lei avrà possibilità di lasciarsi andare. 



venerdì 20 gennaio 2017

Paura di sbagliare

"Credo che sia proprio quello, il suo vero punto debole" ci dice la psicologa. "Il fatto di non concedersi mai la possibilità di sbagliare". 
Non tanto il suo silenzio con gli altri, quindi, quanto il difendersi dall'eventualità di un errore.
Torniamo sempre . L'auto-disciplina di Matilde. 
Il suo perfezionismo.
E infatti, chiudersi nel silenzio durante le ore a scuola, oppure con persone diverse da quelle con cui parla abitualmente, sembra di fatto un meccanismo di difesa per mantenere un controllo sulla paura di sbagliare. 
Su quell' agitazione, come una volta mi disse lei stessa. 
Probabilmente, mia figlia considera le possibili conseguenze delle sue azioni in un modo distorto. Immagina che succeda qualcosa di irreparabile, forse, qualcosa di catastrofico. E soprattutto non accetta che non sia come voleva lei
Si arrabbia quando un Lego non si incastra nel modo in cui voleva metterlo lei, si infastidisce quando sul disegno fa una sbavatura fuori dal contorno, piange lacrime di delusione quando non interpretiamo subito un suo desiderio (voglio guardare un altro cartone animato, voglio giocare col papà, non voglio che la sorellina prenda i miei giochi, quelli con cui adesso sto giocando). 
Ovviamente, la paura di sbagliare è anche mia
Come genitore, intendo. 
E forse è proprio la paura di sbagliare a farmi sbagliare!
Domande me ne sono poste, tante: e se fossi io a trasmetterle questo senso di catastrofismo? Questa intolleranza verso l'imperfezione? Oddio, a me non sembra... vuoi vedere che involontariamente sono stata io? 
Ecco il solito senso di colpa. 
Poi mi analizzo e penso che no: se sbaglio e me ne accorgo, glielo faccio notare, e ne rido insieme a Matilde. Se dico una cosa al posto di un'altra, se metto in forno il latte e in frigo i biscotti, se mi confondo coi nomi o con gli oggetti, dico: "Vedi, Matilde, che mamma sbadata! Ho sbagliato anche stavolta!" E ride divertita come me. 
Tornando alla psicologa, devo dire che è rimasta piacevolmente sorpresa, tanto quanto me, al racconto di quel nuovo progresso di Matilde, nel pronunciare parole davanti agli altri. 
Quel parlare in una lingua strana, il gneggnè, o gneggnese. Dice, la psicologa, che è una tecnica applicata proprio nella terapia. Si fanno vocalizzi, o imitazioni dei versi animaleschi, per cominciare a familiarizzare col suono della propria voce in presenza di altre persone. 
"Vostra figlia trova davvero delle strategie meravigliose! Da notare, però, che si tratta sempre di un modo per non rischiare: posso abbassare il mio livello d'ansia, perché di fatto sto comunicando e rompendo il mio silenzio, ma quella voce non è la mia, la sto mimando. In questo modo, io resto al sicuro".
Ed è così: un modo di entrare in comunicazione non pericoloso, sopportabile. 
Un compromesso. 
Piano, piano, piccoli passi. I piedi nell'acqua.
Io credo in lei.
Noi, crediamo in lei.
Prossimo incontro sarà l'osservazione a casa da parte della psicologa. 
Diremo a Matilde che verrà a trovarci una maestra, che insegna a bambini di un altra città qui vicino, e che abbiamo conosciuto qui e là, eccetera. Viene a trovare noi genitori, non lei. Noi svolgeremo le nostre normali attività quotidiane, la psicologa interagirà con un genitore alla volta, per lasciare l'altro insieme alle bambine e vedere come si svolgerà la comunicazione. Magari proverà a darci qualche piccola indicazione per guidare l'osservazione, ma sarà una cosa breve e tranquilla. 
Sono molto curiosa, e non vedo l'ora anche di poter svelare un progetto che ha a che fare con la comunicazione, e che più avanti spero riusciremo a realizzare... Sorpresa...!



martedì 10 gennaio 2017

Chissà se va? Ma sì che va

Neanche me ne sono accorta.
Vedi? E' proprio così.
Succede quando il livello di attenzione rivolto su di lei, si abbassa.
Quando non le si richiede una performance vocale in maniera singola e individuale, ma quando invece si partecipa assieme ad un gioco. 
Quando non sei solo tu a farlo, ma siamo coinvolti tutti
Le ansie da prestazione, allora, spariscono. E le parole, fluiscono. 

Vacanze natalizie trascorse a casa dai nonni. Visite giornaliere di parenti vari, coi quali Matilde interagisce da sempre senza pronunciare parole. Coi nonni sì, invece. Tutti i nonni. Oltre a noi genitori. 
Siamo tutti in cucina, tranne mia zia Patrizia, che è nella stanza accanto insieme alla sorellina baby. Matilde le raggiunge di là. Io resto in cucina, distratta da un'altra conversazione. La sento ridere e scherzare. Ma me ne accorgo soltanto quando vado a vedere cosa succede.
"Gnugno, Gnue, Gne, Gnaggno, Gnignue, Gnei..."
Matilde parla. Sta dicendo delle parole.
O meglio: sta contando da uno a venti. In una lingua strana, devo dire: il gneggnese.
Anzi, contano in modo alternato, lei e mia zia. Giocano a chi sa dire il numero successivo senza sbagliare. 
Le sorrido, mi metto a giocare con loro, faccio giocare la sorellina con la torcia, cose normali. Ma dentro di me gioisco: evviva, un gran bel passo avanti!
La cosa si ripete anche nei giorni seguenti, in altre occasioni, in altre case, con altri parenti. 
Sono convinta che gradualmente la sua sensazione di agitazione nel provare a parlare davanti agli altri scemerà. Piccoli passi, appunto. Tempo al tempo. 
Ma, nel frattempo, è fondamentale che le persone intorno a lei dimostrino di non essere preoccupate, o impazienti, o insistenti. Di non trasmetterle l'idea che "lei è la bambina che non parla". Perché sappiamo che è una condizione transitoria
Stiamo transitando attraverso il mutismo selettivo.

Ed è proprio questo, il punto. 
Mi sono accorta che averne parlato, o meglio scritto, in questo blog, potrebbe aver aumentato la preoccupazione di alcuni nostri cari: ma è una malattia? Guarirà? Oddio, non sa parlare? E' muta? Oppure può essere che siano ancora convinti che il mutismo - selettivo eh, perché lei parla eccome! - sia una sua scelta, che lei decida volontariamente con chi parlare e con chi no, quando farlo e quando no. 
E qui si apre l'aspetto cruciale della questione: noi conosciamo una Matilde che non è la Matilde che conoscono gli altri. Noi la vediamo una bambina assolutamente normale e spensierata. Gli altri vedono una bambina ammutolita: forse timida? Forse intimorita? Forse inibita? Forse maleducata? Forse ritardata? Forse oppositiva? No. Agitata
Agitata per quella performance linguistica a cui accennavo. Ma per il resto lei è tranquilla
Due versioni della stessa bambina, dunque. 
Ma d'altra parte, anch'io ho due versioni di me stessa, se non di più. E certamente molti altri di noi le avranno. A casa conoscono la vera Chiara, con pregi e difetti spudoratamente manifestati. Mentre fuori, dipende. Dipende dalle persone con cui sono. Con la mia più cara amica, sono me stessa anche nei miei angoli più nascosti. In situazioni informali e amichevoli, sono una Chiara pacata ma conviviale. In altre situazioni meno familiari, sono diversa ancora. Più riservata e misteriosa. Mi faccio quasi affatto conoscere.
Questo per dire che non è assolutamente strano che si conoscano aspetti diversi in contesti diversi, parlando di elementi del carattere di una stessa persona. E' appena uscito un libro sul mutismo selettivo che si intitola proprio così: "Senza parole. Bambini diversi in contesti diversi" (ho volutamente tolto il link, perché purtroppo non tutti i testi sul tema sono raccomandabili, e non meritano di essere più di tanto approfonditi). Ma, a mio avviso, si sarebbe dovuto piuttosto chiamare: bambini con modalità relazionali diverse in contesti diversi. Perché la chiave è proprio relazionale.

Ad ogni modo, le sedute con la psicologa riprenderanno regolarmente dopo la pausa natalizia. A breve incontrerà anche le maestre di Matilde.
Nei nostri incontri precedenti, la psicologa ci aveva suggerito degli esercizi respiratori da fare insieme a nostra figlia. Inspirare col naso, espirare con la bocca. Mettere una mano sulla pancia per sentire un ipotetico palloncino che si gonfia con l'aria che inspiriamo. E poi si sgonfia quando buttiamo fuori l'aria. Fare delle smorfie col viso, muovere tutti i muscoli della faccia. Quelli che, per sei o sette ore a scuola, non utilizza mai. 
Cominciare ad allenare il suo apparato fonatorio proprio con una serie di esercizi fisici. 
Così come, in piedi una di fronte all'altra, inspirare e poi, durante l'espirazione, emettere i suoni delle vocali, una per volta. Per iniziare a familiarizzare con l'emissione di suoni. E sentire quale parte del corpo vibra di più. Giocare a indovinare quale punto della gola o del petto vibrerà con la lettera A. Oppure con la E. O con la O. E così via.
Le abbiamo anche mostrato un paio di disegni recenti di Matilde. Nel primo, in particolare, aveva colorato l'intero cielo di blu e nel bordo inferiore una striscia marrone di terra; aveva disegnato al centro del foglio un tronco altissimo, che in realtà era un fiore cresciuto a dismisura; nell'angolo a sinistra una bambina tratteggiata con il colore nero, e a destra due fiori piccoli, colorati, normali. Avevo chiesto a Matilde quale fosse lei. Immaginavo mi rispondesse la bambina, invece lei indicò come sé stessa il secondo dei fiorellini sulla destra. 
La psicologa, dopo aver commentato con apprezzamento e stupore le capacità grafiche e artistiche di Matilde, ci ha spiegato che tutti gli elementi del disegno rappresentano parti di lei stessa. Ci ha suggerito di provare a far dialogare gli elementi tra loro, chiedendo a Matilde cosa potrebbe dire la bambina al fiore, o il fiore cresciuto al fiore piccolo, o alla figura della bimba. 
Visto che è poi una bambina molto precisa e auto-disciplinata, la dottoressa ci ha chiesto di provare a interromperla in una attività di disegno, proprio nel momento in cui la vediamo più concentrata. Con una scusa qualsiasi: per favore, vieni ad aiutarmi a preparare la tavola. Per vedere come reagisce. 
Com'è andata? La prima volta non ne ha voluto sapere. Mi ha girato le spalle, infastidita, e ha continuato a colorare. La seconda volta, invece, mi ha seguita ed è venuta con me a stendere la sua biancheria. Subito dopo, però, è corsa via, a terminare il disegno.

I pensieri, le emozioni, non sono soltanto quelle dette... ma anche quelle scritte... o disegnate...







sabato 17 dicembre 2016

L'angolo di imperfezione

Ma guardala. 
E' così bella, brava, buona. 
Non le manca nulla.
Se solo parlasse con gli altri...
Se solo non avesse questa cosa...
Se solo fosse, se solo non fosse.
Ma lei è.
Lei è Matilde.
Lei è meravigliosa così.
E non lo dico perché è mia figlia. Certo, ogni scarrafone è bell'a mamma sua, come ci cantava il buon Pino. Lo dico invece come lo direi per qualsiasi persona meravigliosa e umana di questo mondo, intrappolata soltanto in un recinto di stereotipi, etichette, pre-giudizi. Quelli degli altri. Che delimitano il terreno delle interpretazioni.
E' un meccanismo che scatta quasi automaticamente. Di una persona di colore, constatiamo prima di tutto l'aspetto della sua pelle, molto spesso fermandoci a quello senza ascoltare e approfondire. Di una persona con handicap, ci accorgiamo quasi soltanto della sua diversità, della sua difficoltà, della sua mancanza. Rispetto a noi. 
Ma noi chi, poi? Noi normodotati? E cosa significa poi essere nella norma? Avere caratteristiche fisiche in comune con molte altre persone? Comportarsi come comunemente ci si aspetta dagli altri? 
E chi invece non è così? Che poi, diciamocela tutta, siamo tutti un po' diversi. Nessuno è uguale agli altri. Per fortuna. Ma il fatto costante è che ci si accorge di più delle differenze, della nota stonata, dell'imperfezione. Piuttosto che del tutto armonico. Perdendosi, almeno in parte, questa straordinaria armoniosità.
Ecco. 
L'imperfezione. 
Che rapporto ha ciascuno di noi con la propria percezione nel sentirsi più o meno perfetti? Palandone con la psicologa che ci segue - segue noi genitori, per adesso, nell'aiutare a nostra volta Matilde - è emerso come ciascuno di noi possa trovare confortante e rassicurante il proprio angolino di imperfezione. 
L'importanza di conservare un aspetto della propria personalità, del proprio carattere, del proprio comportamento, libero da rigidi schemi perfettamente aderenti alle aspettative altrui. Uno spazio di sé stessi dove concedersi la libertà di poter sbagliare, o di poter lasciarsi andare al proprio modo di essere. 
Avevamo già accennato alla forte autodisciplina che dimostra di avere Matilde. Pretende molto da se stessa: lo vediamo da come si arrabbia quando non riesce in qualcosa o da come non accetti piccoli errori, piccole sbavature nel suo disegno, o segni grafici che ha tracciato, ma che non la soddisfano appieno. 
Quindi, ogni volta che le cose non vanno come lei vuole, o come lei si immagina, la sua aspettativa viene delusa, e questo la irrita, la infastidisce. E cosa succederà se le cose non vanno come lei crede? Ad esempio, in rapporto al giorno in cui parlerà anche a scuola, che reazioni immagina, cosa pensa che possa succedere? E se non andrà così? Bisognerà lavorare sugli scenari, sulle aspettative, sulle possibili conseguenze. Pre-vedere: vedere prima, appunto. E accettare anche delle possibili sbavature, a proposito di imperfezione. 
Questa storia della perfezione mi ha fatto pensare molto su me stessa. 
Complice la domanda della psicologa, che ha stimolato proprio la riflessione su di noi, su noi due genitori, a proposito di come ci percepiamo rispetto al rapporto perfezione/imperfezione, mi è subito venuto in mente, come un'improvvisa apparizione, un pensiero preciso. Che ho estemporaneamente esternato.
Il pensiero di aver interiorizzato, da sempre, in modo forte, la volontà di non deludere i miei genitori. Inaccettabile, inaffrontabile, inconcepibile, per me, il fatto di causare una delusione in loro. Provocherebbe in me un'immediata perdita di autostima. E infatti: mai una sigaretta, mai una canna, mai una sbronza. Le classiche sciocchezze che si fanno da giovani. 
"Ecco, invece io tutto l'opposto!" interviene prontamente il mio compagno, appena finisco di descrivermi.
"Ma è proprio per questo che funzionate come coppia!" mi viene in soccorso la dottoressa. E il suo commento è azzeccatissimo: è proprio così.
Interessante, parlarne durante le sedute. Vengono sempre alla luce un sacco di aspetti sorprendenti.

Nel frattempo, voglio cogliere il sensato consiglio della psicologa: quello di evitare di dare giustificazioni a tutti, a proposito del mutismo selettivo di mia figlia. 
Lasciar perdere, smettere di commentare la sua difficoltà o dare ogni volta spiegazioni a ogni persona che si approccia. Perché mi solleva da una fatica non necessaria. O meglio, da uno sforzo inutile. 
Non sono tenuta a spiegare sempre e comunque, né sono tenuta ad aggiornare costantemente tutti gli amici e parenti sui miglioramenti o sulle novità di Matilde rispetto alla sua parola in pubblico. 
Mi riferisco, ad esempio, all' episodio accaduto con la bidella dell'asilo. O al commento, stavolta da parte di una persona vicina a noi - che dunque sa perché gliene parlai - che, sull'onda dell'entusiasmo per aver sentito live la voce di Matilde, colta in flagrante perché voltata di spalle, si è lasciata sfuggire il più classico dei classici: 
"Ma allora ce l'hai, la lingua!" 
Certo. La lingua ce l'hanno tutti gli esseri umani e anche animali di questo pianeta. E' una parte anatomica. Semmai, dì: la voce. Ma la lingua no. Ancora con questa lingua. 
Mi sento stanca. Stanca di ricevere piccole delusioni. Ma come? Anche tu, che lo sai? Tu che sai di cosa si tratta? Allora non serve a nulla, parlarne. 
Ecco: come dicevo, questo lasciar perdere lo farò, nel tentativo di alleviare il carico di concentrazione attorno al problema. Spostare l'attenzione dal mutismo, come dicevamo. Per viverla più serenamente possibile. Per trasmettere ancora più tranquillitàA me. A lei. A tutti quanti intorno.
Per farle sentire che comunicare è bello, ma non importa quale canale si utilizza. Non deve essere per forza solo la parola. Adesso ti riesce così. Va bene. Andando avanti potrai sentire più forza, più coraggio, meno agitazione, meno paura. Potrai avere più strumenti: la scrittura, i messaggi. 
Quando sarai pronta per farlo, sarà bello scoprire che nessuno ti considera strana, nessuno ti deride, nessuno ti giudica
Vai, dolce Matilde: sicura e forte come un piccolo grande dinosauro.






domenica 4 dicembre 2016

Chiedimi cosa mi piace

"Oggi ho fatto io l'appello a scuola".
"Davvero, Matilde? E come hai fatto? Chiamavi i bambini? Parlavi?"
"No, facevo così!" 
Mostra il gesto. 
Poi aggiunge: "Sai che ho iniziato a parlare all'orecchio con Amira?"
"Davvero? Brava! E ti piace?"
"Sì!"
Matilde l'ha detto orgogliosa, come a sottolineare la soddisfazione di un successo personale.
E l'ha ripetuto anche ai nonni, qualche giorno dopo. Li ha voluti informare della sua piccola grande conquista
Sì, me lo ha confermato anche la maestra. E' stato dopo che lei è venuta a trovarci a casa nostra, un pomeriggio dopo la scuola. La mattina seguente Matilde in classe era più sciolta, ed era tutto un parlare all'orecchio di Amira ed Emma. 
Sono convinta che abbia avuto un effetto positivo, la visita della maestra. Insieme allo scambio di messaggi vocali con la sua amica del cuore. 
Ce n'è uno in particolare, dove Amira esprime tutta la sua autentica incredula felicità. In risposta al primo saluto telefonico di Matilde, l'amica scoppia in un: "Ma sei stata brava, Mati! Io ti... io... io... sono felicissima con te! Brava! Ti voglio tanto tanto bene."
E aggiunge: "Mati, mi devi fare poi una promessa: che mi fai sentire la tua voce."
Un'amica che crede in te, a cui ti puoi affidare, che si emoziona con te, è una cosa bellissima. E' tutto.
Questo legame può esserle davvero d'aiuto. Chissà. Me lo auguro. 
Ecco, vedi. L'ho augurato a me. Invece no. Glielo auguro. 

Siamo stati al secondo colloquio con la psicologa che ha iniziato a seguirci. 
Le abbiamo raccontato di com'era andata dopo il precedente incontro, delle risposte di Matilde all'esercizio sulle emozioni, di come si possa anche andare all'estremo nell'immaginare le conseguenze di quello che potrebbe succedere quando parlerà. 
Sarà interessante vedere anche un altro aspetto: come reagisce quando le cose non vanno come si immagina lei. Lei con il suo doversi sempre sentire autorizzata a. 
Per dire. Si alzava per prendere il pane, dopo che la maestra aveva interpretato il suo desiderio di averne un altro pezzo. Arrivava fino al cesto, si fermava. Immobile, non allungava la mano per prenderne uno, no. Solo quando la maestra faceva un cenno per spronarla, lei ne prendeva finalmente uno. 
Quale altro bambino aspetterebbe, invece di accaparrarsene subito tre o quattro pezzi? Quale altro bambino riuscirebbe ad auto-contenersi in questo modo?
L' auto-disciplina di Matilde è una caratteristica stra-ordinaria. Fuori dal comune. 
La psicologa ci ha poi dato un altro libro, da leggere insieme a nostra figlia. 
Titolo: Chiedimi cosa mi piace.
Spesso infatti ci dimentichiamo di farlo, non lo chiediamo. 
Troppo impegnati a proporre cose da fare, anziché ascoltare le preferenze dei nostri piccoli. 
Dare spazio ai loro pensieri, alle loro idee.
Lasciarli esprimere.
L'esercizio, stavolta, era quello di provare poi a chiedere a Matilde cosa piace, e cosa pensa che piaccia alle sue amiche. 
Così, a casa, dopo averlo letto, glielo domando. Lei risponde: a me piacciono gatti e pappagalli. E ad Amira? Non lo so, mi dice. Allora colgo l'occasione per suggerirle di provare a chiederlo, ad Amira, cosa le piace. Poi domando: e Amira sa che a te piacciono gatti e pappagalli? No, mi fa. Di nuovo propongo: allora prova a dirglielo, così potete giocare con le cose che vi piacciono, oppure scambiarvi i giochi e divertirvi insieme.
Domani racconteremo alla psicologa di com'è andata questa seconda lettura.

E racconterò anche di un piccolo confronto faticoso.
Quello che ha riguardato l'intromissione piuttosto fuori luogo da parte della bidella, proprio il giorno in cui la maestra mi riferiva del passo avanti di Matilde nel parlare all'orecchio alle amiche. 
Quel giorno andai a prenderla all'uscita e, mentre le infilavo il giubbotto per uscire, la bidella si avvicinò a noi due come mai aveva fatto prima ed esclamò: "Ma tua figlia è proprio furba! Io lo so che parla, me l'ha fatto sentire la maestra!"
E io, cercando di deglutire il disagio provocato da quella domanda sbagliata e inopportuna, risposi, davanti a mia figlia: "Ma non è furba. E' che vorrebbe ma ancora non riesce qui a far uscire le parole. Più avanti, quando se la sentirà, lo farà anche a scuola. Vero, Mati?"
Cosa vuoi rispondere con tua figlia lì accanto? Spero di aver usato le parole giuste, o le meno sbagliate. Però che fatica dover ripetere e spiegare e giustificare! 
E' una fatica emotiva. Un equilibrismoUn elefante che prova a muoversi evitando di urtare le porcellane. 
Qualcuno, sul gruppo Facebook di A.I.Mu.Se., una volta fece notare come molti, quando trattano di mutismo selettivo, si concentrino sulla parola mutismo, quando invece il concetto fondamentale è quello della selettività.
E' quella, la chiave di lettura. 
Si crede di poter riuscire a sbloccare i bambini muto selettivi raccomandandosi con loro di comportarsi nella maniera attesa, senza però considerare che loro non cominceranno certo a parlare perché siamo noi a pregarli di farlo. 
Lo faranno quando si creerà quella situazione di rilassatezza, di naturalezza - perché parlare è una cosa naturale - in cui saranno talmente a loro agio che verrà da sé, senza richieste, senza preghiere, senza raccomandazioni. 
Sposteranno finalmente l'attenzione da questa etichetta ingombrante, quella di "bambini che non parlano". Che è quello che in genere gli altri si preoccupano di sottolineare e di far continuamente notare. 
Perché la selettività, infatti, non è riferita alle persone. Non sono questi bambini a decidere con chi parlare e con chi no. 
La selettività è riferita alla situazione
E' il contesto ad attivare o meno il blocco. Prova ne è il fatto che anche con me a volte il canale verbale si interrompe, quando si sente maggiormente agitata o a disagio in una particolare situazione comunicativa.
Se si cominciasse a capire questo, sarebbe già un buon lavoro fatto.