giovedì 9 febbraio 2017

Vivere le emozioni

Un altro passo in avanti. Da parte sua.
E un'altra scoperta importante. Da parte mia.
Matilde, ogni volta che non me lo aspetto, mi sorprende.
E allora io capisco molte cose.
Capisco che devo essere fiduciosa. Stare tranquilla e smettere definitivamente di preoccuparmi.
Non ce n'è bisogno: me lo dimostra lei. Con i fatti, con quello che fa, con il suo comportamento, è come se mi dicesse: mamma, io aspetto solo le occasioni giuste per me, per sentirmi in grado di lasciarmi andare.
Ed è così.
Un episodio recente lo fa capire più di mille spiegazioni.
La accompagno a scuola, un mattino come gli altri. Anzi, no. Siamo in ritardo e corriamo per entrare in tempo negli ultimi cinque minuti. Matilde è particolarmente eccitata, perché finalmente esaudisco un suo desiderio: quello di portare in classe un CD musicale che le piace molto. Lo vuole far ascoltare alla sua amica del cuore. E' emozionata per questo, per il fatto di condividere un qualcosa a cui tiene.
Mentre la aiuto a spogliarsi nell'atrio della scuola, mi indica la bacheca della sua classe, dove vengono sempre affissi i lavoretti della settimana, giorno per giorno, realizzati da qualche bambino, a turno. Questa volta c'è il suo. Anzi, ce ne sono due, visto che è venerdì e la settimana è quasi finita.
L'atrio è ormai vuoto, tutti i bambini sono già entrati, noi siamo gli ultimi.
Dalle porte aperte delle varie classi si sente il vociare forte di bimbi e maestre. In qualsiasi istante potrebbe comparire qualcuno.
Ma in quel momento siamo sole.
"Cosa vuoi farmi vedere, Matilde? Ah, ma è il tuo disegno! Che bello! Vediamo: che cos'è? La lettera U!"
"Mamma, guarda, ho fatto anche l'uva!"
"Ah è vero! E quell'altro là? E' sempre tuo, che brava!"
"Sì, e ho messo anche l'1!"
Lo dice a voce udibile, chiaramente e distintamente. Io sono a un metro da lei.
Stiamo conversando normalmente, come facciamo a casa.
Solo che siamo nell'atrio - vuoto - della scuola. Luogo in cui la voce non era mai uscita in questo modo, nemmeno per sbaglio. I primi tempi il silenzio era quasi totale. Ultimamente ha preso a sussurrare, un po' alle amiche, e a me, per dirmi le cose all'orecchio o naso contro naso, coprendosi con le mani, oppure coi miei capelli. 
Invece, quel giorno, le parole sono uscite. Così. Naturalmente. 
Cos'è stato a permetterle di farlo? Quale chiave si è mossa dentro di lei?
Io l'ho vista estremamente radiosa, contenta. Sciolta. Talmente tanto che - forse - non aveva più altri pensieri. Il pensiero del controllo. Ha spostato l'attenzione da quello. Era completamente concentrata sul suo obiettivo: portare a scuola quel CD musicale. Senza pensare a nient'altro.
E questo mi fa capire finalmente che cosa significa quell'imperativo che fin dal primo incontro con la psicologa di classe, che ipotizzò il mutismo selettivo in Matilde, risuona dentro di me: abbassare il livello d'ansia
Mi chiedevo: ma come si farà, ad abbassare 'sto livello d'ansia? Che devo fare? 
Ed ecco la risposta: vivere. 
Anzi, vivere le emozioni
Sentirle, suscitarle, condividerle.
Le emozioni sono un veicolo di comunicazione. Di relazione.
Ed ecco l'altra cosa importante che ho imparato, in questo cammino che in un certo senso ringrazio per avere la possibilità di percorrere. Sì perché, per quanta fatica si viva  - fatica emotiva - e per quanta pazienza ci occorra, non avrei avuto altrimenti occasione di interrogarmi così a fondo, conoscere persone profonde e guardare oltre, scambiare con altri e trovare parti di sé stessi, imparare nuove cose e fare tesoro di nuove lezioni.
L'ho capito dopo l'osservazione a casa, da parte della psicologa che ci sta seguendo da pochi mesi. 
Per Matilde, quel giorno sarebbe venuta a trovarci una maestra di un altro paese, che avevamo conosciuto io e papà in una determinata situazione, e che sarebbe passata per un saluto e un caffè. Durante quell'ora di visita, Matilde si è comportata in modo naturale e disinvolto. Nei limiti del suo silenzio, ovviamente - ma nemmeno un silenzio totale, perché le sue risate si sentivano eccome - l'atmosfera è stata da subito molto serena e amichevole. Familiare
C'era una persona estranea, mai vista, in casa nostra, ma lei non ha avuto il minimo problema a far vedere la sua cameretta, a mostrare i suoi giochi preferiti - quando invece, mi raccontava la dottoressa, alcuni bambini presso i quali è andata in visita non permettevano minimamente di avvicinarsi alle proprie cose. Matilde era contenta di condividere. Interagiva, anche. Indicando le cose, ridendo alle battute, alle "strapazzate" del papà, alle facce buffe della sorellina. 
In questo clima disteso e colloquiale, Matilde aveva voglia di relazionarsi. Era evidente. Come coi parenti, il suo comportamento non è quello di chi si sottrae allo scambio, anzi. La psicologa era a livello dei parenti.
E osservando io l'approccio di questa "maestra" inventata, di questa giovane mamma - perché la dottoressa ha circa la mia età e un figlio più di me - e confrontandomi, in separata sede, con lei, mi rendo conto di una cosa importante. Ne prendo consapevolezza.
L'obiettivo - mi viene da realizzare - non è quello di parlare, o di farla parlare, ma quello di capirsi, di comprendersi
Se il canale verbale è temporaneamente bloccato, in attesa che trovi le sue occasioni di sblocco, esistono mille altri modi per intendersi. 
E tanto basta, per il momento.
Solo con chi rispetta i suoi tempi, con chi ha la pazienza di conoscerla, senza aspettarsi nulla, ma soltanto con la voglia di scambiare emozioni con lei, Matilde saprà essere la bambina spensierata che è. 
Con chi si mette al suo livello, con chi si sintonizza sulla sua modalità interiore, lei avrà possibilità di lasciarsi andare. 



venerdì 20 gennaio 2017

Paura di sbagliare

"Credo che sia proprio quello, il suo vero punto debole" ci dice la psicologa. "Il fatto di non concedersi mai la possibilità di sbagliare". 
Non tanto il suo silenzio con gli altri, quindi, quanto il difendersi dall'eventualità di un errore.
Torniamo sempre . L'auto-disciplina di Matilde. 
Il suo perfezionismo.
E infatti, chiudersi nel silenzio durante le ore a scuola, oppure con persone diverse da quelle con cui parla abitualmente, sembra di fatto un meccanismo di difesa per mantenere un controllo sulla paura di sbagliare. 
Su quell' agitazione, come una volta mi disse lei stessa. 
Probabilmente, mia figlia considera le possibili conseguenze delle sue azioni in un modo distorto. Immagina che succeda qualcosa di irreparabile, forse, qualcosa di catastrofico. E soprattutto non accetta che non sia come voleva lei
Si arrabbia quando un Lego non si incastra nel modo in cui voleva metterlo lei, si infastidisce quando sul disegno fa una sbavatura fuori dal contorno, piange lacrime di delusione quando non interpretiamo subito un suo desiderio (voglio guardare un altro cartone animato, voglio giocare col papà, non voglio che la sorellina prenda i miei giochi, quelli con cui adesso sto giocando). 
Ovviamente, la paura di sbagliare è anche mia
Come genitore, intendo. 
E forse è proprio la paura di sbagliare a farmi sbagliare!
Domande me ne sono poste, tante: e se fossi io a trasmetterle questo senso di catastrofismo? Questa intolleranza verso l'imperfezione? Oddio, a me non sembra... vuoi vedere che involontariamente sono stata io? 
Ecco il solito senso di colpa. 
Poi mi analizzo e penso che no: se sbaglio e me ne accorgo, glielo faccio notare, e ne rido insieme a Matilde. Se dico una cosa al posto di un'altra, se metto in forno il latte e in frigo i biscotti, se mi confondo coi nomi o con gli oggetti, dico: "Vedi, Matilde, che mamma sbadata! Ho sbagliato anche stavolta!" E ride divertita come me. 
Tornando alla psicologa, devo dire che è rimasta piacevolmente sorpresa, tanto quanto me, al racconto di quel nuovo progresso di Matilde, nel pronunciare parole davanti agli altri. 
Quel parlare in una lingua strana, il gneggnè, o gneggnese. Dice, la psicologa, che è una tecnica applicata proprio nella terapia. Si fanno vocalizzi, o imitazioni dei versi animaleschi, per cominciare a familiarizzare col suono della propria voce in presenza di altre persone. 
"Vostra figlia trova davvero delle strategie meravigliose! Da notare, però, che si tratta sempre di un modo per non rischiare: posso abbassare il mio livello d'ansia, perché di fatto sto comunicando e rompendo il mio silenzio, ma quella voce non è la mia, la sto mimando. In questo modo, io resto al sicuro".
Ed è così: un modo di entrare in comunicazione non pericoloso, sopportabile. 
Un compromesso. 
Piano, piano, piccoli passi. I piedi nell'acqua.
Io credo in lei.
Noi, crediamo in lei.
Prossimo incontro sarà l'osservazione a casa da parte della psicologa. 
Diremo a Matilde che verrà a trovarci una maestra, che insegna a bambini di un altra città qui vicino, e che abbiamo conosciuto qui e là, eccetera. Viene a trovare noi genitori, non lei. Noi svolgeremo le nostre normali attività quotidiane, la psicologa interagirà con un genitore alla volta, per lasciare l'altro insieme alle bambine e vedere come si svolgerà la comunicazione. Magari proverà a darci qualche piccola indicazione per guidare l'osservazione, ma sarà una cosa breve e tranquilla. 
Sono molto curiosa, e non vedo l'ora anche di poter svelare un progetto che ha a che fare con la comunicazione, e che più avanti spero riusciremo a realizzare... Sorpresa...!



martedì 10 gennaio 2017

Chissà se va? Ma sì che va

Neanche me ne sono accorta.
Vedi? E' proprio così.
Succede quando il livello di attenzione rivolto su di lei, si abbassa.
Quando non le si richiede una performance vocale in maniera singola e individuale, ma quando invece si partecipa assieme ad un gioco. 
Quando non sei solo tu a farlo, ma siamo coinvolti tutti
Le ansie da prestazione, allora, spariscono. E le parole, fluiscono. 

Vacanze natalizie trascorse a casa dai nonni. Visite giornaliere di parenti vari, coi quali Matilde interagisce da sempre senza pronunciare parole. Coi nonni sì, invece. Tutti i nonni. Oltre a noi genitori. 
Siamo tutti in cucina, tranne mia zia Patrizia, che è nella stanza accanto insieme alla sorellina baby. Matilde le raggiunge di là. Io resto in cucina, distratta da un'altra conversazione. La sento ridere e scherzare. Ma me ne accorgo soltanto quando vado a vedere cosa succede.
"Gnugno, Gnue, Gne, Gnaggno, Gnignue, Gnei..."
Matilde parla. Sta dicendo delle parole.
O meglio: sta contando da uno a venti. In una lingua strana, devo dire: il gneggnese.
Anzi, contano in modo alternato, lei e mia zia. Giocano a chi sa dire il numero successivo senza sbagliare. 
Le sorrido, mi metto a giocare con loro, faccio giocare la sorellina con la torcia, cose normali. Ma dentro di me gioisco: evviva, un gran bel passo avanti!
La cosa si ripete anche nei giorni seguenti, in altre occasioni, in altre case, con altri parenti. 
Sono convinta che gradualmente la sua sensazione di agitazione nel provare a parlare davanti agli altri scemerà. Piccoli passi, appunto. Tempo al tempo. 
Ma, nel frattempo, è fondamentale che le persone intorno a lei dimostrino di non essere preoccupate, o impazienti, o insistenti. Di non trasmetterle l'idea che "lei è la bambina che non parla". Perché sappiamo che è una condizione transitoria
Stiamo transitando attraverso il mutismo selettivo.

Ed è proprio questo, il punto. 
Mi sono accorta che averne parlato, o meglio scritto, in questo blog, potrebbe aver aumentato la preoccupazione di alcuni nostri cari: ma è una malattia? Guarirà? Oddio, non sa parlare? E' muta? Oppure può essere che siano ancora convinti che il mutismo - selettivo eh, perché lei parla eccome! - sia una sua scelta, che lei decida volontariamente con chi parlare e con chi no, quando farlo e quando no. 
E qui si apre l'aspetto cruciale della questione: noi conosciamo una Matilde che non è la Matilde che conoscono gli altri. Noi la vediamo una bambina assolutamente normale e spensierata. Gli altri vedono una bambina ammutolita: forse timida? Forse intimorita? Forse inibita? Forse maleducata? Forse ritardata? Forse oppositiva? No. Agitata
Agitata per quella performance linguistica a cui accennavo. Ma per il resto lei è tranquilla
Due versioni della stessa bambina, dunque. 
Ma d'altra parte, anch'io ho due versioni di me stessa, se non di più. E certamente molti altri di noi le avranno. A casa conoscono la vera Chiara, con pregi e difetti spudoratamente manifestati. Mentre fuori, dipende. Dipende dalle persone con cui sono. Con la mia più cara amica, sono me stessa anche nei miei angoli più nascosti. In situazioni informali e amichevoli, sono una Chiara pacata ma conviviale. In altre situazioni meno familiari, sono diversa ancora. Più riservata e misteriosa. Mi faccio quasi affatto conoscere.
Questo per dire che non è assolutamente strano che si conoscano aspetti diversi in contesti diversi, parlando di elementi del carattere di una stessa persona. E' appena uscito un libro sul mutismo selettivo che si intitola proprio così: "Senza parole. Bambini diversi in contesti diversi" (ho volutamente tolto il link, perché purtroppo non tutti i testi sul tema sono raccomandabili, e non meritano di essere più di tanto approfonditi). Ma, a mio avviso, si sarebbe dovuto piuttosto chiamare: bambini con modalità relazionali diverse in contesti diversi. Perché la chiave è proprio relazionale.

Ad ogni modo, le sedute con la psicologa riprenderanno regolarmente dopo la pausa natalizia. A breve incontrerà anche le maestre di Matilde.
Nei nostri incontri precedenti, la psicologa ci aveva suggerito degli esercizi respiratori da fare insieme a nostra figlia. Inspirare col naso, espirare con la bocca. Mettere una mano sulla pancia per sentire un ipotetico palloncino che si gonfia con l'aria che inspiriamo. E poi si sgonfia quando buttiamo fuori l'aria. Fare delle smorfie col viso, muovere tutti i muscoli della faccia. Quelli che, per sei o sette ore a scuola, non utilizza mai. 
Cominciare ad allenare il suo apparato fonatorio proprio con una serie di esercizi fisici. 
Così come, in piedi una di fronte all'altra, inspirare e poi, durante l'espirazione, emettere i suoni delle vocali, una per volta. Per iniziare a familiarizzare con l'emissione di suoni. E sentire quale parte del corpo vibra di più. Giocare a indovinare quale punto della gola o del petto vibrerà con la lettera A. Oppure con la E. O con la O. E così via.
Le abbiamo anche mostrato un paio di disegni recenti di Matilde. Nel primo, in particolare, aveva colorato l'intero cielo di blu e nel bordo inferiore una striscia marrone di terra; aveva disegnato al centro del foglio un tronco altissimo, che in realtà era un fiore cresciuto a dismisura; nell'angolo a sinistra una bambina tratteggiata con il colore nero, e a destra due fiori piccoli, colorati, normali. Avevo chiesto a Matilde quale fosse lei. Immaginavo mi rispondesse la bambina, invece lei indicò come sé stessa il secondo dei fiorellini sulla destra. 
La psicologa, dopo aver commentato con apprezzamento e stupore le capacità grafiche e artistiche di Matilde, ci ha spiegato che tutti gli elementi del disegno rappresentano parti di lei stessa. Ci ha suggerito di provare a far dialogare gli elementi tra loro, chiedendo a Matilde cosa potrebbe dire la bambina al fiore, o il fiore cresciuto al fiore piccolo, o alla figura della bimba. 
Visto che è poi una bambina molto precisa e auto-disciplinata, la dottoressa ci ha chiesto di provare a interromperla in una attività di disegno, proprio nel momento in cui la vediamo più concentrata. Con una scusa qualsiasi: per favore, vieni ad aiutarmi a preparare la tavola. Per vedere come reagisce. 
Com'è andata? La prima volta non ne ha voluto sapere. Mi ha girato le spalle, infastidita, e ha continuato a colorare. La seconda volta, invece, mi ha seguita ed è venuta con me a stendere la sua biancheria. Subito dopo, però, è corsa via, a terminare il disegno.

I pensieri, le emozioni, non sono soltanto quelle dette... ma anche quelle scritte... o disegnate...







sabato 17 dicembre 2016

L'angolo di imperfezione

Ma guardala. 
E' così bella, brava, buona. 
Non le manca nulla.
Se solo parlasse con gli altri...
Se solo non avesse questa cosa...
Se solo fosse, se solo non fosse.
Ma lei è.
Lei è Matilde.
Lei è meravigliosa così.
E non lo dico perché è mia figlia. Certo, ogni scarrafone è bell'a mamma sua, come ci cantava il buon Pino. Lo dico invece come lo direi per qualsiasi persona meravigliosa e umana di questo mondo, intrappolata soltanto in un recinto di stereotipi, etichette, pre-giudizi. Quelli degli altri. Che delimitano il terreno delle interpretazioni.
E' un meccanismo che scatta quasi automaticamente. Di una persona di colore, constatiamo prima di tutto l'aspetto della sua pelle, molto spesso fermandoci a quello senza ascoltare e approfondire. Di una persona con handicap, ci accorgiamo quasi soltanto della sua diversità, della sua difficoltà, della sua mancanza. Rispetto a noi. 
Ma noi chi, poi? Noi normodotati? E cosa significa poi essere nella norma? Avere caratteristiche fisiche in comune con molte altre persone? Comportarsi come comunemente ci si aspetta dagli altri? 
E chi invece non è così? Che poi, diciamocela tutta, siamo tutti un po' diversi. Nessuno è uguale agli altri. Per fortuna. Ma il fatto costante è che ci si accorge di più delle differenze, della nota stonata, dell'imperfezione. Piuttosto che del tutto armonico. Perdendosi, almeno in parte, questa straordinaria armoniosità.
Ecco. 
L'imperfezione. 
Che rapporto ha ciascuno di noi con la propria percezione nel sentirsi più o meno perfetti? Palandone con la psicologa che ci segue - segue noi genitori, per adesso, nell'aiutare a nostra volta Matilde - è emerso come ciascuno di noi possa trovare confortante e rassicurante il proprio angolino di imperfezione. 
L'importanza di conservare un aspetto della propria personalità, del proprio carattere, del proprio comportamento, libero da rigidi schemi perfettamente aderenti alle aspettative altrui. Uno spazio di sé stessi dove concedersi la libertà di poter sbagliare, o di poter lasciarsi andare al proprio modo di essere. 
Avevamo già accennato alla forte autodisciplina che dimostra di avere Matilde. Pretende molto da se stessa: lo vediamo da come si arrabbia quando non riesce in qualcosa o da come non accetti piccoli errori, piccole sbavature nel suo disegno, o segni grafici che ha tracciato, ma che non la soddisfano appieno. 
Quindi, ogni volta che le cose non vanno come lei vuole, o come lei si immagina, la sua aspettativa viene delusa, e questo la irrita, la infastidisce. E cosa succederà se le cose non vanno come lei crede? Ad esempio, in rapporto al giorno in cui parlerà anche a scuola, che reazioni immagina, cosa pensa che possa succedere? E se non andrà così? Bisognerà lavorare sugli scenari, sulle aspettative, sulle possibili conseguenze. Pre-vedere: vedere prima, appunto. E accettare anche delle possibili sbavature, a proposito di imperfezione. 
Questa storia della perfezione mi ha fatto pensare molto su me stessa. 
Complice la domanda della psicologa, che ha stimolato proprio la riflessione su di noi, su noi due genitori, a proposito di come ci percepiamo rispetto al rapporto perfezione/imperfezione, mi è subito venuto in mente, come un'improvvisa apparizione, un pensiero preciso. Che ho estemporaneamente esternato.
Il pensiero di aver interiorizzato, da sempre, in modo forte, la volontà di non deludere i miei genitori. Inaccettabile, inaffrontabile, inconcepibile, per me, il fatto di causare una delusione in loro. Provocherebbe in me un'immediata perdita di autostima. E infatti: mai una sigaretta, mai una canna, mai una sbronza. Le classiche sciocchezze che si fanno da giovani. 
"Ecco, invece io tutto l'opposto!" interviene prontamente il mio compagno, appena finisco di descrivermi.
"Ma è proprio per questo che funzionate come coppia!" mi viene in soccorso la dottoressa. E il suo commento è azzeccatissimo: è proprio così.
Interessante, parlarne durante le sedute. Vengono sempre alla luce un sacco di aspetti sorprendenti.

Nel frattempo, voglio cogliere il sensato consiglio della psicologa: quello di evitare di dare giustificazioni a tutti, a proposito del mutismo selettivo di mia figlia. 
Lasciar perdere, smettere di commentare la sua difficoltà o dare ogni volta spiegazioni a ogni persona che si approccia. Perché mi solleva da una fatica non necessaria. O meglio, da uno sforzo inutile. 
Non sono tenuta a spiegare sempre e comunque, né sono tenuta ad aggiornare costantemente tutti gli amici e parenti sui miglioramenti o sulle novità di Matilde rispetto alla sua parola in pubblico. 
Mi riferisco, ad esempio, all' episodio accaduto con la bidella dell'asilo. O al commento, stavolta da parte di una persona vicina a noi - che dunque sa perché gliene parlai - che, sull'onda dell'entusiasmo per aver sentito live la voce di Matilde, colta in flagrante perché voltata di spalle, si è lasciata sfuggire il più classico dei classici: 
"Ma allora ce l'hai, la lingua!" 
Certo. La lingua ce l'hanno tutti gli esseri umani e anche animali di questo pianeta. E' una parte anatomica. Semmai, dì: la voce. Ma la lingua no. Ancora con questa lingua. 
Mi sento stanca. Stanca di ricevere piccole delusioni. Ma come? Anche tu, che lo sai? Tu che sai di cosa si tratta? Allora non serve a nulla, parlarne. 
Ecco: come dicevo, questo lasciar perdere lo farò, nel tentativo di alleviare il carico di concentrazione attorno al problema. Spostare l'attenzione dal mutismo, come dicevamo. Per viverla più serenamente possibile. Per trasmettere ancora più tranquillitàA me. A lei. A tutti quanti intorno.
Per farle sentire che comunicare è bello, ma non importa quale canale si utilizza. Non deve essere per forza solo la parola. Adesso ti riesce così. Va bene. Andando avanti potrai sentire più forza, più coraggio, meno agitazione, meno paura. Potrai avere più strumenti: la scrittura, i messaggi. 
Quando sarai pronta per farlo, sarà bello scoprire che nessuno ti considera strana, nessuno ti deride, nessuno ti giudica
Vai, dolce Matilde: sicura e forte come un piccolo grande dinosauro.






domenica 4 dicembre 2016

Chiedimi cosa mi piace

"Oggi ho fatto io l'appello a scuola".
"Davvero, Matilde? E come hai fatto? Chiamavi i bambini? Parlavi?"
"No, facevo così!" 
Mostra il gesto. 
Poi aggiunge: "Sai che ho iniziato a parlare all'orecchio con Amira?"
"Davvero? Brava! E ti piace?"
"Sì!"
Matilde l'ha detto orgogliosa, come a sottolineare la soddisfazione di un successo personale.
E l'ha ripetuto anche ai nonni, qualche giorno dopo. Li ha voluti informare della sua piccola grande conquista
Sì, me lo ha confermato anche la maestra. E' stato dopo che lei è venuta a trovarci a casa nostra, un pomeriggio dopo la scuola. La mattina seguente Matilde in classe era più sciolta, ed era tutto un parlare all'orecchio di Amira ed Emma. 
Sono convinta che abbia avuto un effetto positivo, la visita della maestra. Insieme allo scambio di messaggi vocali con la sua amica del cuore. 
Ce n'è uno in particolare, dove Amira esprime tutta la sua autentica incredula felicità. In risposta al primo saluto telefonico di Matilde, l'amica scoppia in un: "Ma sei stata brava, Mati! Io ti... io... io... sono felicissima con te! Brava! Ti voglio tanto tanto bene."
E aggiunge: "Mati, mi devi fare poi una promessa: che mi fai sentire la tua voce."
Un'amica che crede in te, a cui ti puoi affidare, che si emoziona con te, è una cosa bellissima. E' tutto.
Questo legame può esserle davvero d'aiuto. Chissà. Me lo auguro. 
Ecco, vedi. L'ho augurato a me. Invece no. Glielo auguro. 

Siamo stati al secondo colloquio con la psicologa che ha iniziato a seguirci. 
Le abbiamo raccontato di com'era andata dopo il precedente incontro, delle risposte di Matilde all'esercizio sulle emozioni, di come si possa anche andare all'estremo nell'immaginare le conseguenze di quello che potrebbe succedere quando parlerà. 
Sarà interessante vedere anche un altro aspetto: come reagisce quando le cose non vanno come si immagina lei. Lei con il suo doversi sempre sentire autorizzata a. 
Per dire. Si alzava per prendere il pane, dopo che la maestra aveva interpretato il suo desiderio di averne un altro pezzo. Arrivava fino al cesto, si fermava. Immobile, non allungava la mano per prenderne uno, no. Solo quando la maestra faceva un cenno per spronarla, lei ne prendeva finalmente uno. 
Quale altro bambino aspetterebbe, invece di accaparrarsene subito tre o quattro pezzi? Quale altro bambino riuscirebbe ad auto-contenersi in questo modo?
L' auto-disciplina di Matilde è una caratteristica stra-ordinaria. Fuori dal comune. 
La psicologa ci ha poi dato un altro libro, da leggere insieme a nostra figlia. 
Titolo: Chiedimi cosa mi piace.
Spesso infatti ci dimentichiamo di farlo, non lo chiediamo. 
Troppo impegnati a proporre cose da fare, anziché ascoltare le preferenze dei nostri piccoli. 
Dare spazio ai loro pensieri, alle loro idee.
Lasciarli esprimere.
L'esercizio, stavolta, era quello di provare poi a chiedere a Matilde cosa piace, e cosa pensa che piaccia alle sue amiche. 
Così, a casa, dopo averlo letto, glielo domando. Lei risponde: a me piacciono gatti e pappagalli. E ad Amira? Non lo so, mi dice. Allora colgo l'occasione per suggerirle di provare a chiederlo, ad Amira, cosa le piace. Poi domando: e Amira sa che a te piacciono gatti e pappagalli? No, mi fa. Di nuovo propongo: allora prova a dirglielo, così potete giocare con le cose che vi piacciono, oppure scambiarvi i giochi e divertirvi insieme.
Domani racconteremo alla psicologa di com'è andata questa seconda lettura.

E racconterò anche di un piccolo confronto faticoso.
Quello che ha riguardato l'intromissione piuttosto fuori luogo da parte della bidella, proprio il giorno in cui la maestra mi riferiva del passo avanti di Matilde nel parlare all'orecchio alle amiche. 
Quel giorno andai a prenderla all'uscita e, mentre le infilavo il giubbotto per uscire, la bidella si avvicinò a noi due come mai aveva fatto prima ed esclamò: "Ma tua figlia è proprio furba! Io lo so che parla, me l'ha fatto sentire la maestra!"
E io, cercando di deglutire il disagio provocato da quella domanda sbagliata e inopportuna, risposi, davanti a mia figlia: "Ma non è furba. E' che vorrebbe ma ancora non riesce qui a far uscire le parole. Più avanti, quando se la sentirà, lo farà anche a scuola. Vero, Mati?"
Cosa vuoi rispondere con tua figlia lì accanto? Spero di aver usato le parole giuste, o le meno sbagliate. Però che fatica dover ripetere e spiegare e giustificare! 
E' una fatica emotiva. Un equilibrismoUn elefante che prova a muoversi evitando di urtare le porcellane. 
Qualcuno, sul gruppo Facebook di A.I.Mu.Se., una volta fece notare come molti, quando trattano di mutismo selettivo, si concentrino sulla parola mutismo, quando invece il concetto fondamentale è quello della selettività.
E' quella, la chiave di lettura. 
Si crede di poter riuscire a sbloccare i bambini muto selettivi raccomandandosi con loro di comportarsi nella maniera attesa, senza però considerare che loro non cominceranno certo a parlare perché siamo noi a pregarli di farlo. 
Lo faranno quando si creerà quella situazione di rilassatezza, di naturalezza - perché parlare è una cosa naturale - in cui saranno talmente a loro agio che verrà da sé, senza richieste, senza preghiere, senza raccomandazioni. 
Sposteranno finalmente l'attenzione da questa etichetta ingombrante, quella di "bambini che non parlano". Che è quello che in genere gli altri si preoccupano di sottolineare e di far continuamente notare. 
Perché la selettività, infatti, non è riferita alle persone. Non sono questi bambini a decidere con chi parlare e con chi no. 
La selettività è riferita alla situazione
E' il contesto ad attivare o meno il blocco. Prova ne è il fatto che anche con me a volte il canale verbale si interrompe, quando si sente maggiormente agitata o a disagio in una particolare situazione comunicativa.
Se si cominciasse a capire questo, sarebbe già un buon lavoro fatto.






venerdì 25 novembre 2016

L'inondazione

"E il giorno che parlerai a scuola, Matilde, come ti immagini che sarà?"
Davanti al libro aperto sulle emozioni spiacevoli rappresentate in nove figure mostruose o catastrofiche, lei mi indica quella corrispondente all'inondazione.
"Sarebbe come un'inondazione? Ho capito. Ti immagini allora come se ci fosse tanta acqua che invade tutti gli spazi. Beh, magari invece sarà soltanto come svuotare una bottiglietta d'acqua in un bicchiere. Una sensazione di benessere e freschezza, come quando si beve un bel bicchiere d'acqua dopo che si aveva tanta sete".
Il tema dell' acqua ritorna.
Per curiosa coincidenza, ci accompagna.

Questo era il "compito a casa" assegnatoci dalla psicologa durante il nostro primo incontro.
Piccole emozioni e grandi emozioni. Prendere un' emozione che sembra diventare troppo grande, troppo intensa, troppo spaventosa, e da cui ci si può sentire sopraffatti, come una forte rabbia, una grande paura, un fastidioso dolore - rappresentabili come un'eruzione, un incendio, o un'inondazione appunto - e renderla piccola, accettabile, positiva.
Dopo aver letto un paio di volte a Matilde la storia di "Uno scricciolo di nome Nonimporta", ho colto al volo - per fare questo esercizio, chiamiamolo così - l'occasione di un fatto avvenuto proprio quel pomeriggio. 
Festa di compleanno di una sua compagna. Giochi, torta, regali. Bimbi. Tanti bimbi. Matilde corre e rincorre le sue amiche nel grande salone affittato per la festa. Poco prima di andarcene, mi fermo a chiacchierare con un'altra mamma e la perdo di vista. 
Dopo un po', me la vedo tornare in lacrime, accompagnata da un papà e dalle sue amiche. "Che è successo?"
"Dice che suo fratello l'ha spinta", dichiara l'uomo.
"Ma noi non abbiamo fratelli maschi", preciso.
"Mio fratello! E' stato mio fratello!" interviene una delle due amichette.
"Ah, adesso ho capito".
Consolo Matilde più e più volte e, mentre siamo in bagno a rinfrescare il suo faccino triste e a controllare il suo ginocchio lievemente sbucciato per la caduta, le dico: "Sai, ci sono bambini che sono più attenti, più bravi, più educati, e altri che sono meno attenti, meno bravi e meno educati. Se il bimbo che ti ha spinta non l'ha fatto apposta, deve fare più attenzione la prossima volta; ma se invece lo ha fatto di proposito, bisogna dirglielo di non farlo più. Bisogna imparare a dire basta! non farmelo! così capisce anche lui che sta facendo una cosa sbagliata".
In questi casi non so mai se faccio bene o faccio male, non so mai come comportarmi nei confronti dell'altro soggetto coinvolto, se farlo presente ai genitori o lasciar perdere.
Però, anziché rimproverare gli altri, preferisco rafforzare mia figlia, parlare con lei, riflettere insieme sull'accaduto. Per darle strumenti, per farla crescere
Perché ci saranno sempre degli altri da cui doversi difendere, da dover affrontare. E io non posso pretendere di cambiare loro. Ma rendere più consapevole mia figlia, quello sì.
E così quella sera, approfittando dell'episodio accaduto alla festa, propongo a Matilde di fare un gioco. Lei mi segue. Prima di prepararci per la notte, ci mettiamo sul lettone io e lei, a rileggere la storia di Nonimporta. 
Dopo di ché, annuncio il gioco che faremo.
"Adesso Matilde, guarda queste immagini. C'è un temporale, una nebbia fitta e spaventosa, una valanga, un vulcano in eruzione, un mare in tempesta, un orribile mostro, un incendio, un terremoto, un'inondazione. Quando oggi pomeriggio alla festa sei stata spinta da quel bimbo, come ti sei sentita? Come immagini di esserti sentita, dentro di te? Ti immagini un'emozione come un temporale? O come un mare in tempesta?"
Indica l'immagine della valanga.
Proseguo subito chiedendole la stessa cosa per quando aveva perduto a scuola il suo giocattolo pappagallo. E mi segna il vulcano.
Introduco la terza e ultima domanda, quella citata all'inizio, su quando parlerà a scuola. E mi mostra l'inondazione.
Allora comincio a ridimensionare.
Sì, a volte può sembrare una valanga che travolge, ma magari è soltanto un... panettone che si sbriciola.
Sì, a volte può sembrare un vulcano che erutta, ma magari è come un... tappo di spumante durante una festa.
Sì, a volte può sembrare un fiume che allaga tutto quanto, ma magari è invece... come versare un po' acqua da una bottiglia in un bicchiere. 
Ammetto di aver maldestramente improvvisato. E non so se ho detto cose giuste o sbagliate.  
Ho notato che Matilde mi ascoltava con attenzione. Ma quale effetto avrà avuto?
Finito l'esercizio, il test, o come vuoi chiamarlo, la consegna era quella di chiudere lì l'argomento, e tornare a fare le attività abituali, senza più parlarne. E così ho fatto.
Vediamo al prossimo incontro cosa ci dirà la psicologa.
E vediamo se saremo capaci di surfare su tutta quest'acqua.




giovedì 17 novembre 2016

SCRIVIMI

Mandami una email a: chiara.mistri[@]aimuse.it
Attualmente sono la referente AIMuSe per l'Emilia Romagna.
Se vuoi ricevere informazioni, supporto, aiuto, oppure scambiare esperienze, segnalare testi, suggerire idee, entrare in rete e tenerti aggiornato sulle iniziative in programma, oppure anche solo condividere pensieri e sensazioni in merito al mutismo selettivo, scrivimi e sarò felice di poterti conoscere!
Ti aspetto!

N.B. nel digitare l'indirizzo email sopra citato, togli ovviamente le parentesi quadre! Io l'ho scritto in quel modo per scongiurare che programmi spam prelevino l'indirizzo dal blog, evitando così di ricevere posta indesiderata.