mercoledì 17 gennaio 2018

Piccoli P-assaggi

Matilde sta crescendo. E' grande.
Chiede, riflette, partecipa.
Ha voglia di conoscere, di essere coinvolta, di fare nuove esperienze.
E impara, aiuta, si entusiasma. 
"Mamma, cosa vuol dire questo?"
"Mamma, cosa stai facendo? Ti posso aiutare?"
"Mamma, vorrei andare a vederlo, l'acquario di Genova".
E' come sempre tutto graduale. Poco poco. Piano piano.
Un lento ma progressivo avvicinarsi. Scoprire, provare. 
Senza mai tirarsi indietro.
Ecco, Matilde non si nega, non evita
A danza, alle feste, alle recite scolastiche. 
Nonostante il silenzio. Nonostante la sua voce si nasconda, e la parola si arresti in gola. 
La sua risata è una melodia, i suoi urletti gioiosi risuonano nell'aria. 
Partecipa, si lascia coinvolgere, si lancia. Ne ha voglia. La sua voglia supera il disagio
Anche perché è sempre stata accolta da tutti. 
Arriverà il momento in cui il suo desiderio di comunicare non sarà più contenibile e travalicherà l'argine dell'ansia.
In questi ultimi mesi, dall'incognita dell'inizio della scuola ad oggi, di piccoli passi ne ha fatti eccome. E all'ultimo colloquio di fine novembre con le insegnanti, avvenuto in presenza anche della nostra psicologa, sono emersi segnali positivi di rassicurazione. Matilde è più serena rispetto ai primi giorni: non usa più la foto, quella dove siamo ritratti noi genitori, che le avevo dato nello zaino e che lei ogni giorno metteva sul banco, e non piange più per un bisogno che non riesce a esprimere o una difficoltà da comunicare, ma usa il quaderno e lo porta alla maestra, per mostrare dove le serve un aiuto. 
Al colloquio ci riferiscono anche che Matilde parla sempre più spesso all'orecchio di Giulia, e che in generale il suo inserimento con i nuovi compagni è stato positivo, anche grazie alle capacità delle insegnanti che hanno lavorato in questa prima fase proprio con l'obiettivo di creare un clima di accoglienza nella classe
Tant'è che ci siamo dati tempo fino a marzo per iniziare a stilare il PDP, il piano didattico personalizzato che servirà a individuare gli strumenti più idonei per la comunicazione di Matilde a scuola. 
Nel frattempo, in accordo con l'insegnante di italiano, continueremo a inviare le videoregistrazioni dei compiti di lettura o delle poesie da imparare. E anche questo, il fatto cioè che Matilde abbia accettato di farsi sentire - seppur in modalità differita - mostrandosi nei video all'insegnante, rappresenta una conquista non da poco.

Breve flashback.
Precisazione d'obbligo: in classe, la parola di Matilde è comparsa. 
Primi testimoni siamo stati noi, i suoi genitori e la sua sorellina. Sì, perché grazie alla grande disponibilità delle insegnanti e della vicepreside, abbiamo potuto accedere alla scuola un sabato mattina di metà novembre, in orario extrascolastico nell'aula vuota, sebbene la scuola fosse aperta e popolata da bidelli, docenti e studenti del cosiddetto modulo
Nella sua aula c'eravamo solo noi e Matilde con la sua macchina fotografica che, come previsto dai nostri piani, avrebbe dovuto registrare un video-documentario commentato da lei, da mostrare poi ai nonni. Non è andata così, perché ha preferito scattare diverse foto, anziché registrare dei video, ma alla fine ci è riuscita. 
C'è voluta una buona mezz'ora, prima di sentire la sua voce, sebbene non ci fosse nessuno oltre a noi. Notavo che quella voglia di cui parlavo, la voglia di comunicare, era forte: ad ogni mia domanda, ad ogni mia curiosità, rispondeva con un mugugno rauco a labbra serrate. E' stato soltanto quando infine le ho detto "Guarda Matilde che puoi dirmelo, tanto siamo solo noi!" che si è lasciata andare e ha fatto uscire la parola che teneva tra i denti. Quasi come se le avessi dato una sorta di permesso. Mi ha descritto le immagini affisse ai muri dell'aula, correggeva i miei studiatissimi errori fatti apposta per farmi correggere, e ha detto andiamo quando voleva andare. 
Curiosamente, è stato durante la nostra visita nei locali del bagno che Matilde ha pronunciato in maniera del tutto spontanea la sua frase più lunga. Avvicinandosi alla porta di uno degli scompartimenti, ha esclamato: "Guarda, mamma, c'è anche la chiave per chiudersi dentro!"

Tornando al periodo appena trascorso, periodo natalizio di feste e incontri, ci sono state diverse occasioni in cui Matilde ha dimostrato il suo entusiasmo nel partecipare, dalle recite scolastiche alle feste di compleanno, e in generale alle iniziative organizzate nel nostro tempo libero in cui l'abbiamo coinvolta.
I canti di Natale a scuola
Siamo andati a vedere lo spettacolino di Natale della classe di Matilde. Sul palco, i bambini di due classi prime, tutti vestiti di rosso con i loro cappellini stile babbo. In scaletta, la "Canzone delle vocali", e una serie di classici canti natalizi. Matilde è in prima fila, come vuole l'ordine di altezza, con una lettera "I" di cartoncino appesa al collo. Per la coreografia delle vocali nessun problema: ormai lo sappiamo che a Matilde piace muoversi e ballare, e anche al piccolo saggio natalizio della scuola di danza, aveva già dimostrato la sua nota bravura nell'esecuzione dei movimenti a tempo e ben coordinati. E' il momento di cantare. Nei giorni delle prove, le diedi un piccolo suggerimento: "Ehi, senti che idea: se non te la senti, puoi provare comunque a muovere le labbra, facendo finta di cantare, tanto in mezzo a tutti sembrerà che canti anche tu!". Zoomiamo sul suo viso col telefonino che riprende, e a tratti sembra proprio che faccia il labiale! Non un improvvisato bla-bla-bla, ma un seppur impercettibile labiale corrispondente alle parole del testo. 
Poi, viene il momento dell'augurio finale, ed ecco a cosa serviva la sua pettorina con la "I"! Sei bambini avanzano e vengono posizionati in riga, a formare con le loro letterine la parola "AUGURI". Al microfono l'insegnante annuncia: "Noi e i bambini vogliamo augurarvi un Natale pieno di..." ed ecco che il microfono inizia a passare di bocca in bocca, e tocca alla prima bambina con la "A", "AMORE!"; "UNIONE!" grida la seconda; "GIOIA!" la terza, e così via fino alla penultima che esclama la sua parola "RISPETTO!" e poi il microfono arriva alla bocca di Matilde... silenzio. Doveva dire: "insieme". Attimo di esitazione, poi a dirlo è la sua compagna di fianco, Karolina, che prende il microfono e lancia nell'aria il suo "INSIEME!". 
E' stato un azzardo, un rischio, anche una decisione piuttosto spregiudicata, da parte delle insegnanti, mettere Matilde in prima fila con la letterina, ma ne siamo contenti, è stato un cercare di cogliere una sfida, un farla uscire dalla sua zona di comfort, come si diceva. 
E quella parola, insieme, suona particolarmente simbolica: è come se Matilde e Karolina fossero unite nel lanciare proprio il messaggio che è contenuto in quella bellissima parola.
Il mago alla festa di compleanno.
Siamo stati invitati alla festa di compleanno di Bianca, la figlia di una mia amica ed ex collega, e siamo andati molto volentieri. Matilde non ha problemi con le situazioni di questo tipo: passata la prima fase che serve ad ambientarsi, la vedo sempre trovarsi a suo agio. Corre, ride, gioca, pur se silenziosa. 
Alla festa c'è un mago. Tutti i bambini radunati in semicerchio per assistere allo spettacolo. Iniziano le prime esibizioni, le gag, i trucchi, la giocoleria, le magie. Il mago chiama in scena alcuni bambini per i suoi numeri. Matilde viene coinvolta ben due volte. La vedo alzarsi dalla sedia senza esitazioni e andare sotto i riflettori. E' sicura. La prima volta il mago fa tenere tra le mani dei suoi piccoli "assistenti" un bastoncino, in cima al quale lui posiziona il piatto rotante. La seconda volta, invece, il mago si mette a capofila e, a suon di fischietto, ordina una sequenza di movimenti e gesti buffi, che i bambini devono ripetere imitando le sue mosse. 
Un'altra piccola sfida, per Matilde. Sì, perché salire sul "palco" del mago significava assumersi il rischio dell'ansia per l'ignoto: il mago le avrebbe potuto chiedere di pronunciare il suo nome, come può spesso verificarsi in queste occasioni, oppure le avrebbe potuto chiedere qualsiasi altra performance vocale, "Dì la parola magica!" ad esempio, come ha effettivamente chiesto alla bambina coinvolta in un'altra scenetta.
Sono questi, gli impercettibili passetti in avanti ai quali mi riferivo più sopra. 
E mi rendono felice e orgogliosa per lei.
La cena di classe in pizzeria.
Anche in questa occasione ho visto Matilde molto disinvolta, e soprattutto c'era Giulia, la sua amica speciale, la sua confidente. Affiatate, complici, spensierate, più volte ho sorpreso le due amiche appartate, con Matilde che sussurrava all'orecchio di Giulia le sue parole.
Soltanto una volta sono intervenuta, sostituendomi ancora una volta alla voce di mia figlia, quando l'animatrice, che quella sera intratteneva i bambini nella saletta giochi del locale, ha giustamente chiesto il nome a tutti, nel classico circle time tra i bambini seduti in cerchio. Arriva il turno di Matilde ma, ancor prima che io possa rispondere per lei, il suo silenzio è subito riempito dalla voce di una compagna di classe, ed ex compagna di asilo, che squilla il solito: "Lei non parla!
Inghiotto ancora una volta il mio fastidio e, rivolta all'animatrice, rispondo soltanto pronunciando "Matilde".
Nel caos della festa, non mi sembrava quello il momento per le spiegazioni sul mutismo selettivo, e ho lasciato cadere ogni tipo di commento. Anche perché tutto sommato l'animatrice mi è sembrata persona di discreta comprensività, necessaria per gestire con il giusto tatto e buon senso a situazione. 
Ma in realtà ho sempre il dubbio su come dovermi comportare in questi momenti, non so mai se faccio bene o male, non so mai esattamente cosa devo fare, e in sostanza a fregarmi è l'immediatezza della situazione, che mi coglie sempre impreparata.
Fare nuove esperienze.
Siamo andati, per il ponte dell'Immacolata, a fare una giornata sull'appennino modenese, a visitare un paesino vicino a Zocca, dove allestiscono, lungo le vie del borgo antico, una serie di originali presepi. A Matilde è piaciuto molto, forse anche perché purtroppo noi non lo facciamo d'abitudine, di andare a fare brevi gite fuori porta. Cosa che invece io ricordo piacevolmente nella mia infanzia, quando di frequente coi miei genitori e un gruppo di amici di famiglia si andava a visitare posti nuovi, a mangiare fuori, a stare assieme. 
Quel giorno abbiamo anche incontrato casualmente, in giro per gli stessi luoghi, un paio di vecchie e nuove conoscenze, anche loro coppie con figli, e abbiamo così potuto condividere, sia noi grandi che i nostri piccoli, l'allegria di quella giornata.
Capisco che a Matilde è rimasto impresso e che le è piaciuto. Il giorno dopo, mi mostra il disegno che ha appena fatto: un paesaggio di montagna, con il sole al tramonto e le case sulle colline, suggestivo proprio come quello appena goduto.

A presto con ulteriori aggiornamenti, che riguardano Matilde e la nonna paterna...



sabato 2 dicembre 2017

Amore e comprensione

Ho capito.
Ho finalmente capito. Perché l'ho provato.
E' proprio così: puoi rifletterci anche molto, analizzare, studiare, anche in estrema profondità. Ma finché non lo provi, finché non lo senti dentro, finché non lo vivi, la comprensione resta qualcosa di incompiuto, di incompleto.

Avevo parlato qui della paura di sbagliare. 
Di come i disturbi d'ansia, tra cui il mutismo selettivo, affondino le loro radici nella paura legata a una particolare situazione, una prestazione attesa o richiesta, una prova da superare.  
In generale, la paura non è sbagliata, anzi è un prezioso meccanismo che ci fa allertare di fronte ai pericoli e agli imprevisti, e ci fa prendere le decisioni con maggiore prudenza, senza rischiare di andare incontro a conseguenze negative.
Ma in questi casi la paura non è sana: è una paura paralizzante. Una paura che ti congela, che ti fa sentire completamente bloccata.
Mi sono sentita esattamente così, io, sul luogo di lavoro. L'ennesimo nuovo lavoro, che quest'anno sto imparando a fare. Ne ho già cambiati tre in otto mesi, e alla fatica di ricominciare daccapo in un nuovo ambiente, con altri colleghi e altre mansioni, stavolta si aggiungono ulteriori elementi di difficoltà: la mia totale inesperienza nel ruolo, abbinata all'insufficiente formazione ricevuta e all'assenza di affiancamento precedente. 
I primi giorni di lavoro mi sentivo quindi come fossi salita su un treno in corsa che dovevo guidare senza conoscere i comandi. Ovviamente, sbagliando molto spesso. La possibilità di commettere errori l'avevo messa in conto, in fondo è qualcosa di fisiologico nei primi tempi, e come previsto si è verificata. 
Quello che non potevo mettere sul piatto della bilancia era il fatto di trovarmi di fronte ai modi spesso ruvidi del capo. Questa modalità, questo atteggiamento, su di me ha un effetto negativo: mi mette in estrema soggezione, mi fa andare in ansia e mi blocca, per la paura di sbagliare. Così si innesca inevitabilmente un corto circuito: quando si tratta di qualcosa sulla quale sono incerta - ma persino nelle cose che so fare - il fatto di farla sotto la sua osservazione, anziché rassicurarmi, mi manda in confusione, e la paura di sbagliare mi fa sbagliare davvero. 
Quindi, la mia performance risulta sempre negativa. 
Non sto a raccontare le serate in cui rientravo a casa dal lavoro in lacrime. Frustrata dalla sensazione di sentirmi sbagliata, inadeguata, mortificata. Pensavo di non riuscire ad andare avanti così. Ero veramente demoralizzata e stavo valutando la possibilità di abbandonare. 
Poi, la svolta.
E' bastato lo scambio, il confronto coi colleghi, a farmi capire che non era così, che non ero io ad essere sbagliata, che la cosa andava rivista da un'altra prospettiva. 
Allora mi sono tranquillizzata, e mi sono detta che posso farcela.
E ho capito una cosa fondamentale: è tutta una questione di tempo.
Devo solo darmi il tempo necessario per conoscere e affrontare nel giusto modo la situazione.
Questa esperienza mi ha fatto riflettere sul mutismo selettivo: allora è così che ci si sente quando l'ansia blocca tutto. Un vero sconvolgimento, a tal punto che in quei momenti stentavo anche io a riconoscermi. Io non sono così. Non sono quella
Perché succede così? Perché ci si blocca? 
Non lo so. Non lo so io, che sono adulta. 
Figuriamoci un bambino con mutismo selettivo: sente solamente il cuore palpitare, un forte disagio, la pancina in subbuglio, ma sicuramente non ne sa il motivo. E allora la fatidica domanda "Perchè non parli?" non può (ancora) trovare risposta, da parte sua. Ed ecco l'importanza di concedersi tempo. Tempo per entrare in relazione. Per costruire una relazione. Un clima sereno e rassicurante. Non oppressivo, non giudicante. 
Allora ringrazio questa opportunità. Mi è davvero servita, perché viverla mi ha permesso non solo di provare quella sensazione, di comprenderla veramente, ma anche di riflettere su quanto sia importante il ruolo che gioca il tempo. Per cui il vero, grande consiglio è quello di rispettare i tempi di ciascuno, e di cercare la chiave emotiva per entrare in relazione, nonostante il silenzio. 

Concludo con il richiamo al titolo di questo post.
Amare, amare i propri figli, significa comprendere i loro stati d'animo, le loro paure, le loro sensazioni. Senza volerle negare con la classica frase di rassicurazione "non preoccuparti, non c'è nulla di cui aver paura".
Qualcosa che fa paura c'è eccome, e quel qualcosa va accettato, compreso, normalizzato e superato.
Solo così si può affrontare e risolvere la questione. 
Non potevo che intitolarlo così, dopo aver ritrovato, proprio in questi giorni, alcuni miei vecchi quaderni di scuola, in particolare quello di materia alternativa
A nove anni, su quel quaderno, scrissi così:

"Secondo me l'amore e la comprensione sono due cose che si possono unire insieme perché se a una persona gli vuoi bene ed è in un momento di difficoltà riesci a capirla.
I miei genitori mi dimostrano amore e comprensione anche quando mi sgridano, perché secondo me lo fanno per il mio bene".

Ora ho una figlia a cui voglio più che bene ed è in un momento di difficoltà, e adesso riesco davvero a capirla.
In fondo, lo sapevo già da tempo.




giovedì 9 novembre 2017

Parole preziose

Fissare fatti, riflessioni, spunti ed emozionivissuti in questo nostro percorso, è il motivo per cui scrivo.
Condensare in poche righe quello che è successo nelle giornate appena trascorse è meno facile di quel che sembri, ma ci proverò. In due manches.

Iniziamo dalla notizia clou: Matilde ha iniziato a parlare nell'orecchio di una sua compagna di classe.
Ad un mese dall'inizio delle elementari, è già riuscita a creare un legame speciale con una delle compagne di classe che non fanno parte del gruppetto di bambini che erano con lei alla materna. 
Nonostante il suo completo silenzio, Matilde - ne ho conferma parlando sia con le maestre che con le altre mamme - è ben inserita nel gruppo e apprezzata dai compagni. 
Nessun cenno, in alcuna forma, al mutismo selettivo in classe, ed è sorprendente come anche per i compagni stessi questa sua difficoltà non rappresenti evidentemente né una diversità né un problema, almeno per come è adesso la situazione.
Ecco, due settimane fa, per la prima volta Matilde ha parlato nell'orecchio di Giulia, e l'amica era contentissima. Il papà indagatore, in maniera fintamente disinteressata, prova a chiederle che cosa abbia detto all'orecchio della compagna. Lei resta vaga e misteriosa, dice che si tratta di un segreto, che non lo deve sapere nessuno.  
Alla sera, rientro dal lavoro facendo finta di nulla, voglio rispettare il suo riserbo e attendere che sia lei a parlarmene o approfittare di quando l'argomento verrà accennato. 
Credo che lo stimolo a parlare all'amica nell'orecchio sia scaturito dalla conversazione che io e Mati avevamo avuto la sera precedente. Lei voleva inviare un messaggio a Giulia tramite il mio cellulare, allora le proposi di dirle un bel "Ciao Giulia, sono Matilde!" ma si rifiutava. Così rilanciai con "almeno un Ciao" insieme a un bacino, visto che ancora non ci eravamo presentate via telefono a Giulia, mentre con altre sue amiche ci messaggiamo da più tempo. Niente da fare: l'unica concessione di Matilde sarebbe stata solo uno schiocco di bacio. Poi, guardando l'orario, quella sera era davvero troppo tardi, allora chiusi l'argomento dicendo "magari lo facciamo domani, perchè adesso la tua amica starà già dormendo". 
Molto probabilmente Matilde ci ha pensato su, e può essere che proprio in seguito a questo abbia deciso di provarci.
Sono davvero contenta per lei, è un primo passo molto importante.
Quella che ci è rimasta male è stata proprio Giulia, quando tre giorni dopo all'uscita da scuola ha visto che Matilde era stata invitata da Amira, sua storica amica della materna, per un pomeriggio a casa sua. L'amica "tradita" ha pianto per tutto il tragitto, mentre le altre due si incamminavano a piedi. 
Cose che càpitano, me le ricordo bene anche io, quando le ho vissute da piccola. Rimedieremo presto con un invito per lei a casa da noi.

Versante docenti. 
Sempre a un mese dall'inizio della scuola, ho avuto il primo colloquio con le insegnanti, conoscendo finalmente quella di italiano, che era subentrata a lezioni già avviate.
Siamo davvero fortunati: quello che ho trovato è estremamente positivo, due persone molto disponibili, comprensive e dolci. 
Abbiamo approfondito le notizie su Matilde e sul suo mutismo selettivo. E parlato del PDP, il Piano Didattico Personalizzato, un documento che la scuola ha facoltà di attivare in tutti quei casi - in cui rientra anche il nostro - in cui si riscontra un BES, ovvero un bisogno educativo speciale. Lo si redige in qualsiasi momento dell'anno scolastico, insieme alla famiglia, che poi lo firmerà, individuando con l'aiuto degli insegnanti, e di eventuali specialisti che conoscono il caso, tutte quelle strategie didattiche necessarie ad affrontare al meglio il problema. Per noi è ancora presto in questa prima fase, le insegnanti si prendono un po' di tempo per conoscere meglio Matilde, e poi siamo ai primi passi dell'inizio delle elementari, quindi ci sarà modo di riprendere il discorso più avanti. 
Ho consegnato loro anche il Kit ècole, la guida pratica che A.I.Mu.Se. mette a disposizione per genitori e insegnanti, scaricabile direttamente e gratuitamente dal sito dell'Associazione. Contiene vere e proprie schede semplici di attività didattiche e ludiche, che si possono fare in classe coinvolgendo tutti i bambini, passando progressivamente dall'utilizzo di suoni prodotti con la voce, fino alla verbalizzazione vera e propria. 
Spero che possano mettere in atto queste piccole strategie di supporto.
Infine ho proposto alle insegnanti un suggerimento della psicologa, che ormai da un anno ci segue: far fare a Matilde un filmato della sua aula e degli spazi scolastici che vive quotidianamente, in un momento in cui si possa accedere all'edificio in orario extrascolastico, così che lei, insieme a noi genitori, possa familiarizzare con l'ambiente e sentirsi più sicura e serena, con l'obiettivo di favorire la comparsa della sua voce in quel contesto. 
Le insegnanti si sono mostrate entusiaste e disponibili e, seguendo le loro indicazioni, sono andata a parlarne con la vicepreside, che avevo già conosciuto l'anno scorso, quando mi ero presentata in qualità di referente regionale A.I.Mu.Se. per proporre l'organizzazione di incontri formativi sul tema, e lei, riconoscendomi immediatamente, mi ha dato piena disponibilità per concordare un giorno in cui poter realizzare questo piccolo progetto. 
A Matilde ho spiegato - questo è il pretesto ufficiale - che potremo andare un giorno in cui non c'è lezione a fare un video per i nonni, che non hanno mai visitato l'interno della scuola, così potrà mostrare loro e descrivere, attraverso il suo piccolo "reportage", il percorso che fa tutti i giorni per andare in aula, e poi in mensa, e anche in palestra. 
Tra una decina di giorni ci proveremo, e scriverò qui come sarà andata. 

Infine, i compiti.
Eh sì, ci tocca. Siamo appena entrati nel lungo tunnel dei compiti e delle verifiche. 
Ma per adesso, ci va ancora bene. Il massimo della difficoltà è una breve poesia da imparare a memoria. 
Che vuoi che sia. 
Mmmhhh. Poesia hai detto?
Come facciamo, noi? Come fa, Matilde?
Non tanto a impararla, quanto a ripeterla in classe.
Ci sono: faremo la videoregistrazione! 
In un mese ne hanno già assegnate tre: una sui nonni, per la loro festa, una abbastanza lunga sui cinque sensi, per il compito di scienze, e una sul fantasma golosone, per Halloween. Ripeterla e registrarla non è stato sempre così semplice per Matilde, soprattutto con quella più articolata sui cinque sensi, ma alla fine ce l'ha comunque fatta. 
Per quel giorno, ho avvisato l'insegnante scrivendo sul quadernino delle comunicazioni che Matilde aveva svolto il compito preparando una videoregistrazione in cui recita la poesia. E che, ai fini della valutazione, sarei stata disponibile a inviarglielo. 
L'insegnante di italiano - che fino allora non avevo ancora avuto modo di conoscere - mi risponde, sempre per iscritto, ringraziandomi per aver condiviso con lei le notizie su Matilde - le avevo accennato alla situazione, non sapendo se ne avesse già parlato con la collega di matematica, informata in precedenza - e dicendomi che non avrebbe avuto bisogno delle videoregistrazioni per verificare Matilde: "è brava, si vede già".
Qualche giorno dopo, al colloquio con le insegnanti - di cui ho parlato sopra - propongo di mostrare il video della poesia. Entrambe sono state contente di sentirla e colpite dalle sue capacità linguisticheCosa ovvia e scontata, per me. Per noi. Noi quattro. Mamma, papà, nonno e nonna. Che conversiamo con lei, sempre. Da sempre.
La psicologa ci ha detto che abbiamo fatto bene, a mostrare il video. Che era necessario, per le maestre. Perché un genitore che riferisce una problematica, la sua versione del problema, in sostanza, si tratta della sua parola, certo, ma fino a che punto attendibile, per le insegnanti? Quanto esagerata? O quanto sminuita? Un genitore a volte può avere una percezione del problema non proporzionata rispetto alla realtà. Ingigantita o sottovalutata. 
In questo modo, loro hanno potuto verificare coi propri occhi - o meglio, orecchie - le parole di Matilde. La sua viva voce.
La psicologa ci ha anche consigliato di suggerire alle insegnanti di non "saltarla" nell'eventuale "interrogazione" sulla poesia. Di non dare per scontato che non la dirà, dispensandola così dalla richiesta di recitarla. Come per qualsiasi altro alunno, anche a Matilde potrebbe capitare di essere interpellata dalla maestra. In questo modo, le si lascia comunque la possibilità di scegliere se provarci, e dirla, oppure no, se non se la sente. 
Tutto questo l'ho diligentemente annotato sul famoso quadernino per comunicare con le insegnanti. "Ok, sarà fatto!" mi scrivono. 
Di fatto, però, non è successo.
"Matilde, ti hanno chiesto oggi la poesia?"
"No."
"A chi l'hanno chiesta?"
"Non mi ricordo."
Va bene, pazienza. 
Alla terza poesia assegnata come compito, puntualizzo nuovamente sul quadernino che Matilde l'ha svolto preparando un altro video.
Stavolta, una sorpresa: l'insegnante di italiano mi risponde che sì, se ci fa piacere possiamo inviarglielo al numero di telefono che scrive accanto. 
A me fa piacere eccome, questa ulteriore dimostrazione di disponibilità, per la quale non smetterò di ringraziarla. Così, il giorno dopo, sabato scorso, le scrivo subito un messaggio sul telefono, annunciando l'invio del video. 
Poi, immediatamente mi blocco. 
Mi viene in mente all'improvviso che forse no, devo prima chiedere il permesso a Matilde. Voglio fare le cose nel modo più giusto, e chiedo allora il suo consenso. 
"Matilde, che ne dici se inviamo alla maestra il video della tua poesia?"
Lei non è d'accordo. A dire il vero non me l'aspettavo, non avevo previsto questo suo veto
Lì per lì non insisto, ma mi ripropongo di provarci più tardi.
Alla sera, rientrati dal pranzo coi parenti, torno sull'argomento. E non mollo, vado a fondo. Voglio sapere il motivo
Dopo mezz'ora di tentativi - perché ci ho messo mezz'ora a cavarle fuori le parole con le pinze, ma anche con estrema delicatezza e cautela, non sapendo come potesse prenderla - ecco, dopo mezz'ora, scopro finalmente il perché del suo rifiuto: 
"Perché non voglio che la maestra mi senta."
Allora provo a rassicurarla, ripetendole più e più volte questo: "sai, Matilde, io ho parlato con la tua maestra, e lei sa che sei brava, ha visto che fai le schede e i lavori con impegno e bravura, sa che a volte la voce si nasconde ma che non ci sono problemi, per adesso va bene così, facciamo come abbiamo sempre fatto, e poi quando te la sentirai potrai parlare a scuola senza problemi, quindi stai tranquilla, che il compito della poesia era solo perché la maestra vuole insegnarvi a memorizzare le cose, è un allenamento della memoria che vi servirà tanto quando studierete le cose più avanti, e allora ha chiesto ai bimbi la poesia per vedere se avete tutti imparato a ricordarvela, e poi non devi preoccuparti perché l'hai detta benissimo e sei stata bravissima..."
Ce l'avrò fatta?
Tengo incrociate le dita e le chiedo: "Allora, Mati, possiamo inviare alla maestra il video della tua poesia?"
"Mmm. Oggi no. Domani no. Che ne dici, mamma, se gliela inviamo dopodomani?"
"D'accordo, aggiudicato per dopodomani. Dammi un cinque!"
All'insegnante il video l'ho mandato poco dopo, corredato dello spiegone di com'era andata la "trattativa" dopo il rifiuto del consenso. 
"Salve Chiara, 
grazie per avermi inviato il video, ammetto che sentirla per me è un'emozione.
Grazie anche per avermi spiegato tutto. 
Ho compreso bene la situazione e, nel rispetto di Matilde, riconfermo come già scritto sul quadernino che non ho bisogno di sentire la filastrocca per sapere quanto è brava.
Non vorrei mai sforzarla in questo, ma aiutarla nel superare i suoi timori. 
La mia porta comunque rimane aperta, Matilde può inviarmi i video quando vuole, anche "dopodomani" :-) .
Vi auguro una buona serata."
E con questo messaggio si preannunciano serate, ma soprattutto giornate, buonissime. 









venerdì 13 ottobre 2017

Intermezzo

Siamo nella cucina della casa di mia nonna - luogo della mia infanzia.
Matilde gioca tranquilla per conto suo. 
Non siamo da sole: c'è qualcun altro della famiglia, anche se non realizzo bene chi.
E poi c'è lei. 
Lella Costa. Proprio lei, la nota attrice, scrittrice e doppiatrice. Una voce calda e inconfondibile - la voce del racconto, della favola, una voce materna
Si rivolge a Matilde. Le sta dicendo delle cose. Anzi, le pone delle domande.
Matilde la guarda, ascolta quello che dice, osserva quello che fa. 
In silenzio.
Lella Costa continua con le domande, incalzante, senza attendere la risposta. 
Ad ogni nuova domanda, si sposta. Passo dopo passo, si avvicina alla porta della stanza, allontanandosi da Matilde. 
Non solo: ad ogni domanda, la sua voce si abbassa. E insieme alla voce si abbassa anche lei stessa, fisicamente. 
Mentre si allontana, Lella Costa parla sempre più sottovoce, e si piega sempre più in basso. Ormai è sulla soglia della porta, completamente accucciata, che continua a domandare come una eco lontana. 
Vedo Matilde che non sa più trattenersi, comincia a bisbigliare parole, e alla fine le dice, le pronuncia, quelle parole. 
Le risponde a voce alta! 
Le parla!
Sì, ho sentito perfettamente quella dolce vocina che conosco così bene!
Quella che conosciamo così in pochi, e che adesso risuona libera nell'aria!
Mi commuovo e, mentre sorrido emozionata, Matilde mi guarda, e vedo nei suoi occhi la felicità dell'avercela fatta. La soddisfazione di aver vinto in quel momento la sua sfida!
Di aver vinto la sua paura. 

Poi mi sveglio.
E mi sembra tutto così reale, che ci credo davvero.




domenica 24 settembre 2017

La scuola è promossa

Proprio così.
A una settimana dall'inizio delle elementari, il bilancio per Matilde è positivo.
Le piace molto. Le piace di più di quella prima. E' sempre entusiasta all'uscita, e ci racconta tutto. 
Beh, tutto tutto no. Nemmeno io probabilmente dicevo ogni cosa a mia madre.
Diciamo che si mette a parlare ininterrottamente. Quando esce, è un fiume di parole. Come diceva quella canzone.

"Allora, Matilde, com'è andata oggi?"
"E' andata benissimo!"
"Bene. Senti, ma la maestra come ti sembra?"
"Brava."
"E i tuoi compagni?"
"Bravi, tutti bravi."
"E c'è qualche compagno o compagna che ti piace?"
"La bambina che mangia sempre la frutta a merenda."
"Ah si? Che brava! E come si chiama?"
"Emilia."
"E com'è? Come ha i capelli?"
"Con la frangia, corti fin qui, neri".
"Ho capito. E dov'è seduta col suo banco, in aula?
"Davanti a me, ma un po' spostata in là."
"Ok. E quando fate merenda vi sedete vicine?"
"No..."

"Sai, mamma, che oggi abbiamo visto una cavalletta?"
"Davvero? E dove?"
"Nel cortile della scuola, quando siamo usciti."
"Ah, quando facevate l'intervallo?"
"Sì. E poi un bimbo si era avvicinato per prenderla, ma non era riuscito a prenderla!"
"Ah si?"
"Sì, e poi c'era anche una coccinella..."

L'allegra confusione del primo giorno. L'emozione, il ritrovo coi suoi vecchi compagni, le foto ricordo, il ritiro dei libri. In mezzo a tanti nuovi incontri, riconosci altre mamme, conosci nuovi compagni.
Una sola nota stonata: la bidella che aveva al primo anno di materna. Che aveva già dimostrato i suoi modi alquanto bruschi e indelicati.
Ci vede passare, ci riconosce, ci saluta. Ferma Matilde e le fa:
"Matildeee ciaooo! Ma non hai ancora imparato a parlare con me???"
Ecco. Nella calca della folla, faccio solo in tempo a fulminarla con lo sguardo, ma mi riprometto di parlarle. E così faccio, proprio il secondo giorno di scuola, appena dopo aver accompagnato mia figlia. La blocco e le dico l'essenziale. Di non insistere nel farla parlare, perché è peggio. Di lasciarla stare. Va subito sulla difensiva: ma io volevo soltanto che mi salutasse... ecco, appunto. No.
Glielo dico tranquilla e col sorriso, ma ferma e decisa. Il suo feedback mi fa capire che ha capito il messaggio.
Con alcune persone è davvero più efficace dire giusto due parole, il succo del discorso, piuttosto che intavolare una dissertazione sul mutismo selettivo. 
Questione di limiti. Anzi, di sensibilità.

La maestra Filomena, invece, ottima. Abbiamo già fissato un colloquio tra un paio di settimane, per confrontarci sull'andamento di questi primi giorni di scuola. Di conoscenza reciproca. E' anche disponibile a collaborare con la nostra psicologa, con cui abbiamo un incontro proprio domani.
Pian piano, prendiamo il ritmo.
La preparazione dello zaino la sera, la sveglia alle sette, la colazione e il brevissimo tragitto da casa a scuola.
I piccoli rituali. Prendendo spunto dalla pagina Facebook della Dr.ssa Anna Biavati-Smith, una valida logopedista pediatrica sardo-britannica, che si occupa nello specifico di mutismo selettivo e collabora con A.I.Mu.Se., ho messo in pratica un paio di suoi consigli per calmare l'ansia del rientro a scuola.
Ricavare un benessere positivo attraverso una stimolazione sensoriale: quella visiva (attraverso una foto di qualche caro o un'immagine di qualcosa di piacevole), quella olfattiva (attraverso un cartoncino sul quale attaccare pezzetti di carta o cotone profumati con aromi graditi), quella tattile (attraverso alcuni materiali più o meno lisci o ruvidi, morbidi o duri, piacevoli per il bambino da toccare).
E così ho proposto a Matilde di mettere nella tasca interna del suo zaino una foto di mamma e papà, in modo da averci sempre con lei.
Un altro piccolo suggerimento è quello di utilizzare un segnale fisico per far sentire la propria vicinanza e trasmettere sicurezza: mentre si cammina per mano, si può stringere tre volte la mano del proprio figlio, come a significare "ti" "voglio" "bene". Una sorta di codice segreto di affetto e calore.
E anche qui l'ho coinvolta in questo piccolo rituale, concordando con lei il gesto e il suo significato, e lo sto facendo ogni mattina mentre la accompagno a scuola. Mi piace.

Venerdì mattina, mentre ci stiamo mettendo le scarpe per uscire, Matilde mi dice:
"Mamma, ho un po' paura della scuola."
"Cos'è che ti fa paura?"
"Quando mi lasci a scuola."
"Ma ti ricordi che hai la foto di mamma e papà nello zaino? Così è come se fossimo sempre con te!"
"Mmm..."
"Anche nell'altra scuola, Mati, i genitori non c'erano in classe. Eravate solo voi bimbi e le maestre in aula. I genitori non stanno a scuola."
"Mmm..."
"E comunque, Mati, quando ci salutiamo all'ingresso e tu vai nella tua classe, io continuo a guardarti, e vedo che sei sempre bravissima."
Vedo che si è rasserenata. Stavolta ho indovinato. Questa risposta le è andata meglio.
Che cosa può nascondere, però, questa paura che ha cercato di esprimermi? Proveremo a sentire il parere della nostra terapeuta.

E allora via. Si riparte.
E' ricominciata anche danza. Lo stesso corso che faceva l'anno scorso.
Nelle giornate di prova, però, ha potuto provare anche il corso dei più grandi. E le piace di più, è stata pure bravissima.
Testa-spalla, baby, one, two, three.
Altro che tagliatelle della nonna Pina.
Adesso si fa sul serio.
:-)


martedì 12 settembre 2017

Aspettando il primo giorno

L'incertezza si va dissipando. 
La nebbia si va dissolvendo. 
Si vede sempre più nitido.

La riunione a scuola c'è stata pochi giorni fa. Abbiamo conosciuto una delle due maestre, quella di matematica/scienze/geografia/musica (mentre quella di italiano/storia/inglese sta per terminare la sua dolce attesa e andrà in maternità per quest'anno; l'avranno dalla seconda in poi).
La maestra si chiama Filomena, e quello che ci avevano detto su di lei lo abbiamo visto confermato: è molto gentile, dolce e disponibile. Ci hanno detto che è anche brava e giusta. Ci ha spiegato un po' tutte le regole su come funziona entrata, uscita e mensa, e dato la lista dei materiali da comprare. Alla fine della riunione le abbiamo chiesto di poterle parlare dieci minuti. 
Rimasti soli con lei, le abbiamo raccontato di Matilde: si è dimostrata molto comprensiva e collaborativa, e ci ha rassicurati sul fatto che la aiuterà. Ci ha anche raccontato che in classe con suo figlio, che fa la quinta proprio nella stessa scuola, c'è un ragazzino che ha la stessa difficoltà, e fa tutte le prove e le verifiche in forma scritta. La nostra classe, come le hanno già prospettato, sarà abbastanza vivace - ci riferisce la maestra. Speriamo non sia troppo problematica da gestire, e che la confusione non metta troppo a disagio Matilde. 
Insomma, incontro positivo. Almeno abbiamo dato un'anima e un corpo a questa entità misteriosa che era LA maestra. Per ora sono contenta. E aspettiamo di vedere chi sarà la sua collega, ancora sconosciuta, sebbene manchino pochissimi giorni all'inizio.
Tornata a casa ho raccontato a Matilde che siamo stati nella nuova scuola a conoscere la nuova maestra, e che abbiamo visto la sua classe, insieme ai genitori dei nuovi compagni. Non faceva domande ma mi seguiva. Le ho spiegato che avranno un giardino interno tutto per loro, da cui si accede direttamente dalle portefinestre della sua classe, dove durante l'intervallo potranno giocare tutti insieme. Mi sono raccomandata, come ci diceva la maestra, sulla regola del bagno, che funziona diversamente da come era all'asilo.
"Bisogna chiedere il permesso alla maestra alzando la mano" le ho detto, e le ho chiesto di farmi vedere come si fa. 
Quella sera, finita la cena, dopo che abbiamo giocato e parlato di altro, le dico:
"Allora, tra poco ci sarà il tuo compleanno, e poi, dopo qualche giorno, comincia la scuola nuova. Come ti senti? Sei felice?" 
"Sì, sono felice" mi ha risposto. 
Bene così, per ora. 
Mi sento più tranquilla anche io.

E così ci siamo goduti il compleanno dei sei anni.
Abbiamo preparato una festa a casa nostra, invitando alcuni amichetti: quattro compagni di asilo, due dei quali saranno in classe con lei anche alle elementari (Alice e Mattia) e tra i quali c'era anche la sua amica del cuore (Amira). E poi il cuginetto di nove anni, e la figlia di una mia cara amica. 
Il pomeriggio è trascorso in allegria, Matilde era contenta e ha sempre giocato insieme ai compagni. Abbiamo organizzato qualche gioco per coinvolgerli. Uno di questi me lo sono inventata: il maxi gioco dell'oca, coi bambini come pedine. Il percorso e gli imprevisti nelle varie caselle li ho disegnati io, mentre Matilde ha colorato i soggetti e le figure. E' stato un lavoro impegnativo, ma mi è piaciuto realizzarlo insieme a mia figlia. La vedevo entusiasta e partecipe. In questo modo, l'attesa del giorno desiderato diventava più divertente e meno noiosa. 
Tutto è andato benone, secondo le regole di ogni compleanno: giochi, torta, regali, saluti. 
Molti momenti della festa sono stati ovviamente immortalati, e alla sera mi ritrovo a scambiare foto e video con le mamme dei partecipanti. E, in mezzo ai messaggi, me ne arriva uno che mi scalda il cuore.
E' della mamma di Alice, sua ex e futura compagna di classe.
"Grazie a voi dell'invito, si sono divertiti un sacco, anche Matilde ho visto che era sempre a giocare! Alice ha saputo oggi che Matilde sarà con lei a scuola, era contenta e mi ha detto: così io e Mattia l'aiutiamo se fa fatica a dire qualcosa!"
Buon inizio a tutti.
:-)



mercoledì 30 agosto 2017

Come l'aria

Mi rendo conto che sono talmente presa dalla quotidianità, tra lavoro, famiglia e casa, che non riesco a ritagliarmi il tempo che vorrei invece dedicare a questo spazio.
Per questo, i prossimi post saranno dei brevi flash di pensiero.
Così, come delle rapide macchie di pittura gettate sulla tela dall'artista. 
Tutte insieme, alla fine, formeranno il quadro.

Voglio appiccicare qui qualche mio pensiero sparso.
Perché questo è soprattutto un mio diario. Nostro. Mio e suo.
Si avvicina la fine dell'estate, ancora una volta, la fine di questa estate. 
E si apre la prospettiva di settembre, un nuovo inizio, pieno della sua curiosità e dei suoi dubbi.
In questo stato d'animo - un misto tra entusiasmo e timore - mi fermo a pensare, faccio il punto della situazione, confrontandomi col papà. 
Sappiamo entrambi che il suo silenzio non è nulla di così grave, eppure sarà una difficoltà. Sappiamo benissimo che deve fare lei il suo percorso verso la voce, ma vorremmo sentirci meno impotenti.
Sappiamo perfettamente che è un disturbo transitorio, ma inevitabilmente ci prefiguriamo come potrebbe essere lo scenario contrario.
Eppure siamo fiduciosi. 
Davvero - ci diciamo - basterebbe che Matilde si stancasse di trattenersi e si lanciasse in una chiacchierata, senza che nessuno la consideri. Lei parla e tutti fanno o pensano ad altro. Ah, che sollievo. Nessun riflettore su di lei. Nessuna attesa, nessuna aspettativa, che la fanno sentire bloccata.
Immaginiamo. 
A volte è vero, si tende a ingigantire ciò che è molto semplice. 
Ci vuole leggerezza, cosa che spesso ci dimentichiamo da qualche parte, forse perché ormai adulti.
Ecco: leggerezza
Che, come diceva Calvino, non è prendere le cose con superficialità, ma planare su di esse dall'alto, senza avere macigni sul cuore.