martedì 13 settembre 2016

Sul possibile comunicare

Com'è difficile anche con milioni di parole! 
Intendersi. Capirsi. Comprendersi.
Figurarsi senza. 
Eppure, passano molti più messaggi attraverso la gestualità, la postura, le espressioni, che non con il linguaggio verbale. Nel comunicare con l'altro, le parole rappresentano solo il sette per cento di quello che trasmettiamo. Tutto il resto viene, appunto, dal nostro corpo.
Ne usiamo così tante, di parole! Ma ancor prima di essere ascoltati, veniamo vistiDopo quella dell'homo sapiens, siamo ormai nell'era dell'homo videns, delle immagini che costantemente ci invadono, colpiscono la nostra mente e plasmano la nostra percezione. Il primato della vista su tutti gli altri sensi. Dopo secoli di oralità, di storie tramandate di bocca in bocca e ascoltate da generazioni, è infine con gli occhi che abbiamo imparato a catturare i messaggi più potenti. Dalla scrittura all'arte visiva.
La nostra comunicazione è quasi completamente centrata sulle parole. Non siamo abituati ad altri modi di relazionarci. Del resto, il linguaggio verbale è soltanto un codice, un sistema che ci permette di essere tutti d'accordo sul significato di una cosa, quando vogliamo indicarla o riferirci ad essa anche in sua assenza. Se però domani, ad esempio, venisse stabilito che per dire "acqua" si debba fare una pernacchia, in tutti i bar, attorno alle tavole, sulle spiagge, si sentirebbero solo delle lingue scorreggianti. Questione di convenzioni.
E così, abbiamo deciso di usare le parole. E' piuttosto comodo, in effetti. E solitamente, in una interazione tra persone, tutti quanti ci aspettiamo che ci si parli l'uno con l'altro. Funziona così. Ma quando non funziona, invece?
A volte osservo Matilde nei suoi momenti di silenzio, di mutismo. Selettivo, come sempre. Cioè quando il canale verbale di comunicazione si interrompe con tutti gli altri - tranne che con me, ma a volte anche con me - appena entra in una situazione di socialità dove l'espressione verbale è attesa e richiesta. 
Con il suo cuginetto di otto anni, ad esempio - con cui parlava fino a non molto fa, ma da qualche tempo a questa parte non più, e forse il perché ha come sempre a che fare con l'aspetto richiestivo nell'interazione - si è creato un diverso modo di comunicare. O meglio, hanno trovato un sistema per ovviare alla difficoltà di Matilde nel far uscire le parole. O perlomeno, una maniera per consentirle di rispondere alle domande che lui le porge. Per capire, insomma, i suoi bisogni e desideri. Cosa vuole in quel momento. 
"Matilde, vuoi restare qui o andare a giocare? Così è restare, e così è giocare. Quale scegli?"
Glielo dice mentre le mostra il solo dito indice alzato, corrispondente alla prima opzione, e successivamente le due dita messe a V, per indicare la seconda proposta. 
Matilde fa con la mano il segno della V. 
Ovvio, giocare.
E così ho visto fare anche da altri parenti. Pugno destro, prima opzione, pugno sinistro, seconda opzione. Scegli. Matilde indica il pugno corrispondente alla cosa desiderata. 
Da un lato, quando osservo la scena, mi viene da pensare che venga sminuita. Mi dico: non è che non capisce, mia figlia, è solo temporaneamente ammutolita. E mi chiedo: si sentirà svilita da questo metodo? Si sentirà trattata da stupida? E' che io non lo so, come si sente lei. Non lo posso sapere. E mi dispiace, non saperlo. 
Ma poi, dall'altro lato, penso che invece non sia così. Se funziona, perché no? Vedo che lei lo accetta tranquillamente. Anzi, magari le risolve il problema del non riuscire a parlare. Si sentirà forse sollevata dall'ansia del dover rispondere. Una soluzione accettabile. Un compromesso transitorio. 
Comunicare.
Si. Può. Fare. 






giovedì 8 settembre 2016

Conosci te stesso

Faccio qualche considerazione che esula un po' dal tema del blog. Ma forse neanche troppo.
Ho sempre scritto, a partire dall'adolescenza. Scrivo per me stessa, uso la scrittura come sfogo. E' proprio un bisogno, che sento. Far uscire i pensieri dalla testa, ché altrimenti mi si aggrovigliano dentro. Sono piena di fogli, cartacei ed elettronici, riempiti di pensieri sparsi. Una specie di auto-analisi. Che credo mi abbia salvato dai veri analisti.
Tutto ha avuto inizio, ora ne sono certa, con lo studio della filosofia. Nel triennio finale del liceo scientifico, il mio rapporto con questa materia è passato dall'essere inizialmente pessimo, ai nove in pagella degli ultimi quadrimestri. Merito gran parte dell'insegnante che subentrò alla prima professoressa, che pretendeva di farci "filosofeggiare". Ragazzi di sedici anni, nel pieno del loro sbandamento adolescenziale, che provano a disquisire sui problemi della conoscenza, su questioni esistenziali e ontologiche. Non ci riuscivo. Ero in profondo disagio. Rileggevo gli appunti, cercavo appigli sul testo. Niente, non trovavo connessioni, non inquadravo il discorso. La professoressa - seria, algida, severa - cominciò a incutermi paura, mi metteva in soggezione. Le ore di filosofia erano per me un vero incubo. 
Poi, arrivò raggiante un nuovo professore, un Kevin Kline occhialuto e divertente. Lui aveva impostato un approccio alla materia completamente diverso. Ci insegnava in maniera semplice, né più né meno, il pensiero dei filosofi. La storia del pensiero filosofico. Lineare, approfondito ma testuale. Mi ricordo ancora il professor Rinaldi che mette in scena la sua buffa spiegazione dei concetti di "fenomeno" e "noumeno" in Kant. Per rappresentare il primo, si era messo a mimare un'espressione da "macho" con lo sguardo duro e intenso dell'uomo-che-non-deve-chiedere-mai. Mentre per indicarci il secondo, si atteggiava con un sorrisetto ammiccante e un fare effeminato, che suscitava risatine in tutta la classe. Seguivo le sue lezioni con reale interesse, e a tratti davvero divertita. Sapeva catturare la nostra attenzione, parlandoci nel modo più diretto e coinvolgente che avessi finora incontrato. 
Iniziò a incuriosirmi la filosofia, e l'interesse era incoraggiato dai buoni risultati raggiunti. Allora non è vero che non ci capivo niente! - mi dicevo. La fortuna di trovare gli insegnanti giusti può fare davvero la differenza. E così questa esperienza lasciò una traccia, in me. Un desiderio di conoscere più a fondo i pensieri, di andare alla radice delle cose, di porsi domande e interrogarsi sull'universo, sulle nostre esperienze, sull'esistenza, sulla natura e la cultura, sul nostro mondo interiore, sulle cose umane e divine. 
Conoscere sé stessi. 
E questo principio socratico del "Gnōthi seautón" - conosci te stesso - ha continuato a perseguitarmi, in senso buono, da allora fino ad oggi. Scopri quello che hai dentro, scopri il tuo "demone", il fuoco che arde in te, e inseguilo. Si chiama passione, si chiama talento, si chiama ciò che ti fa sentire vivo. La felicità sta lì. Se vuoi vivere intensamente la tua vita, la tua unica vita, guàrdati dentro
Ma quant'è difficile farlo sino in fondo. Quant'è difficile essere completamente onesti con sé stessi. Eppure è tutto lì, non c'è nient'altro che possa realizzare il senso della tua esistenza quanto questo semplice e assoluto imperativo. E allora voglio lasciare alle mie figlie un messaggio che ritengo estremamente importante per loro, come per ciascuno. Ascolta cosa hanno da insegnarti i filosofi, perché il segreto della vita sta nella domanda, nell'interrogarsi, nella curiosità verso il sapere, verso la conoscenza. E la cosa più preziosa da conoscere, sei tu. 
Io sono finita a trascorrere interi anni a tormentarmi interiormente. Ecco, forse ho esagerato nelle analisi smisuratamente autolesioniste - altrimenti dette "seghe mentali". E a causa di ciò, mi sono ritrovata ancora di più chiusa in me stessa. Posso dire, in un certo senso, di aver avuto anche io un periodo di mutismo selettivo. Anche se, beninteso, il mio non aveva nulla a che fare col blocco involontario causato dalla paura di parlare. Uscivo in compagnia, ma non partecipavo, se non con sorrisi a comando e risposte accennate. Ero "altrove". A volte penso di aver sprecato così un po' degli anni migliori della mia giovinezza. Altre volte, invece, penso che no, non li ho buttati, mi sono serviti. Ad essere quella che sono oggi, con la modesta presunzione di essere una persona migliore di quella che ero ieri. 
Quindi sono fermamente decisa ad impegnarmi nei confronti delle mie amate bambine, affinché possano avvicinarsi alla conoscenza di loro stesse, e aprire la mente. Con tutti gli strumenti che possono servire. La lettura, la scrittura, il dialogo, la condivisione. 
E spero studino la filosofia. 
Potremmo intanto iniziare da un bel festival.



martedì 6 settembre 2016

Nonostante il mutismo

"Mamma, mettiti lì! Tu fai il drago, e questo è il mio castello! AAAHHH! Aiuto arriva il drago!"
"Voglio andare su quello scivolo, mamma! Guardami come scivolo! UUUUIIIIII!"
"Che bello quel coniglietto! Ne vorrei prendere uno, mamma! Ma uffa, scappa sempre!"
E' pieno di bambini, di ragazzi e di adulti, al parco. Matilde parla, gioca, esclama, urla, si diverte. Come tutti. La sua voce squilla allegra e sbarazzina. E' lì, che io mi dico: ma guardala, com'è spensierata, e pensa se la potessero vedere e sentire le sue maestre, i nostri zii, le sue amiche e i suoi compagni a scuola, tutti gli altri! 
Tutti gli altri, al parco, al supermercato, o per strada, restano per lei uno sfondo neutro. Un'innocua scenografia. Ma non appena qualche sconosciuto o qualcuno che conosciamo le rivolge la parola, per salutarla, com'è normale, oppure quando si trova tra le mura scolastiche o quelle di una casa che non conosce, si ammutolisce. Diventa un'altra Matilde. Diversa da come la conosco io. E da come la conosciamo veramente in pochi, tra i parenti. Se non ci fossero innumerevoli video a testimoniare che invece no - e parla, e urla, e ride ed esclama - si farebbe fatica a crederlo. 
Mi accorgo a volte - anche adesso che ci sto lavorando, per capire come aiutarla - di essere ancora prigioniera di un mio pensiero sbagliato: il desiderio che prima o poi avvenga lo sblocco, le mie aspettative sul suo comportamento. Fuori non lo dico, evito di spronarla, non insisto, non le chiedo di dire cose. Sarebbe peggio, lo so bene, si bloccherebbe ancora di più. Faccio finta di niente. Ma dentro di me lo spero. E penso: dai, Matilde, coraggio. Che ti costa? Lo sai fare, sai parlare. Io lo so, faglielo vedere anche a loro. Almeno salutare. Un "ciao" anche a mezza voce, cosa vuoi che sia? Cosa vuoi che succeda? 
Niente.
Non succede niente.
E anche questo mio pensiero: non smuove niente, non cambia le cose. 
Tanto vale smettere di pensarlo.
Ed è proprio questo che devo fare. Rinunciare ad avere aspettative. Smettere di sperare. E' questo l'approccio giusto. Quello che la aiuta, che le crea intorno l'ambiente più rilassato e favorevole. Dove possa sentirsi sicura, protetta. E sperimentare la sua parola verso gli altri.
Del resto, un bambino con mutismo selettivo non sta sfidando nessuno, il suo non è un comportamento oppositivo. E' una reale difficoltà a parlare in quel contesto o con quella persona. Pertanto, spingerlo a parlare non lo aiuta a superare il suo blocco emotivo, la sua paura. Anzi, lo fa sentire ancor più sotto pressione, provoca un aumento dell'ansia per la prestazione richiesta, che lo fa chiudere ulteriormente nel suo mutismo. Anche tentare indirettamente di farlo parlare non funziona: se ne accorge, coglie la tua tensione. E quindi non serve a nulla.
Leggendo diverse cose sul mutismo selettivo, provando a informarmi, ad approfondire l'argomento, ho trovato approcci piuttosto differenti tra loro. Alcuni più freddi e scientifici, altri più "caldi" e immediati. 
In certi casi, mi sono spaventata. Qui si legge di mutismo selettivo come "inquadrato nell'ambito dei disturbi emotivi in bambini con personalità nevrotica, spesso con presenza di una situazione famigliare disturbata, in particolare nell'aspetto del rapporto madre-bambino". Oddio, sono una madre degenere? Sbaglio forse qualcosa? Sono disturbata? Di certo, però, anche io mi sento spesso inadeguata, mi auto-svaluto, e temo il giudizio altrui. Sono una campionessa, nel torneo dei tormenti interiori. Si parla poi di trattamento farmacologico, a cui sottoporre il bambino nei primi tempi, per innescare lo sblocco iniziale. Addirittura! Mi pare decisamente sproporzionato. La slide numero dodici, però, è molto interessante: una testimonianza diretta di chi ha vissuto anni d'infanzia accompagnati dal mutismo. Fa riflettere, e capire. Molto più delle descrizioni scientifiche.
In un altro blog, invece, ho trovato parole molto più costruttive, consigli pratici da mettere in atto nel quotidiano, da parte di chi ha un ruolo educativo, nei confronti del bambino. In particolare, un punto che a me pare davvero fondamentale, e che mi ha colpito in modo assoluto, perché spiegato con una parola chiave che secondo me dovrebbe essere scritta grande come una casa, per ricordarsela sempre. Lo riporto qui quasi integralmente.
"Accoglierlo per quello che è. Cercare di dimenticarsi del fatto che lui non parla. Il compito dell'insegnante [e potrei dire anche quello del genitore, ndr] non è quello di farlo parlare, [...] è quello di farlo sentire accolto NONOSTANTE non parli, di dargli la possibilità di apprendere e di dimostrare di aver appreso NONOSTANTE non possa farlo oralmente."
Ecco, questo mi ha illuminato. Il mio compito, in effetti, non è quello di farla parlare. Lo farà lei come e quando se la sentirà. Il mio compito è quello di accompagnarla in questo percorso di crescita, insegnarle tante cose, darle gli strumenti per essere indipendente e forte, e per costruirsi come persona. Il resto importa relativamente. 
La cosa difficile, per gli altri, è riuscire a interpretarla. Diventa emotivamente impegnativo per i suoi insegnanti e per chi le starà accanto capire quali sono i suoi bisogni, dal momento che il canale verbale è interrotto. In primis, i bisogni primari. Andare in bagno, avere un altro po' di pane. Immagino che doverlo chiedere alla maestra dev'essere per Matilde uno sforzo enorme. Spesso si mette a piangere. Il pianto esprime il suo disagio, la sua difficoltà. Anziché parole, escono lacrime. 
Chiudo con qualche frase significativa di un grande della filosofia e psicologia contemporanea, Umberto Galimberti, che stimo e apprezzo in modo profondo. Così scrive nella raccolta epistolare "Il segreto della domanda", al capitolo intitolato "La clinicizzazione del disagio scolastico":
"Perché i bambini non crescono come le piante, dove basta un seme caduto in un terreno adatto. I bambini crescono bene solo se si parla tanto con loro, non con una parola precettiva, 'fai questo' e 'non fare quest'altro', ma con una parola curiosa che si intrattiene con loro per scoprire il perché dei loro movimenti, delle loro ideazioni, delle congetture con cui i bambini creano lo schema del loro mondo, in cui noi siamo ospitati come compagni di viaggio alla scoperta del nuovo e non come spettatori allarmati che, a ogni scarto rispetto a comportamenti medi, vanno in cerca di un esperto clinico o, peggio ancora, di un rimedio farmacologico. La clinica non sarà mai in grado di sostituire la buona pratica umana."



domenica 4 settembre 2016

Una musica farò

Do-Re-Mi. Mi. Mi. 
Mi-Re-Do. Do. Do.
Do-Re-Mi. Mi. Mi. Re. Do.
Il maestro Flavio che accompagna i bambini con la chitarra. I genitori che fanno da spettatori curiosi e divertiti. I bambini schierati di fronte, impegnatissimi a suonare gli strumenti che loro stessi hanno costruito. Il piccolo concerto, improvvisato alla fine dei cinque incontri di laboratorio, è stato il modo più emozionante di salutarci prima dell'estate.
Avevo iscritto Matilde al laboratorio di musica, sull'onda dei suggerimenti della psicologa. Non mi aspettavo certo che iniziasse a parlare improvvisamente con tutti i bambini e gli educatori. Però ero assolutamente decisa a seguire il consiglio, anche perché l'idea, in fondo, piaceva anche a me. Io che non so suonare alcuno strumento, e tutt'al più so comporre "ad orecchio" sulla pianola Fra Martino o Bella Ciao. Mi entusiasmava. E avevo cercato di trasmettere questo entusiasmo a Matilde, nell'annunciarle la nuova avventura che avremmo intrapreso. Lei sembrava incuriosita. 
La prima lezione si rivelò un po' deludente, rispetto alle aspettative che mi ero fatta. Due ore, dieci bambini tra i tre e i sei anni, altrettante mamme o papà, un maestro di musica alto e forte come un gigante buono, Flavio, una educatrice giovane e frizzante, Eleonora, il suo collega più pacato e riservato, Raffaele, tutti stipati come sardine nella sala prove di due metri per due del polo culturale Officina. Il maestro Flavio, imbracciando la sua chitarra, ha guidato i bambini in un viaggio attraverso tutti gli strumenti e i vari generi di musica nel mondo e nella storia. Pur essendo una lezione quasi "frontale", lunga e nel finale stancante, è stato tutto sommato coinvolgente. Ogni bambino ha potuto sperimentare il suono di tutti gli strumenti, che passavano bramosamente di mano in mano. C'era persino il bastone della pioggia, l'ukulele, e una specie di scacciapensieri. 
Osservavo Matilde, in mezzo a quella bolgia di bambini rumorosi e scatenati. E notavo sia la sua voglia di partecipare, che sempre dimostra e ha dimostrato. Ma anche la sua - non so come chiamarla - difficoltà, diciamo. Spiccava il suo silenzio. Soprattutto quando il maestro le rivolgeva la parola, per coinvolgerla nell'interazione con il gruppo. Mi ero premurata - seguendo ancora una volta i consigli della dottoressa - di informare subito gli educatori del "problema" di Matilde. E così, dopo esserci presentati, li raggiunsi in disparte, in un momento di pausa, per comunicare loro che Matilde attualmente presentava un tipo di mutismo selettivo extra-famigliare. Eleonora e Raffaele in modo molto gentile mi rassicurarono, e in modo molto comprensivo mi assicurarono che avrebbero tenuto conto di questo aspetto nel relazionarsi con mia figlia, senza metterla a disagio con le richieste di verbalizzare le sue interazioni. 
Ma, ancor prima di poter creare le basi di un contesto il più sereno e inclusivo possibile per Matilde con le mie raccomandazioni agli educatori - di evitare di sottolineare il problema, di rispettare i suoi tempi -, la realtà senza filtri venne fuori dalla bocca di una bambina. Ilenia, un anno più grande, che già conoscevamo dalla frequentazione dell'asilo nido e del parco, lì, nel grande salone di Officina, ad Eleonora che ci stava accogliendo per la prima volta con il classico "Ciao, bellissima! Come ti chiami?", aveva risposto lei, con la sua voce squillante. Al posto di Matilde. E pure al posto mio. 
"Lei non parla. Parla solo coi suoi genitori!"
Grazie, Ilenia. 
Mentre mi infastidisco per l'intromissione non richiesta, provo il solito imbarazzo
Che dico? 
Mi giustifico con Eleonora? 
Mi rivolgo a Ilenia? 
E Matilde, lì, protagonista della scena, che cosa pensa? 
Sto zitta. Ma mi mordo la lingua. 
Vorrei dire: "E' vero, Ilenia non si sbaglia. E' proprio così. Parla con noi genitori e con gli altri no. E quindi? Che problema c'è?"
Ma pazienza. Ormai è andata. 
E soprattutto, capisco che sono ancora una volta io, per prima, a non accettare la difficoltà di mia figlia. E' quello, il primo problema che c'è.
La stessa scena si ripete poi anche col maestro Flavio, le prime volte che provava a interloquire con Matilde. Non avevo fatto in tempo ad avvertire anche lui, prima che iniziasse la sua lezione nella sala prove. Speravo che Eleonora e Raffaele facessero da tampone, da mediatori. Invece no. Pazienza.
A volte - mi dico - è anche bene, forse, scontrarsi un po' con la realtà. Perché mica tutti possono essere preventivamente informati, mica posso parare tutti i colpi. Quelli più grossi, sì, magari. Ma il resto del mondo, diciamo, quello è un po' troppo vasto.
Ad ogni modo, gli altri quattro incontri sono stati molto interessanti e divertenti, per i bimbi. Giochi, racconti, esperimenti, costruzione di strumenti con materiali di recupero. Maracas, con bottigliette di plastica riempite di conchiglie. Chitarre, con scatole da scarpe ed elastici. Trombe, con rotoli di cartone e palloncini sgonfi. Tamburi, con barattoli di latta decorati di immagini su carta. 
Dell'esperienza, spero sia rimasto a Matilde lo stimolo alla creatività, alla fantasia, e la voglia di emozionarsi e comunicare attraverso la musica. A me, è venuta voglia di imparare a suonare uno strumento. Chissà se mai lo farò. 
Con le ma-ni-ni.
Con le ma-ni-ni. 
U-na mu-si-ca fa-rò.







sabato 3 settembre 2016

Terapia sì, terapia no

Maga Magò - penso. E' un incrocio tra Maga Magò e la mia vecchia maestra della materna. 
Siamo nell'ambulatorio della neuropsichiatra infantile che seguirà Matilde in un percorso terapeutico. Terapeutico? Diciamo così, per ora. Il "donnone", che io e il mio compagno abbiamo davanti, è una signora di tutto rispetto, ma dall'aspetto - come dicevo - un po' inquietante. Mette in soggezione, quasi. E inevitabilmente penso: quando Matilde la vedrà, vorrà scappare via! Altro che mettersi a parlare con lei. Invece, andò tutto sommato bene.
Il primo incontro è stato a maggio, solo coi genitori. Due ore a descriverle "il caso". All'inizio non mi piaceva affatto il suo tono quasi inquisitorio. Indagini minuziose per ricostruire le misurazioni di peso, altezza e circonferenza cranica durante la crescita.
"La testa è piuttosto piccola. C'è qualcuno che ha il cranio piccolo in famiglia?".
"Sì, dottoressa. Lei". Il mio compagno, indicando me. "Pensi che, per comprarle il casco da moto, ho dovuto prendere taglia xxs da bambino!"
"Ah, ma quindi le è stata diagnosticata una microencefalia?"
"Ma no, dottoressa. Non lo ascolti. Non mi è mai stata diagnosticata una microencefalia. Lo posso giurare." 
Vergogna, e lancio di sguardi minacciosi al mio compagno.
In fondo, capisco che debba delineare un quadro esaustivo ed escludere eventuali altre patologie. La seconda parte della conversazione verte sui comportamenti di Matilde. Nostre osservazioni, sua spiegazione del disturbo. Parlandone, anche la neuropsichiatra ipotizza le cause dell'insorgenza del mutismo nella vita scolastica durante il nido d'infanzia, rinforzando un mio sospetto - come ne racconto qui. Poi, distruggendo in un attimo le nostre flebili speranze nel potere della scienza, ci spiega che non esiste una vera e propria terapia da mettere in atto. Quando verrà il momento di "sbloccarsi" e cominciare a parlare nelle situazioni che le provocano ansia, sarà lei stessa a deciderlo. O meglio, a sentirsela. Infine, mette la definitiva pietra sopra a tutte le nostre ingenue illusioni, avvertendoci che il mutismo selettivo è un comportamento che tende a radicalizzarsi, e che quindi diventa nel tempo più difficile da risolvere. 
Se prima ero da un lato dubbiosa ma dall'altro lato speranzosa nell'aiuto psicologico, adesso da questo colloquio esco decisamente scettica a riguardo. Del resto, anche la maestra della materna, che conosce Matilde già da due anni, mi ha espresso le sue perplessità nel coinvolgerla in un percorso terapeutico. 
"Ma sì, Matilde è ancora piccola, quando crescerà vedrai che supererà la cosa spontaneamente! Non c'è bisogno di sottoporla alla psicologa. E poi ogni tanto qualche bambino viene a dirmi: maestra, ho sentito Matilde parlare con le sue amichette! Non preoccuparti, è una bambina gioiosa, che partecipa con entusiasmo a tutte le attività della scuola, è amata e cercata dai suoi amici. Se non parla con noi, adesso, lo farà quando se la sentirà." 
E così arriva l'estate, si avvicinano le due date di incontri fissati dalla neuropsichiatra infantile per vedere Matilde. Alla fine, abbiamo deciso di provare. Tutt'al più - ci siamo detti io e il mio compagno - non cambierà nulla! Di certo, non avevamo come aspettativa che si mettesse a parlare con la dottoressa. L'indicazione era quella di comunicare a Matilde che saremmo andati da una signora a fare dei nuovi giochi. E dunque, in un caldo pomeriggio della desertissima settimana di ferragosto, andiamo in ospedale, dove c'è l'ambulatorio di Maga Magò. Sperando che nostra figlia non si accorga che il corridoio assomiglia a quello dell'ospedale. 
La dottoressa ci accoglie in modo molto professionale. Per tutta l'ora dell'incontro, resta in atteggiamento correttamente neutro: nè troppo amichevole, nè troppo distaccata. Come da istruzioni, abbiamo portato qualche disegno significativo e le "pagelle" scolastiche, ovvero le brevi relazioni scritte dalla maestra in occasione dei colloqui annuali. Dopo aver preso in visione i nostri materiali, tocca a Matilde. E' seduta di fronte a Maga Magò, sulla scrivania c'è un grosso librone di illustrazioni, un blister di figurine inscatolate come diapositive, e tre sacchetti di forme geometriche colorate. Io sono seduta accanto a lei, ma mi viene raccomandato di stare d'ora in poi in assoluto silenzio, senza suggerire in alcun modo. Iniziano i test di Leiter-R, come leggo sulla scatola di figurine. Osservo Matilde impegnatissima a posizionare nel riquadro giusto le figurine che la dottoressa le porge. Ad ogni esercizio, viene assegnato un punteggio, che la Magò annota sulla sua scheda. Alla fine di ogni batteria di esercizi, somma i punteggi e li comunica a Matilde.
"Matilde, vuoi sapere quanti punti hai fatto?"
Annuisce.
"Tredici punti. Ti va bene tredici?"
Altro segno di assenso.
"Vuoi dire alla mamma che hai fatto tredici punti?"
Si avvicina al mio orecchio. Chiude le manine intorno alla sua bocca con dentro il mio orecchio. Mi sussurra, con voce impercettibile: tredici.
"Brava, Matilde!" dico io.
Lei sorride. E ricomincia ad eseguire le consegne di Maga Magò.
Anche il secondo incontro, a distanza di sette giorni dal primo, si svolge allo stesso modo. Chiedo a Matilde cosa ne pensa. Bilancio positivo. Le è piaciuto. Anche se la seconda volta era visibilmente più svogliata e stanca. La capisco. Alcuni esercizi di logica, che provavo a risolvere mentalmente mentre ero lì alla scrivania con loro, erano talmente complicati che nemmeno io riuscivo a capirli! 
La dottoressa ci congeda dicendo che ci farà avere a casa la relazione con l'esito dei punteggi totalizzati nei test, che comunque ha già visto essere piuttosto alti. La bambina è molto intelligente - grazie, lo sapevo già, anche senza queste verifiche - e quindi non ci sono interventi ambulatoriali da programmare. Ci comunicherà anche il prossimo appuntamento, che verrà fissato a distanza di sei-otto mesi. L'obiettivo è soltanto quello di monitorare il disturbo, che ha confermato essere mutismo selettivo - grazie, già lo conoscevamo, il nostro compagno di avventure. 
Attendiamo, dunque, di rivedere Maga Magò. Niente bacchetta magica, niente stregonerie. Nel frattempo, solo qualche escamotage, e qualche suggerimento. Quello che può aiutare - ci diceva la dottoressa - è coinvolgerla, nelle attività extrascolastiche, in situazioni di gruppo, ma senza che l'espressione verbale sia richiesta. Come ad esempio, farle frequentare un corso di danza, o comunque di movimento corporeo. Oppure la musica. Aiuta molto, la musica. Suggerimenti che anche la psicologa della materna, durante le sue puntuali osservazioni annuali in classe, ci aveva già dato. Per aiutare a favorire il suo inserimento in contesti sociali, senza però metterla di fronte all'ansia di doversi esprimere con le parole. E presto racconterò della nostra esperienza al laboratorio estivo di musica.
Per saperne di più sui percorsi di supporto psicologico per bambini e ragazzi con mutismo selettivo, l'Associazione può fornire un primo aiuto nella ricerca di specialisti che se ne occupano in modo approfondito.











venerdì 2 settembre 2016

Dentro il nido

"Matilde, ecco il tuo asilo vecchio! Te lo ricordi?"
"Sì! La scuola di quando ero piccola!"
"Proprio quella. La maestra Cinzia, la maestra Patty, la tata Mary. Ti piaceva andare in quell'asilo?"
"Sì! Ci voglio ritornare!"
"Va bene, allora un giorno passeremo a salutare di nuovo le tue vecchie maestre. Saranno molto contente di rivederti!"
Ogni volta che passiamo con l'auto davanti all' asilo nido dove ha trascorso i suoi primi due anni scolastici, mia figlia esclama sempre in modo felice e nostalgico, appena lo vede. Ne ha un bel ricordo, da quel che dice. E anche noi come genitori ci siamo trovati molto bene. Un ambiente davvero sereno, persone disponibili e gentili. Eppure mi sono più volte chiesta se non sia cominciato tutto da lì. La storia del mutismo selettivo, intendo.
Sì, perché è stato durante la frequentazione del nido d'infanzia, soprattutto nel secondo anno, che Matilde ha cominciato a mostrare una certa "timidezza". Che non era - e non è - timidezza. Le maestre, durante i colloqui, ci chiedevano se a casa dicesse qualche parola.
"Certo, parla eccome con noi!"
"Davvero? Noi invece non la sentiamo mai, la sua voce. Fa sì e no con la testa, si fa capire in altri modi, quello sì. Ma con noi non parla mai."
All'inizio l'inserimento è stato lungo ma tranquillo. Non mi cercava, non ha mai pianto per il "senso d'abbandono", al mattino andava sempre volentieri. Certo, era tra i più piccoli, e in più ancora non camminava, si spostava gattonando. Lì, nel grande salone centrale, invece, c'era la giocosa confusione e il gran rincorrersi di bambini di quell'età. Istintivi, curiosi, sfrenati. Lo sguardo di Matilde, me lo ricordo bene, sembrava molto guardingo, diffidente, come se dicesse: ma che succede adesso, che fanno quei bimbi, dove vado io? Certo, parliamo di un caratterino particolare, il suo. Molto prudente, ha i suoi tempi per affrontare le cose - e lo ha dimostrato in diversi episodi, primo su tutti l'inizio della deambulazione autonoma a diciotto mesi - prima studia le situazioni e poi, solo quando si sente sicura e pronta, si lancia. E' affettuosa, dolce, generosa. Attenta, curiosa, gioiosa. Ma anche testarda, ostinata, decisa. Si arrabbia se non riesce a fare una cosa come vuole lei, è di una precisione estrema e pretende molto da se stessa. Del resto, è del segno della Vergine. 
A volte, avrei voluto diventare - ma anche adesso ogni tanto lo vorrei essere - una mosca. Per ronzare insospettabilmente nell'aula e vedere cosa fa. Lo so, non è bello, e nemmeno a me piacerebbe essere spiata a mia insaputa. Ma la curiosità di conoscere i suoi comportamenti in ambienti al di fuori di quello famigliare è troppo forte. Mi sono così fatta l'idea, ripensandoci "a freddo" dopo qualche tempo, che l'esperienza del nido possa esser stata in un certo modo "traumatica". O meglio, che possa aver innescato in lei una sorta di meccanismo di difesa. Si sa, la vita scolastica, fin dall'asilo nido, ha altri ritmi e altre caratteristiche rispetto a quella famigliare, l'unica conosciuta da un bimbo fino a quel momento. A casa, ci sono le abitudini e le routine famigliari. A scuola, ci sono altre regole. A casa, la mamma ti accudisce ventiquattrore su ventiquattro. A scuola, la maestra deve dividere le sue attenzioni a più bambini. E forse, l'esperienza di sentirsi per così dire smarrita in quell'ambiente, ripetuta quotidianamente, potrebbe aver rinforzato un comportamento di difesa, del genere: me ne sto zitta e buona, così non mi succederà niente - ad esempio, non mi riprenderanno, non verrò urtata dai compagni più vivaci, non mi giudicheranno. 
C'è un dettaglio molto indicativo e buffo, se vogliamo, che le maestre mi avevano riferito negli ultimi mesi di asilo nido: il momento in cui sentivano Matilde parlare, l'unico momento, era quello della  nanna dopo il pranzo. Proprio il momento in cui tutti dovevano far silenzio! E così le maestre erano costrette a zittirla. Paradossale! Immagino il suo pensiero: ecco, ora che tutti finalmente tacciono, posso parlare io!
Quelli che parlano di mutismo selettivo dicono che non c'è in realtà un vero motivo. Eppure io, da mamma, tra le mille altre domande che mi sono inevitabilmente posta, me lo son spesso chiesta: è colpa mia? Ho fatto male a mandarla al nido? Ecco, dovevo tenerla a casa con me, accidenti. Lo sapevo. Ma non serve tormentarsi. Serve capire. O meglio, com-prendere. Prendere assieme.  




giovedì 1 settembre 2016

Un libro chiave

Anzi, ispiratore. Perché mi ha decisamente ispirata per il progetto di questo diario online.
Innanzitutto, Ti hanno mangiato la lingua? è un titolo molto indovinato. Questa è esattamente la frase che si sente rivolgere al proprio figlio o figlia ogni mamma che ha a che fare col mutismo selettivo di lui o lei. Un "estraneo" che pone una domanda gentile: "Come ti chiami, bella bambina?". Un silenzio. Un'altra domanda curiosa: "Quanti anni hai, piccola?". Un altro silenzio. "Ti hanno mangiato la lingua?".
Tu, genitore, che fai? Rispondi per lei. Ma intanto ti sale dentro un senso di inadeguatezza, disagio, quasi vergogna. Ansia, appunto. Proprio quella che percepisce tua figlia, e che quando aumenta e aumenta, le blocca le parole in gola. Ogni semplice banale conversazione diventa un insostenibile ansiogeno interrogatorio. E tu, genitore, ti chiedi intanto cosa pensino di lei, di tua figlia. Che timida! Ma capisce? Se non addirittura. Che maleducata!
Invece tu, genitore, lo sai che non è né timida, né stupida, né maleducata. Che lei, tua figlia, a casa, ti stordisce di parole. Esclama, urla, canta, racconta. Insomma, parla. Ma vaglielo a spiegare, agli altri. A quelli che non lo sanno, che non lo possono sapere. Lì per lì, che gli vai a dire? Rispondi e basta. Non c'è tempo per sorbirsi tutta una spiegazione. "Guardi, deve sapere che mia figlia ha un disturbo transitorio d'ansia, chiamato col nome di mutismo selettivo. E' un blocco emotivo, non riesce a parlare nei contesti sociali per paura. Non c'è un vero e proprio motivo. Mentre a casa coi famigliari si esprime perfettamente e spensieratamente come ogni altro bambino, nelle situazioni sociali, come ad esempio la scuola, succede che non si esprima più. Non è un comportamento oppositivo, non è una sfida. Lei vorrebbe, ma non riesce." Ecco, più o meno così. Trenta secondi. Chi avrebbe trenta secondi per ascoltare tutta la storia?
Proprio per questo, mi auguro che ognuno legga un libro come quello di Daniela Conti, scritto insieme a sua figlia Marina. Mi sono ritrovata in molte delle situazioni da loro vissute. Hanno dato forma ed espressione a quel grumo confuso di emozioni e di domande interiori, che ti accompagnano inevitabilmente nel lungo percorso verso la parola. E che a volte ti angosciano, altre volte ti sorprendono. 
Parlo - e la prospettiva è la stessa nel libro - di come la vive una mamma, che vede la difficoltà della figlia e vorrebbe cancellare ogni ostacolo per lei, com'è naturale che si voglia. Ma più ti aspetti che lei parli, più ti mostri desiderosa che avvenga, e più ottieni l'effetto contrario. Attraverso le parole del libro si scopre che la strada che funziona passa dall' accettazione, dall' accoglienza. Tenersi per mano. Madre e figlia. Con complicità. Gesti di intesa. 
E poi, si spera sempre di trovare, nella scuola, insegnanti ed educatori sensibili e intelligenti. Che sappiano valutare l'impegno individuale con la giusta misura, tenendo conto dello sforzo fatto da ogni singolo alunno per superare la propria difficoltà. Tenendo conto, insomma, dell'unicità e diversità di ogni bambino, senza omologare tutti verso un sistema di giudizio standardizzato. 
Ecco perché leggere un libro come questo. Per fare più attenzione, a giudicare. Fare più attenzione, e ascoltare.